Federico Barbarossa, che dagli storici alemanni è proclamato un eroe, ed è per noi il più esecrabile fra i nostri nemici, non fu nè l'uno, nè l'altro. — Non fu grande guerriero, perchè spesso e troppo facilmente battuto da forze minori; nè insigne politico, perchè non tenne conto della indomabile potenza di un principio, quand'esso surge a dominare ogni materiale interesse di un popolo. — Ma non deve essere nemmanco il bersaglio d'ogni nostra invettiva; perocchè, mentr'egli non era per nulla più barbaro del secolo in cui visse, giovò più ch'altro, colle armi sue infelicemente adoperate, a rassodare l'indipendenza di quel paese, contro cui egli le aveva rivolte.
I tiranni (ce lo dice la storia, e ce lo confermano i fatti di cui noi stessi siamo oggidì testimonii) sono alcuna volta la providenza dei popoli. Non è sempre vero che gli oppressi sieno facili a sollevarsi contro chi li regge. Spesso anzi s'addormentano negli ozii inverecondi e nei servili ossequii, se la tirannia è blanda, o pel solo fatto che essa è d'antica data. Allora si esita a far getto delle abitudini, benchè indecorose; allora o non si riconosce il bene di una più libera condizione, o se ne discutono le probabilità; e per questo misero conteggio è impossibile giungere alla gloria delle imprese difficili. Ma se le catene diventano insopportabili, se lo strazio è indefinito, e la morte certa, rivivono gli istinti, ed ammaestrano l'oppresso a raccogliere le forze per lottare e vender cara la vita. I migliori amici dei popoli, che hanno perduta la loro libertà, furono dunque e sono sempre quelli, che l'hanno calpestata più crudelmente. Se la lotta, dice un moderno publicista, è la condizione necessaria della vittoria, il nemico diviene il nostro migliore alleato[19].
XC.
Un fiume gonfio scava il suo letto, abbatte quanto lo vuol far deviare, e trascina seco i rivi minori. L'acqua invece, che poltre in uno stagno, si suddivide in pozzànghere, e nella sua inerzia elabora i veleni che l'ammorbano. — Così fu di noi. Le guerre di Federico I avevano ritemprato l'ardor nostro, e fatto convergere ad un solo scopo tutte le forze nazionali. La mitezza di Ottone IV, e la pace che ne seguì, generarono il contagio della discordia. Capitani, valvassori e credenze erano una sola cosa, durante il pericolo: scomparso questo, riconobbero diritti parziali, e si levarono a difenderli. Da ciò ebbe origine quella delimitazione di caste, che creò una prevenzione diffidente ed astiosa fra i nobili capitani e i sottofeudatarj. Ogni casta volle avere il suo consiglio, perchè ognuna sentì d'avere i proprj interessi. Non di rado da tali interessi nacque disparità di vedute; queste generarono dissidj, minaccie, violenze.
In quel secolo, le personali ambizioni dovevano essere meno potenti che non più tardi, quando la risurta civiltà fece dell'ingegno e della cultura intellettuale una forza di prim'ordine, spesso indirizzata a buon fine, talvolta abusata per mire egoistiche e sovversive. — Pure, malgrado l'eguaglianza cagionata dalla comune barbarie, il concetto di una republica, costituita sull'equilibrio dei diritti d'ogni classe e d'ogni individuo, era cosa più bella ad imaginarsi che facile ad ottenersi. La sovranità, spartita una volta equamente fra gli individui, era simile al talento della parabola evangelica, che a ciascuno recò frutto diverso a seconda delle diverse industrie. Il conservarlo integro, riesciva come andare al chino e perdere, quand'altri più operosi o più accorti avevano saputo avvantaggiarlo. In un paese, in cui la sovranità fosse talmente sminuzzata che ogni cittadino ne posseda la sua piccola parte, la custodia di essa è più dovere che diritto; e l'esercizio del medesimo riesce più increscioso perchè meno facoltativo. Non per difetto delle istituzioni popolari, ma per la natura dell'uomo, ciò che è comune, benchè necessario, è meno vagheggiato di quanto ci solleva dalla folla, fosse anche superfluo. Quando a tutti gli individui di un paese venisse distribuito un abito di un sol colore e di una foggia sola, cesserebbe l'orgoglio d'ornarsene; e colla estinta vanità scemerebbe l'interesse di averlo caro e di custodirlo.
Cacciati i tiranni e ricomposta la republica sopra un nuovo ordine di cose, spontaneo fu il volere, facile l'ottenere l'eguaglianza civile. Il dì in cui si fonda una società, ogni membro di essa presenta una distinta ed eguale quota di oblighi e di diritti. Ma non è tutto: bisogna che questi doveri e i corrispondenti diritti si mantengano quali sono, o crescano e s'avvantaggino a beneficio di tutti. Bisogna contenere le forze eccedenti perchè non oltrepassino il livello medio della forza comune; scuotere e ravvivare quelle che languono, perchè la parte inerte non discenda troppo, e nel far modesta rinuncia de' suoi diritti, leda e trascuri i proprj doveri. Tutto ciò, e le naturali differenze generate dall'età, dal clima e dalle circostanze, non che le incidentali, cagionate dall'educazione e dalla civiltà, resero e renderanno sempre arduo l'assunto di conservare all'edificio sociale un'eguaglianza perfetta e durevole.
Chi era tolto dalla folla assai di rado vi rientrò, e vi si confuse, al cessar del favore che lo ebbe sollevato. Intorno a lui si stringevano a poco a poco inavvertitamente i consanguinei, i partigiani, i clienti. La superficie sociale non fu più perfettamente piana. Gruppi di gente privilegiata formarono le caste. In mezzo ad esse, quasi centro e culmine di altretante associazioni parassite, sursero gli ottimati. Era intento loro di dividersi in parti eguali la somma del potere; il volevano, o piuttosto dissero di volerlo: bastò un nonnulla a turbare l'equo riparto dei diritti; bastò a tanto il momentaneo allentamento nella pratica delle virtù cittadine. — Le passioni, malgrado ogni buona intenzione, si gettavano sulle coppe della bilancia, e la facevano traboccare. Le caste si cangiarono in partiti; gli ottimati in emuli. Una guerra sorda, piena d'invidie, di prevenzioni, di false amicizie, ruppe il buon accordo della famiglia. Venne presto il giorno, in cui il popolo, vedendo irreparabilmente turbato l'ordine prestabilito, compì l'ultimo suo atto sovrano, rinunciando ai proprj diritti, ed accettando la signoria di un solo, sempre meno uggiosa e più tolerabile che quella di pochi.
Tale fu la nostra sorte. Le discordie, i partiti, le turbolenze tennero dietro ben presto a quel fortunato equilibrio, che era l'essenza del reggimento popolare. Il comune era fatto un campo: bisognava star con questo o con quello; quindi contro l'uno o l'altro. — Ad escire da tante incertezze, la rappresentanza popolare non trovò miglior rimedio, che conferire il supremo comando ad un solo individuo, imitando ciò che faceva l'imperatore prima della pace di Costanza. Ed a questa autorità venendo designati uomini d'altre città italiane, non si volle già riconoscerne la comunanza di stirpe, il che sarebbe stato un progresso glorioso; ma si cercò nell'individuo d'altra republica un principio di autorità straniera, un potere che fosse meno famigliare, e quindi più riverito. Il primo di tali magistrati che, col nome di podestà, esercitò sul comune di Milano la dittatura, fu un Oberto Visconti da Piacenza. Questo fu il primo e decisivo passo del nostro popolo verso il governo monarchico.
In questo mezzo l'eresia, altra cagione di discordia, fermentava nel nostro paese, alimentata per una parte da uno spirito d'indagine affatto nuovo, per l'altra nutrita dalla stessa intoleranza del clero che credeva spegnerla coi roghi e nel sangue. Al principio del secolo XIII si enumeravano in Milano quindici professioni eretiche. Il podestà Oldrado da Tresseno arse a centinaia i novatori (1233) e si rese caro alla curia romana.[20] Intanto il popolo non infrequentemente si faceva giustizia da sè, rompendo il filo degli atroci processi collo spegnere la vita degli inquisitori. Fra Pietro da Verona e fra Pagano da Lecco furono di questo numero; e, in premio del martirio sofferto e pel merito di averlo fatto subire a tanti traviati, ottennero dopo morte l'incenso e le preci dei beati. La profetessa Mainfreda era gettata alle fiamme; il prete Andrea, che divideva con essa le offerte dei devoti di Chiaravalle, la seguì sul rogo; e le ceneri della taumaturga Guglielmina, poco prima venerate come una reliquia, furono strappate dall'avello e disperse al vento. Citiamo questi fatti perchè ritraggono fedelmente il fanatismo intemperante del secolo; non volendo che ci si apponga l'accusa d'essere ciechi ammiratori delle artistiche scene del medio evo.
L'imperatore Federico II ricondusse la guerra in Italia; e colla guerra si riaccesero in noi le virtù intiepidite. A Cortenova i milanesi furono battuti dagli imperiali; ma la sconfitta non fu ingloriosa. I più preferirono morire sul campo anzichè arrendersi; i pochi superstiti, raggruppati intorno al Carroccio, seppero condursi in salvo, e serbare incontaminato il vessillo della libertà, attraversando terre infestate da nemici, o da amici sleali. Fu Pagano della Torre signor di Valsassina che guidò l'impresa; e fu quest'impresa che preparò a lui ed a' suoi figli un mezzo secolo di gloria e di potenza (1237).