Della rotta di Cortenova ebbero i milanesi larga rivincita in tre memorabili giornate. Duplice fu la vittoria di Camporgnano, poichè in essa furono battuti gli imperiali e gli alleati Saraceni. A Casorate l'esercito dell'imperatore, tratto in inganno da una finta ritirata, credette per un momento d'essere padrone del campo, che poscia coperse de' suoi cadaveri, ed abbandonò. — Presso Gorgonzola, in un terzo scontro, cadde in potere dei milanesi Enzo figlio dell'imperatore. Fu questa l'ultima e la più segnalata vittoria nostra; doppiamente gloriosa giacchè, mercè sua, si fiaccò per sempre la baldanza di Federico; e più ancora perchè i vincitori resero, senz'altro patto che una promessa di neutralità, il reale ostaggio a colui, che non risparmiò la vita ad uno solo dei prigionieri italiani. — Ed anche in questa occasione i nostri maggiori, combattendo per la loro indipendenza, davano prova di una moderazione, che è assai più bella della stessa vittoria. La santità della causa consigliò sempre, anche nell'ardore delle battaglie, l'uso saggio dei mezzi atti a difenderla. Si diede la vita e la libertà al figlio del nostro mortale nemico con una generosità degna di miglior secolo, mentre e prima e poi, nelle piccole e vulgari lotte municipali, i vincitori solevano oltraggiare i vinti fratelli con un carico d'ingiurie, che potrebbero essere chiamate villanie puerili se non fossero figlie di un livore empio e fratricida.[21]

Il servigio reso da Pagano della Torre diede origine ad una carica tribunizia conosciuta sotto il nome di anziano della credenza (1240). Ne fu insignito lo stesso Pagano e, morto lui, Martino suo nipote. Egli doveva difendere la plebe dalle prepotenze dei nobili e sorvegliare l'amministrazione delle entrate. Durante la guerra contro Federico, per strettezze di finanza si era posto in giro il credito dei notabili rappresentato da un obligo scritto.[22] Era, nè più nè meno, la carta moneta dei nostri giorni; e, come ai dì nostri, un tal valsente non gradiva ai cittadini sospettosi sempre dei soprusi di chi li regge. L'anziano diede opera all'estinzione di questo debito, dividendolo in otto rate annuali, e suddividendolo fra proprietarii in quote proporzionate, colla scorta dell'inventario o catastro del censo (1248). Da ciò nacque l'imposta sulla proprietà fondiaria, detta fodro, che è la prima e più netta idea del carico prediale.

XCI.

I torbidi, per cui passò l'impero durante la disputata successione di parecchi monarchi, giovarono per mezzo secolo all'indipendenza nostra: tempo più che bastevole a rassodare la cosa publica, se le ambizioni e le rivalità de' suoi cittadini non l'avessero commossa col continuo travaglio della guerra civile.

Si creò l'officio di capitano generale della republica per contraminare l'elezione del tribuno. L'onore della nuova dignità, che per poco non toccò al feroce Ezzelino da Romano, tanta era la gelosia che ispirava ogni nome cittadino, fu palleggiato tra il Marchese d'Incisa ed Oberto Pelavicino.

Verso quest'epoca il Papa, pigliando in sospetto la crescente potenza dei Torriani, violò il diritto popolare di eleggere i pastori, ed inviò alla sede arcivescovile di Milano Ottone Visconti (1260). Era pensiero del pontefice, che la ricchezza e la potenza di questa famiglia risveglierebbero nel popolo milanese quella fiducia che l'infeudata autorità dei Torriani aveva troppe volte delusa.

Ciò malgrado, la popolarità degli anziani serbavasi ancora assai potente in Napo, benchè d'animo assai diverso de' suoi predecessori. — Napo, camminando ardito sulle orme loro, varcò a poco a poco il limite della tribunizia podestà; e a consacrare l'abuso impiegò l'arte dei tiranni. Milano a quei tempi obliava la semplicità degli antichi costumi, per fantasticar feste e baldorie, come la plebe di Roma. Con questo mezzo, l'anziano perpetuo del popolo riesciva a divenirne il padrone. Egli nominava il podestà, ed accordava alla sua creatura il diritto di eleggere la metà dei membri del consiglio. Ambizioso, e non vano, mostrò disprezzare quelle pompe esteriori, che tradiscono l'interna sete di comando; mantenne vigorosamente le forme dell'antico reggimento nelle monete, nelle adunanze, nelle publiche concioni; ma ingannava tutti, e in sostanza regnò da tiranno. — Che se alcuna volta vide il colosso della plebe levare su lui l'occhio torvo, egli seppe rasserenarlo coi tornei, colle gualdane, con ogni maniera di spettacoli; fra i quali per lungo tempo fu il più gradito il bando od il supplicio d'un nobile. — Per tal modo codesti tribuni, che si vantavano d'aver fatta libera la patria solo per ossequio ed affetto verso di essa, e che di fatto l'avevano servita con zelo e fortuna, ottenuto l'intento, non ponevano misura alle loro esigenze, e mettevano a debito della publica gratitudine ogni pretensione sollevata dalla loro cupidigia. — Si sarebbe detto che volevano avere il diritto di ricondurre il paese all'antica ruina, pel merito d'averlo una volta salvato.

Da tali arti potè il popolo milanese essere sedutto più volte, ma non abusato sempre. — Ogni plebe, e specialmente la nostra, suol essere pronta allo sdegno, ma non meno facile all'oblío delle offese e generosa nel perdonarle. — I cittadini s'accorsero che chi aveva frenata la prepotenza dei nobili, non agiva meglio di loro. Parvero meno gravi le passate sciagure, da che lo stato presente non era gran fatto più rassicurante. Il titolo di vicario imperiale, che Napo sollecitò da Rodolfo d'Asburgo, contribuì a crescergli il disfavore del popolo. Ottone Visconti rinfocolò i sospetti; raccolse partigiani a Como e nel contado; li pose in armi e mosse verso Milano. Incontrato, nella terra di Desio, l'esercito Torriano impegnò con esso una battaglia decisiva, in cui Napo fu battuto, e fatto prigioniero (1277). Dopo ciò, venne rinchiuso in una gabbia di ferro, dove perì miseramente un anno dopo.

Qui comincia la grandezza dei Visconti. Il popolo milanese non avrebbe spodestato il Torriano pel solo scopo di affrettare un mutamento di signoria. — Era la libertà dei tempi della lega, ch'egli, con troppo languide istanze, chiedeva; non un nuovo signore ed una larga dote di promesse e di spergiuri. Ma tale era la sorte nostra. Nel momento istesso che le varie classi ond'era composta la republica venivano ad un accordo, già maturavano novelle ambizioni, foriere di altre discordie. Colui, che per fortuna o per momentaneo favore del popolo s'incamminava dinanzi ad esso col pretesto di farlo libero, sdegnava poscia di rientrare nelle fila dei semplici cittadini, e rinnovava la necessità di cacciarvelo a viva forza.

Quando un tesoro è debolmente custodito, torna buono ai tristi il dire: tanto fa che io m'approprii ciò che non è mio, perchè altri se lo piglierebbe. Il nostro popolo cessò dal custodire il tesoro della propria libertà dal momento che, fidatone il deposito ad altri, s'addormentava neghittoso alle seducenti declamazioni di civismo, intonate da' suoi scaltri tribuni.