Il crepuscolo è l'ora dei gravi pensieri. La vita dell'universo sembra allentarsi; i polsi del gran colosso sociale battono più radi e più profondi. Nel mondo materiale il cadere del giorno è il punto intermedio fra la vita che produce e quella che consuma. Nel mondo intellettivo è la tregua che ristora le forze dello spirito per spingerle poi nel silenzio della notte più vigorose e compatte alla conquista della verità. — Questa è l'ora della stanchezza per l'artigiano; delle meste ispirazioni pel poeta, del rimorso pel malvagio; del disinganno per l'ambizioso; del rendiconto per tutti. I felici della terra, che non isprecano un palpito senza profitto, la riguardano come il soprapeso della vita. — Se il sorgere della notte li coglie solitarii, rinvengono da quella protervia, che assicura loro un dimani così ridente come l'oggi. Davanti alla maestà del cielo ravvivato dalla prima stella, l'uomo comprende la sua pochezza, l'empio abbassa gli occhi, e il libertino comanda che sieno accesi i doppieri, per affrettare la notte completa, promettitrice di gioje e d'ebrezze artificiali.

Ma l'anima più contristata è quella del prigioniero. La luce diurna penetra scarsa e discreta attraverso la doppia grata, e gli reca ogni mattina una speranza; e la speranza si dilegua con essa al cadere d'ogni giorno. — Mentre si sospendono le industrie del popolo, ed il riposo diviene la sua prima mercede; il prigioniero chiude la giornata nella indecorosa stanchezza della sua inerzia abituale. — Egli invoca il sonno quando tutto il mondo veglia: e il sonno, che egli desidera, non è quello che ristora le forze, e trasporta la mente nelle fantastiche regioni dei sogni. Egli vuol dormire, perchè la veglia, durante quella piena oscurità, gli torna doppiamente tormentosa. Il sole non è ancora scomparso dall'orizzonte, ed egli, con un'ansietà piena di dolore, già ne invoca il ritorno.

L'ora del tramonto è la più mesta per l'esule che rimpiange la sua terra. — Ma il prigioniero è appunto l'esule in mezzo alla sua patria. Dell'aria natía egli non beve che la parte meno eletta; del suo cielo non travede che lo spazio più fosco; gusta i frutti più ingrati della sua terra; ode le parole più aspre della sua favella. Diviso dagli uomini, dalle abitudini, dalle usanze civili del suo paese, egli vede da vicino la terra promessagli pel giorno del perdono, e trema di morire prima di entrarvi. — Alcuna volta egli avrà creduto di poter consolarsi facendo appello alla propria coscienza, o protestando in faccia a Dio contro la parola tiranna della legge; ma se il suo animo non è tranquillo, l'edificio delle sottigliezze, con cui tenta scolparsi, crollerà; e verso la sera, quando la luce del creato si spegne, vedrà rischiararsi quella della sua coscienza, che dà corpo e vita alle ombre dei rimorsi.

Ma Agnese, che nel fondo dell'anima possedeva la convinzione della propria innocenza, poteva levar gli occhi dinanzi alla luce del tramonto, e fissare la maestà del cielo senza timori e senza esitanze. — Ella infatti non si ricacciò nel fondo del suo carcere, non chiuse il capo tra le mani, nè velò gli occhi; ma si volse alla piccola feritoja per bevere cupidamente gli ultimi raggi del giorno moribondo.

Di là la povera donnicciuola, fatta sapiente dalla sventura, volgeva, dimentica di sè stessa, lo sguardo e il pensiero alla città sottoposta, ed abbracciava in ispirito tutta quanta l'umanità. Percorse rapidamente le varie condizioni della vita umana, e tornò forse meno sconsolata in sè stessa; poichè sotto quei tetti, destinati a proteggere la vita del libero cittadino, eranvi per certo anime desolate come la sua. — Gustò allora nella sua pienezza il conforto della coscienza; e in esso trovò il coraggio che attenua il male.

Sotto l'influenza di così nobili pensieri l'istessa natura parve rendersi più docile. Commise la custodia del suo Gabriello alla bontà di Dio, confortata dalla fede che gl'infelici e gli oppressi sono suoi figli prediletti. Bandì le inutili aspirazioni che infiacchiscono il cuore, e raddoppiano i mali. Ringojò le lacrime feconde soltanto per colui che ha l'anima intorbidata. — Infine, posta a confronto la sua infelicissima sorte con quella di colei che ne era la cagione, giudicò che non aveva nulla ad invidiarle; che anzi questa volta toccava alla vittima l'usar pietà a chi l'opprimeva.

I dolori morali, come quelli del corpo, subiscono quasi sempre una vicenda alterna di mitigazioni e di peggioramenti; ond'è fallace il giudizio sull'importanza di un male, quando ci arrestiamo ad esaminarlo esclusivamente nei sintomi di un istante. Agnese in quel punto, davanti al tranquillo aspetto della sua solitudine, confortata dalla sua innocenza, era calma: ma non fu sempre così. — Il cuore alla sua volta, approfittando della stanchezza mentale, ruppe la tregua e rinovò gli assalti. — Quando la ragione attiva e solerte le infundeva la morale certezza che Gabriello era in salvo, sembrava convinta e taceva. — Ma se gli argomenti a creder ciò venivano meno, o se l'intelletto affaticato chiedeva un po' di riposo; il cuore ripigliava i suoi diritti per abbattere l'artificioso edificio delle sue speranze, e reclamare ciò che gli era dovuto.

Noi non accompagneremo l'infelice donna su questo sentiero sì vago, e sì variamente spinoso, perchè, dopo di avere errato a lungo con lei, ci vedremmo ricondutti al punto da cui siamo partiti. Basterà il dire che Agnese ebbe durante la notte qualche breve istante di riposo; ma che esso però non fu di tal natura da ravvivarle le forze affievolite. — La notte, che per chi dorme tranquillo scorre in un attimo, per Agnese fu eterna. — Ma la vicina aurora non nega mai un po' di calma alle anime addolorate. — Quando cominciò ad albeggiare, ella chiuse gli occhi, e s'addormentò tranquillamente.

CIL.

Il sole indorava i comignoli delle torri, e ravvivava con una luce purissima uno de' più bei mattini di primavera, quando entrò inaspettato nel castello un cavaliere portatore di grandi novità. Si affollarono intorno a lui gli scudieri e gli armati; e lo interrogavano sul motivo di quel furioso ritorno, preleggendo sulla sua fisonomia qualcosa d'importante e di straordinario. Egli era latore di una lettera del Conte di Virtù per Caterina sua moglie; ed aveva un sacco di novità da vuotare a beneficio di tutti coloro, che avessero voglia di ascoltarlo. — Partito da Milano la notte, e testimonio oculare degli avvenimenti del giorno prima, era fatto abile di raccontare che il Conte di Virtù si era liberato dallo zio, e che i milanesi con immenso giubilo lo avevano acclamato loro signore. Forse come ogni narratore, che ha il privilegio d'essere il primo a diffundere una grande notizia, condì di qualche iperbole il suo racconto, sopratutto quanto alla parte ch'egli vi aveva fatta; ma la sostanza della cosa era esposta con la veridicità di un rendiconto officiale.