Il Papa Giovanni XXII, ingelosito dai rapidi progressi di questa famiglia, che minacciava di raccogliere sotto il suo scettro le lacerate province italiane, moveva querela contro Matteo per la dignità di vicario imperiale da esso lui accettata a danno della libertà italiana, che in quel punto tornava bene il difendere. — Matteo eluse le iraconde pretensioni del Papa dimettendo la vanità del titolo; anzi, persuase il proprio figlio Giovanni a spogliarsi del pallio arcivescovile di Milano, perchè lo assumesse frate Aicardo Caccia, eletto intempestivamente dal Papa. — Dalla condiscendenza di Matteo l'irrequieto pontefice trasse maggiore baldanza ad osteggiarne i diritti. Egli suscitò la Francia contro lui; e già le legioni regie calate dalle alpi minacciavano il Visconti d'una guerra di sterminio.

Ma il sagace Matteo anche questa volta seppe scongiurare la procella. — Con larghe proteste e generosi doni, secretamente spediti al campo francese, disarmò gli spiriti guerrieri del capitano nemico; il quale, pago delle spiegazioni ottenute, ricondusse il suo esercito fuori d'Italia senza colpo ferire.

Ancora più adirato il Papa brandì le armi spirituali, e fulminò la scomunica contro il Visconti (1322). Ma gli anatemi già troppo abusati non produssero alcun effetto. Volevasi sollevare il popolo contro la signoria, e questo non si scosse. Matteo, invitato solennemente a scolparsi davanti al legato pontificio residente in un borgo presso Alessandria, vi spedì in sua vece il proprio figlio Marco alla testa di una poderosa armata, contraponendo minaccia a minaccia. — Gli inquisitori non aspettarono il figlio dell'impenitente Visconti. Postisi al sicuro in Valenza, fulminarono contro il signore di Milano una seconda scomunica, condita di così strane imprecazioni, che il successore Benedetto XII, per decoro della sede pontificia, le dovette ritrattare ed annullare, l'anno 1341[38].

XCIV.

Ci sia permesso di ravvicinare e porre in confronto alcune date storiche, onde rimovere il sospetto d'aver scelto ad arte le occasioni di combattere la temporale autorità dei pontefici, d'averla giudicata dagli abusi che la macchiarono, d'aver posto l'eccezione all'altezza della regola.

Prima di Costantino, i pontefici oscuri, umili, poverissimi regnavano sui loro seguaci per la fede ardentissima, e per la carità di cui erano banditori e modelli. Essi facevano causa comune coi neófiti, dividevano con essi nel bujo delle catacombe il pane del povero; fuor di quelle, gli strazii e la gloria del martirio. — Il figlio di Costanzo Cloro, abbracciando la fede di Cristo (312), pose fine alle persecuzioni. Disfatto Massenzio ed ucciso in battaglia il feroce proconsole Licinio, rassicurò alla novella cristianità un'era di pace; ma, traviato da un improvido fanatismo, credette far più gloriosa la chiesa, arricchendola di quella dote madre di tanti mali, che strappò allo sdegnoso poeta quell'amara invettiva contro i chierci del suo secolo:

.... la vostra avarizia il mondo attrista,

Calcando i buoni e sollevando i pravi[39].

Gregorio Magno favorì la caduta degli esarchi ed inaugurò un'epoca affatto nuova pei pontefici (590). Da quel momento il suo sacro officio varcò il tranquillo e modesto esercizio delle virtù cristiane. Il mansueto pastore cominciò a gustare la vanità mondana; ma scorrendo sul pendío delle ambizioni, non seppe arrestarsi e, molto meno, potè risalire alla purezza della sua originaria istituzione. Caddero gli esarchi, e Roma si prosciolse dall'obedienza verso gli imperatori iconoclasti (726); gran ventura per quel secolo, ma irreparabile calamità pei successivi; perocchè d'allora

. . . . . . . . . . . . . la chiesa di Roma