I Visconti erano ghibellini; ma a quest'epoca il nome delle due fazioni non aveva più il significato primitivo. Le famiglie potenti, alle quali i comuni avevano conferito il governo delle città, erano guelfe o ghibelline, non perchè favorissero lo sviluppo della libertà nazionale, o difendessero i diritti della corona cesarea; ma si appoggiavano a questa o a quella parte per rassodare la potenza loro ed infeudare nella propria stirpe quell'autorità, che poteva guidarli al trono. — È dunque erronea la sentenza di quanti storici asserirono che la parte guelfa fosse la nazionale. — “Nei vesperi siciliani, che furono un fatto di nazione, quant'altro mai, non si fece strage se non di guelfi[35]„. Erano guelfi i Torriani, come lo fu pressochè tutta Italia, quando Carlo d'Angiò ebbe sconfitto il re Manfredi e con esso la parte imperiale: ma erano guelfi, perchè non potevano più essere ghibellini. — La conseguenza era una sola e la stessa: l'Italia subiva nell'un caso e nell'altro la dipendenza straniera; e, in cambio di servire ai Cesari alemanni, obediva ai re francesi.
Se i Visconti non fossero stati ghibellini di nascita, dovevano divenir tali come successori dei Torriani, per distruggere la potenza dei rivali, e per volgere a vantaggio della propria famiglia le tendenze monarchiche quali si manifestavano nella languente republica. Assisi sul trono e sicuri, avrebbero cessato di mostrare un inutile studio ad una fazione od all'altra: intenti solo a liberare la patria da ogni influsso straniero, a spese della libertà interna, che ormai non sapevasi abbastanza difendere. Venne infatti il dì che i Visconti, fidando la propria fortuna alle armi, schiacciarono con mano di ferro ogni fazione; allora si dannò perfino a morte chi solo pronunciasse la parola di guelfo o di ghibellino. Ma finchè essi salivano, avevan bisogno di un appoggio; il ghibellinismo favoriva lo sviluppo del concetto monarchico, ed abituava i tralignati republicani a riverire una dinastia. Del trionfo della parte ghibellina tutti i nobili si erano felicitati; ma “immiseriti da un lungo esilio, avevano pigliato un contegno rimesso ed ossequioso; la loro condiscendenza tralignò in obedienza, e la republica di Milano, governata dai Visconti, non tardò guari a mutarsi in principato[36]„.
Da qui inanzi, per quasi due secoli, la storia di Milano è strettamente legata a quella dei Visconti, sì che l'una nell'altra si confonde. V'ebbe un periodo in cui ricomparve la signoria dei Torriani; ma fu brevissimo: l'intrusa potenza sembrò suscitata dal destino a rinfrancare viemeglio la grandezza de' suoi rivali.
L'arcivescovo Ottone Visconti, settuagenario, trattava armi e cavalli come un giovine capitano; ma, giunto a decrepita vecchiezza, chiuse il suo governo cedendolo al pronipote Matteo, dopo averlo coi supplicii e colle alleanze messo al riparo dalle pretensioni degli emuli. Nell'elezione di un successore violava egli la prima e più importante legge della costituzione republicana. Grave dovette essere lo scandalo: ma nessuno osò opporsi. Il Consiglio fu interrogato, solo perchè non v'era dubio che avrebbe ratificata l'usurpazione.
Ottone passava gli ultimi suoi giorni nell'abbazia di Chiaravalle; e Matteo, col nome di capitano del popolo, continuava in Milano l'opera dello zio. Meno violento e più scaltrito di lui, chiamò a parte de' suoi ambiziosi disegni la stessa rappresentanza del popolo, forzandola a cospirare inconsapevolmente contro la libertà della patria. In questo senso soltanto, e come maestro nelle arti degli ambiziosi, non deve negarsi a Matteo il nome di Magno, che la storia gli ha troppo generosamente decretato.
Per frenare i replicati tentativi dei Torriani egli aveva bisogno d'armi; e già, l'annuncio di una nuova crociata minacciava di suscitare e rivolgere a lontana impresa l'ardore guerriero de' suoi. Matteo seppe soffocarla. — Dall'imperatore Adolfo di Nassau implorava intanto la dignità di vicario imperiale. Ma le pratiche intorno a ciò erano condotte con tale mistero, che quando giunse il diploma cesareo, tutta Milano credette dovere esso tornar nuovo e quasi sgradito al suo signore. — A convalidare l'inganno, Matteo si finse restío ad accettare la dignità conferitagli; e vi si piegò solo quando il consiglio popolare gli diede quell'assenso, che in niun caso gli avrebbe saputo negare. — Ottenne dallo stesso consiglio la facoltà di usare contro la fazione torriana di quei mezzi, ch'egli aveva già apprestato in secreto; e fece nominare capitano il figlio Galeazzo, proponendolo a tale officio con quel piglio dei tiranni, che non ammette discussione.
Ma l'avveduto principe fu cieco padre: poichè le improntitudini di Galeazzo affrettarono il ritorno de' suoi nemici. Guido della Torre costrinse colle armi il Visconti ad abbandonare la signoria, e a cercare nell'esilio l'oblio della sua sventurata ambizione (1302). — Matteo sopportò la mala fortuna con non comune grandezza. In un piccolo borgo della terra veronese seppe gustare per molti anni la calma della vita privata, aspettando com'ei diceva — “che i peccati dei Torriani superassero quelli dei Visconti[37].„
Guido della Torre restaurò il governo popolare, e lo mantenne in pieno vigore per cinque anni. Ma, rieletto capitano, cedette alla tentazione di allargare la propria autorità, a spese dei diritti del popolo: facile impresa, da che questo aveva ormai rinunciato alla custodia delle proprie franchigie.
Fu a quest'epoca che Enrico di Lucemborgo, eletto imperatore, scendeva in Italia per cingervi la doppia corona; rito, per circa un secolo, obliato da' suoi antecessori. Scendeva egli in Piemonte, già informato di quanto accadeva a Milano da Francesco Garbagnate, accorso ad incontrarlo al di là delle Alpi. Lo zelo di costui rimise i Visconti in grazia dell'imperatore; sicchè Matteo, dietro avviso dell'amico, escì dal suo modesto ritiro di Nogarola; e, trovatosi con Enrico nella città di Asti, entrò in domestichezza con lui, e n'ebbe larga promessa di protezione. — Infatti, la venuta dell'imperatore in Milano segnò la seconda ed irreparabile caduta dei Torriani. Guido, sedotto da falsi consigli, troppo fidando nel numero e nell'ardimento de' suoi partigiani, meditò un piano di resistenza contro gli imperiali. Se non che, scoperta la trama da quelli stessi, che dovevano prendervi parte, mentre i figli del Visconte (non del tutto innocenti) escivano assolti, Guido, i suoi congiunti e gli amici della sua parte, dopo una rotta decisiva, furono banditi dalla città, e taglieggiati nella vita e nelle sostanze (1311).
Lo scaltro Visconti aveva condotto a buon fine la difficile impresa, palliando con arte finissima la sua ambizione. — Lo stesso imperatore, tratto in inganno dalle sue disinteressate proteste, gli confermò la dignità di vicario imperiale, estendendola a più vasta giurisdizione. A Matteo spettava la suprema amministrazione dello stato; a' suoi figli, strenui soldati, la difesa e l'ampliamento di esso. In tre anni, il piccolo stato soggetto ai Visconti, comprendeva undici cospicue città.