Il lettore, che conosce i fatti, ci dispensa dal riferire le parole di lui. Diremo soltanto com'egli chiudesse la sua narrazione.

“Or bene, continuò egli, prima d'incontrarmi in quella creatura, io dovetti cedere ad una forza superiore che mi trascinava vicino a lei. Mi fu detto che quel bambino era un orfano, e sentii la necessità di dargli un padre; ch'egli era povero, e promisi a me stesso di sollevarlo dalla miseria; chiesi il suo nome, nessuno me lo disse, ed io m'affrettai a dargli il mio. Non mi fate merito di soverchia pietà. La natura, mio malgrado, mi dimandava in secreto l'adempimento de' suoi voti. Ed ora, ora dovrò io dimenticare colui, che ho amato prima di conoscere? Dovrò dimenticarlo perchè egli è vostro figlio... perchè è mio.... perchè è sangue del generoso Maffiolo Mantegazza? Non mi chiedete o Agnese, se io debba far ciò. Voi l'avete detto, è crudele il voler impedire un libero culto all'innocenza.„

Agnese, benchè non levasse gli occhi dal suo bambino, mostrava di porgere tutta l'attenzione a tali parole.

“In quest'atto, — proseguì il conte dopo una breve pausa, porgendo alla madre il rotolo di pergamena di cui abbiam parlato, — in quest'atto io chiamo mio figlio adottivo il derelitto, che ora consegnai a sua madre, e che, come ella dice, è un orfano. Per questo scritto Gabriello porterà il nome, e godrà i privilegi dei Visconti. — Il documento, che io sto per rimettere nelle vostre mani, è legge in tutta la signoria del Conte di Virtù. Ma il principe vi dichiara, che la sua volontà è oggi subordinata alla vostra. Egli attende di sentire dal vostro labro se accettate la proposta.„

Agnese ricevette dalle mani del conte il diploma, lo spiegò, finse di leggerlo, o lo lesse realmente per pigliar tempo a decidere. — La prima risposta che le corse alla mente fu una franca e dignitosa negativa. Ella voleva essere dimenticata e dimenticare. Il suo amore materno bastava a fare serena, se non felice, la sua esistenza; quest'amore doveva essere la difesa e la ricchezza di suo figlio. La storia della sua famiglia le ricordava una serie di nobili atti, un costante sdegno d'ogni servilità, una circospezione non mai smentita in accettar favori da chicchessia. Ma, appena ebbe proposto il rifiuto, sbollì quel subito orgoglio, e il pensiero volò a suo figlio, all'avvenire di lui, alla forse per lui troppo grave oscurità del nome. — Ripetè nella mente alcune frasi dell'ultimo scritto di suo padre: quelle che più si attagliavano alla circostanza; e dovette confessare che il suo genitore faceva del Conte di Virtù una lusinghiera eccezione fra i signori dell'epoca. Pensò che, se l'amore materno è il compendio dell'esistenza di una donna, la pietà figliale è per la prole un brano soltanto della sua vita. Pensò ai casi recenti, ai quotidiani pericoli, ai fatti della stessa giornata. Dubitò che l'amor suo fosse temerario in promettere; temette che le forze fossero di gran lunga meno efficaci, che non i propositi. — Pensando prima a sè, poi a suo figlio, la ripulsa le sembrava nobile ed onesto partito; ma se volgeva il pensiero prima a lui, e tornava poi a sè stessa, sentiva che essa era un atto di freddo egoismo; un ribellarsi quasi ai disegni della Providenza. — Levò a caso gli occhi su Canziana, e vide che il volto di lei era radiante di gioja; di una gioja però ansiosa e irrequieta. Le parve di leggere in quell'aria di contentezza l'approvazione alla proposta del conte; anzi, travide o credette di travedere, che la buona donna si sentisse scemare il cuore al solo dubio di non vederla accolta.

L'ansietà è contagiosa. Agnese contrasse l'inquietudine della governante, e sentì, come essa, il bisogno d'escire da quell'imbarazzo. L'impazienza rendeva più difficile il raffronto delle ragioni che dovevano guidarla ad una scelta; ma la necessità di scegliere diveniva sempre più incalzante. Forzata a rispondere, prima che la sua mente avesse sciolta la questione, determinò di abbracciar quel partito, che imponeva alla madre il maggior sacrificio. Le parve con ciò di mettere al sicuro la sua coscienza. Ponendo sè stessa al di sotto degli interessi di suo figlio, ella poteva esser sicura di dar prova di materna carità. Dove più grande era l'atto d'abnegazione, ivi più nobile e più efficace era la testimonianza d'amore.

La parola che traducesse questi sentimenti era scritta nel cuore, ma non trovava la via ad escire pel labro. Avrebbe voluto dire al conte: “io vi rendo l'amore di vostro figlio, e null'altro che questo„; ma temeva con ciò di separare il suo avvenire dall'avvenire di Gabriello; temeva di stringere un'alleanza a condizioni troppo onerose. E quando ciò fosse una promessa, avrebbe ella la forza ed il proposito di mantenerla? Se le veniva chiesto una più chiara definizione del nuovo patto, avrebbe il coraggio di esporne le condizioni, sì intime, sì delicate, sì difficili a tradursi colle parole? Ella dunque non voleva essere ascoltata, ma compresa; esigeva l'assenso altrui, senza averlo richiesto apertamente. Infatti, la parola timida ed incerta poteva destare sospetto di una accettazione incondizionata; la franca e decisa aveva l'aria di un rimprovero ingeneroso.

Collocata a sedere sul letto, aveva il bambino a sinistra, e se lo teneva vicino con un amplesso. Dallo stesso lato era Canziana pietosa sempre e confidente, ma discreta e taciturna. All'opposta parte stava il conte; il quale, levatosi in piedi, aspettava la sua sentenza.

Allora Agnese, seguendo un'ispirazione del cuore, e ripudiato l'infido magistero della parola, sollevò dolcemente dalla sua giacitura il bambino; e, trasportandolo all'altro lato, lo collocò fra sè ed il conte, sporgendolo verso lui con tale atto di vivo e sobrio affetto, che il labro non avrebbe saputo esprimere.

Fu questa la sua risposta, e come tale l'accolse il conte. Quest'atto fu l'espressione fedele della volontà della madre, fu il suggello o la confessione di un fatto, non una promessa, e molto meno un arrendersi per l'avvenire. Gabriello era in mezzo a' suoi genitori; vicino così all'uno come all'altro. Alla consacrazione di un legame, che ravvicinava le sorti di due infelici senza confonderle, vegliava un angelo. La sua innocenza era scudo all'onore di una donna, e poteva divenire una minaccia per chi si fosse scordato di rispettare la santità del nuovo patto.