Medicina avrebbe dato un occhio perchè l'incontro non avesse luogo; e, quando l'impedirlo fosse cosa assolutamente impossibile, avrebbe almanco voluto che messer Barnabò se ne valesse per pigliare il sopravento sul nipote, od anche solo per interromperne i sospettati disegni. — Intanto, per volere di Rodolfo e per conto proprio, si diede con ogni sollecitudine a cercare mezzi, arti, ripieghi, inganni onde la divisata spedizione fosse sospesa o rivocata. Si giovò della confidenza che in lui riponeva Barnabò, per accendere nel suo animo il sospetto: e, quando vide che ogni artificio umano riesciva inefficace, ricorse alle divinazioni ed alle stelle, e coll'ajuto della scienza e col mezzo di Canidia, formulò un responso minaccioso, che avrebbe dovuto far cangiare pensiero a Barnabò, se egli avesse conservato quel rispetto alla scienza che aveva dimostrato in altra occasione[77].
Ma Barnabò, che questa volta voleva interrogare l'uomo e non il cielo, accettò con animo indulgente i consigli di Medicina; perchè glieli aveva dimandati, ma s'irritò contro le stelle, che rispondevano senz'essere richieste. Le arti malefiche potevano inspirargli un pensiero, quando la sua mente fosse vuota; potevano convalidare un suo disegno, qualora egli fosse dubioso; ma non mutare, ciò che egli aveva fermamente deciso.
CXLVI.
Era il mattino del sei maggio, il giorno del convegno, e Medicina non aveva fatto accettare a Barnabò nessuno de' suoi consigli. Solo tra lui e Rodolfo si erano, giorni addietro, pigliate le opportune intelligenze perchè la città in quel dì fosse guardata da un corpo di milizie assai più numeroso del solito. Il pensiero di un colpo di mano sul castello di Porta Griovia non era stato abbandonato; i mezzi ad effettuarlo erano pronti. La Rocchetta di Porta Romana ed il palazzo di Barnabò brulicavano di gente armata. — La città era, o pareva, in festa.
Il Conte di Virtù, all'albeggiare di quel giorno, accompagnato da' suoi officiali Giovanni Malaspina, Jacopo dal Verme, ed Ottone da Mandello, e seguito da quattrocento lance, fra cui brillavano i suoi più fidi e valorosi cavalieri, montò in sella, e si diresse di buon passo verso Milano. Il viaggio fu sollecito e senza avventure.
In quello stessa mattino, poche ore dopo la partenza del Conte di Virtù, il messo secreto di Caterina, reduce da Milano e portatore di un'altra lettera di Rodolfo Visconti, entrò nel castello di Pavia; e, venuto alla presenza di Sua Grazia, da perfetto cortigiano, piegò un ginocchio a terra, e porse sur un bacile d'argento il messaggio diretto alla principessa.
Caterina, in quel momento più impensierita del solito, raccolse il foglio con manifesta trepidazione, ne ruppe il sigillo colla mano tremante, lo spiegò, e lesse sotto voce le seguenti parole.
“Sta di buon animo, o sorella. Dimani (il foglio portava la data del giorno 5 maggio) Pavia obedirà a te sola. — Tre mila alabarde ed altretanti cavalieri aspettano un mio cenno per operare il prodigio. — La residenza di Porta Giovia diverrà un carcere; chi v'entra oggi da padrone vi rimarrà dimani qual prigioniero. — Nostro padre ci applaude. — Penso a te, mia diletta; penso alle tue, alle nostre vendette. Vivi felice.
Rodolfo.
Signore di Bergamo e di Soncino.„
Queste poche parole decidevano una questione lungamente discussa e rimasta sempre sospesa. L'urgenza dei fatti richiedeva una pronta soluzione; questa era la più lusinghiera. La buona novella dissipò le nebbie ipocondriache che intorbidavano la mente della principessa, e richiamò sulle sue labra quasi livide un sorriso di compiacenza, che parve al fido cortigiano la caparra di un generoso premio.