Esultava il popolo milanese in mezzo a tanta baldoria. Esagerando il valore del tesoro scoperto, credeva di non aver più a sopportare tasse od imposte. Ma in mezzo alla publica festa, la più grande e la più sincera gioja nasceva dal pensiero d'aver cangiato il feroce padrone in un principe mite e generoso. — Era un pezzo che i milanesi invidiavano gli abitanti di Pavia; ora la generosità, con cui il Conte di Virtù aveva trattato il popolo di Milano in quei primi giorni, lo confermava nella stima che s'era concepita di lui. — Ond'è che non poteva apparire in publico, senz'esservi acclamato principe e signore. Dal canto suo il conte, mostrandosi lieto delle accoglienze, dichiarava agli amici, ai magistrati ed a tutti, che non avrebbe assunta la Signoria, se il consiglio generale della città non gliela conferiva nelle forme richieste dalla costituzione del paese.

L'ira del popolo contro tutto ciò che apparteneva all'esecrato governo, non ebbe fine coi saccheggi. Vi erano in città memorie più vive e più palpitanti delle sofferte sventure; v'erano i complici della recente tirannide. E il popolo li andava cercando; e, quando credeva di averne trovato uno, lo voleva acconciare a suo modo.

Le poche famiglie, che erano legate al governo di Barnabò, o che ne godevano i favori, lui caduto, abbandonarono la città, e si ritirarono nelle castella, lasciando che i successivi avvenimenti dichiarassero meglio di chi era la vittoria, e che intanto si raffreddasse il furore del popolo. Molt'altri, credendosi meno in vista, o pensando essere la fuga un partito troppo avventato, se ne stavano rinchiusi, studiando qualche nascondiglio, preparandosi una doppia escita pel caso d'invasione. Altri ancora avevano preso il partito di unirsi agli schiamazzatori, di scendere in piazza, e di gridar con essi viva; badando a gridar forte e fra i primi: e, in mezzo a questi, erano alcuni che pochi dì prima insultavano il publico dolore, fatti arroganti dall'immunità guadagnata a prezzo di adulazioni e di denuncie. — E il popolo anche allora si mostrò pronto a menar buoni questi sùbiti ravvedimenti, e a perdonare, nella maggior parte dei casi, il triste passato.

V'era poi un grande numero di persone, che, come avvien sempre, diceva di aver veduto e predetto il grande avvenimento in mille occasioni. A sentirli, costoro si erano fitti in capo da un pezzo che le cose non potevano andar sempre ad un modo, che alla fine dovevano mutare; che Dio non paga il sabato; e assicuravano, che avrebbero voluto avere tanti ducati in tasca, quante volte avevano susurrato all'orecchio di Tizio e di Sempronio, che messer Barnabò doveva fare mala fine. — Colle chiacchiere sanavano essi qualche antica piaga; e tornavano amici con coloro che poco dianzi solevano guardare obliquamente.

Se un popolo, insultato lungamente in ciò ch'egli ha di più sacro ed inviolabile, avesse il diritto di farsi giustizia da sè e alla spicciolata, dovremmo dire che anche in questa occasione i milanesi furono assai generosi; perocchè, dopo di aver dato sfogo alla naturale passione manomettendo le spoglie dell'inimico, si sentirono l'animo così sazio ed alleggerito, da non chiedere altre vendette. — La publica festa fu accompagnata da dimostrazioni che toccavano al delirio, ma non fu bruttata di sangue. I tristi fautori della mala signoria avevano subito la più grave e la più giusta delle pene, assistendo al trionfo dei loro naturali nemici.

CLII.

La condotta di Giangaleazzo era un frutto precoce di quella politica astuta e temperata, che in lui nasceva da istinto, e che più tardi divenne una scienza a beneficio dei governanti.

Egli era certo di possedere le simpatie dei milanesi; finse nullameno di metterle in dubio onde provocare il voto publico, e farsi forte della sua autorità. Per tal modo, egli cessava d'essere il solo responsabile delle sue azioni, e metteva il nuovo governo sotto l'egida della sovranità popolare. Ma ciò era ancor poco. Il modo violento col quale aveva trattato lo zio, immune da censura finchè durava l'ebrezza della vittoria, coll'andar del tempo, e dietro il naturale illanguidirsi delle memorie, poteva divenire titolo d'accusa contro di lui. Bisognava cercare la via di giustificarlo. Laonde, ordinò che per cura di specchiati cittadini si raccogliessero i fatti che aggravavano la condotta di Barnabò, e si compilasse un regolare processo della sua decadenza.

Non fu d'uopo ricorrerere a calunnie o ad esagerazioni perchè Barnabò apparisse reo di gravissimi delitti e indegno dell'autorità sovrana. Gli atti di ferocia da lui commessi furono registrati e documentati colla maggiore esattezza. La sua prepotenza contro il clero, lo sprezzo delle scomuniche e l'empietà della sua vita, lo qualificavano come un uomo abbandonato da Dio. Il progetto di dividere lo Stato fra i suoi figli, lo accusava di violazione degli statuti patrii. Nel sommovere la feccia vennero a galla molte circostanze prima ignorate. Si potè provare che Barnabò tramava contro la vita e la signoria del nipote. Per ultimo, venne asserito che colle arti diaboliche e coi maleficii aveva rese sterili le nozze del Conte di Virtù; onde, in ogni caso, diventare signore di Pavia per legittima successione.

Queste accuse non avevano bisogno di prove: le prime perchè troppo evidenti, l'ultima perchè assurda. — Eppure, mentre quelle non aggiunsero alcuna importanza al già fatto, questa produsse conseguenze nuove ed inattese. — L'attentato di Barnabò contro la vita del nipote risvegliò lo sgomento, che tien dietro ad un pericolo prossimo e gravissimo superato felicemente, ma del tutto a caso. La taccia di stregoneria aggiunse al ribrezzo di un nome esecrato un prestigio fatale e terribile, che destò nelle menti impaurite il bisogno di premunirsi contro una potenza sovrumana, domata forse, ma non ancor vinta. Gli assassinii e le crudeltà erano fatti completi, da cui non potevano nascere altre conseguenze; queste tenebrose macchinazioni mettevano capo nel vuoto; e le menti inferme, atterrite dal precipizio che si vedevano davanti, si logoravano nel consultarne la profondità ed il pericolo; pareva che il raccapriccio, che ne provavano, contenesse qualcosa di lusinghiero.