CXLVIII.

Pochi momenti dopo, Agnese venne rinchiusa in un camerotto, posto al piano più elevato della torre di ponente. — Esso era angusto e scarso d'aria e di luce. Una vôlta affumicata, tutta cosparsa di ragnateli, quattro mura nude e polverose, un pavimento, su cui era impossibile riconoscere la pietra o l'ammattonato, sotto una crosta d'immonda scoviglia accumulata chi sa da quanti anni, costituivano la sua interna apparenza. Vi erano le suppellettili di stretta necessità; un saccone che serviva di letto, una panca che era l'unico sedile, ed un rozzo tavolo con suvvi un'idria ripiena d'acqua.

Benchè preoccupata da gravissimi pensieri, l'infelice Agnese, al metter piede in quel covile, ne rilevò tosto la nudità sucida e ributtante; e, per giunta a tanti mali, provò l'incorreggibile ribrezzo del dover rassegnarsi all'uso delle cose circostanti.

La nausea, questa aggiunta di pena non registrata in nessun codice, è difatto la più grave esacerbazione pei prigionieri che, avendo dall'educazione e dalle abitudini contratto speciali bisogni, sentono in modo speciale la privazione dei commodi e dei conforti che vanno congiunti alla vita libera.

L'assoluta parità di trattamento pel colpevole d'ogni classe, può quindi diventare una violazione dell'eguaglianza, cui l'uomo ha diritto in faccia alle leggi. — Questa non intende percuotere tutte le colpe nell'egual misura; sibbene vuol ritrarre da un grado di sofferenza appropriato al grado di colpa, la maggior possibile reazione verso il bene. — La pena non è mai un atto di vendetta, e non è solo un'espiazione succedanea al delitto, o un postumo di questo: ma è il rimedio che previene la ricaduta; è la quarantena di spurgo pei malati o sospetti di contagio. Come rimedio, dunque, la dose di essa dovrà misurarsi secondo la natura del male, e secondo il grado di toleranza dell'infermo. — Amministrarla a tutti in un'unica misura è propinare a questi il veleno, a quello non cagionar altro che un solletico passaggero.

Interrogate i carcerati, appartenenti a varie classi della società; dimandate loro quale è la parte più dolorosa della pena che subiscono. — Tutti risponderanno che la perdita della libertà è la privazione più grave; ma ciascuno avrà un modo speciale di giudicare e di sentire il resto della pena. A taluno riescono insopportabili l'angustia dello spazio, l'aria stagnante, l'inerzia delle membra: altri anzitutto esecra il cattivo nutrimento, il duro stramazzo, le catene pesanti: altri non sa rassegnarsi alla solitudine, al silenzio, o peggio alla compagnia dei tristi. Ma lo strazio privilegiato di alcune persone sarà lo schifo di quanto sta loro intorno. La lama detersa del carnefice è qualcosa di meno ributtante che la sordida mano del carceriere. L'uso può rendere tolerabili i ceppi, il digiuno, lo sciopero; ma nè il tempo, nè la ragione potranno mai abituare taluno alla violazione di quelle leggi di pulitezza che, apprese dalla prima educazione, diventarono una seconda natura. — Così mentre il vagabondo, avvezzo a serenare e a trovar confortevole il più sozzo tugurio, non prova alcun disgusto dello squallore del carcere; mentre il mendico talvolta finge la colpa per essere ospitato in un ritiro di pena, l'uomo educato deve esercitare una crudele violenza sopra sè stesso, per piegarsi al contatto degli oggetti che lo attorniano, senza che la pena abbia un più piccolo sconto per questo sopracarico di mali non preveduto dalla legge.[78]

Anche Agnese in quel momento scordò le pene del cuore, per sentire l'invincibile ribrezzo che le costava il dovere accomodarsi a quella lurida cameraccia. — Pensò l'infelice che le sue membra dovevano cercare il riposo su quello strapunto, tutto squarci ed untume, la cui tinta cupa ed incerta potevasi chiamare il colore dello sporco. Guardò l'idria, che sembrava brillare ad arte in alcuni tratti della sua convessità per crescere la nausea delle striscie che la vergavano di lordure, e degli orli bisunti e scheggiati che la coronavano. Rabbrividì al pensiero, che avrebbe pur dovuto accostare la bocca a quell'immondo abbeveratojo, forse inquinato poco prima dalle labra svergognate del bestemmiatore. Le parve che l'aria fosse pregna di miasmi da bordello, che le mura ripetessero parole oscene. — Soggiogata da insurmontabile fastidio, pensò che il palco drizzato all'aria libera, su cui il condannato non dà che una parte di sè alla mannaja, fosse qualcosa di più eletto, di meno sozzo. — Eppure, malgrado tanto ribrezzo, ella non poteva torcere i suoi sguardi da quel lurido corredo, finchè la nausea del cuore soverchiò quella dei sensi, e ruppe il fascino fatale.

Quando il sole sceso sull'orizzonte gittò alla sfuggita l'ultimo raggio sull'asilo della prigioniera, questa era immersa in altri e più gravi pensieri. — Ella rileggeva colla mente la storia della sua vita, e faceva confronto tra lo scarso bene e il molto male ond'essa era tessuta. Oh allora svanì la ritrosia all'uso delle immonde suppellettili! La vista di tanto squallore materiale, era un nulla a petto dell'urgenza dei desideri e degli affetti, che le ricordavano una ben più orribile miseria.

In questo mezzo, si destò più vivo che mai il pensiero di suo figlio: ma quel pensiero, in cui s'infervorava un amore oltraggiato, generò in lei un'ansia, una necessità, un delirio ognora crescenti. — Disconfessò le inutili ritrosíe di poco prima, pensando che il tugurio sarebbe diventato una reggia, quando fosse diviso col suo Gabriello. — Dimenticò chi era Caterina per volgere a lei mentalmente una preghiera piena d'affetto e di ossequio; avrebbe osato perfino chiamarla clemente, generosa, se le avesse concesso come una grazia ciò che Dio e la natura le davano come un diritto. Raddolcita alquanto da questo pensiero, cercava di consolarsi nella certezza che il suo bambino, ormai divezzato dalla madre, era così sicuro in grembo a Canziana, come vicino a lei. Poi le sembrava che la momentanea lontananza avrebbe accumulato un tesoro di gioje pel dì, pel momento, forse non lontano, di rivederlo. — Ma un istante dopo, tutto ciò le sembrava scarso, vano, insipido; e cedeva al più imperioso bisogno di vederlo, di ascoltarlo, di prodigargli, com'era solita, mille carezze. Se il dar del capo nelle muraglie le avesse lasciato una debole speranza di scampo, si sarebbe lanciata contro di esse. Se avesse potuto colle mani smagliare la grata che muniva la feritoja, avrebbe fatto ogni sforzo per escirne e lanciarsi a corpo perduto nell'abisso sottoposto. — Ma ogni tentativo era inutile; ogni progetto insano; ogni speranza temeraria: bisognava attendere nell'inerzia che Dio toccasse il cuore all'autrice de' suoi mali.

L'ultimo raggio di sole fu per lei come l'addio di un caro che parte; il lento scomporsi delle forme, invase dalle tenebre, era l'imagine materiale dell'amaro disinganno, in mezzo al quale si dileguavano le sue speranze.