Il publico non si curò di quanto già sapeva. Si arrestò di preferenza ad esaminare questa nuova accusa, dimandandone ad alta voce spiegazione, ed aspettando che fosse fatta giustizia. — Siccome Barnabò, come principe, sfuggiva alla pena del suo delitto, la vendetta del popolo volle rifarsi del frodato spettacolo, cercandone più al basso i complici. È raro, che la mente umana non sogni d'aver scoperto il vero, se lo cerca in mezzo all'errore. Quanto più il delirio è grave, altretanto le visioni acquistano forme sode e precise, che le fanno simili alla verità.

Bastò quindi che una sola persona pronunciasse a caso o ad arte il nome di Medicina, perchè altri lo ripetesse, aggiungendovi che quegli era il complice tanto ricercato. Ciò che da prima parve solo possibile, sembrò poi probabile, e finì per essere tenuto come certo. Circolò la notizia per le bocche di tutti; e chi la riceveva come un sospetto, la rimetteva in giro siccome un fatto.

In questo caso, la coscienza publica non aveva bisogno d'armarsi di solide ragioni nè di una dose speciale di credulità, per convincersi che Medicina era uno scelerato. Non era fargli torto il crederlo atto e pronto ad ogni nefanda azione; se il delitto che gli veniva imputato era possibile, egli, il ribaldo per eccellenza, doveva esserne macchiato.

La vita di Medicina era un mistero; ed il mistero s'accomodava facilmente alle ipotesi le più arrischiate. Sapevasi ch'egli era esperto nelle scienze occulte e nella negromanzia, che godeva di una privilegiata domesticità col principe; che infine era ricco, e che ammassava l'oro a palate. — Tutti indizii che nella mente del vulgo lo condannavano senza remissione.

Come la pensassero i giudici, noi sappiamo. — Ma siccome v'era più d'un motivo per procedere contro Medicina, anche senza piegarsi alle superstizioni popolari, così dobbiamo ritenere, che sia stata saggia cosa l'ordinarne l'arresto.

Ma il ciurmatore, preveduta la disgrazia, per sfuggire alle ricerche della giustizia, riparò nel tugurio di Canidia; la quale, quando non era una sibilla, diveniva la più laida bugandaja di Porta Tosa. Due o tre giorni di inutili pratiche per parte della giustizia e de' suoi bracchi, avevano dato tempo al publico di calmarsi alquanto, e l'agio a Medicina di proveder meglio ai casi suoi. — Dolevagli però la vita sfaccendata e neghittosa; e, per quanto si sentisse sicuro della protezione di Canidia, sentiva il bisogno di mutar aria, e d'andarsene lungi da Milano le cento miglia, in luogo sicuro, dove ravviare qualche intrighetto e godersi in pace i frutti della professione. Dopo quattro giorni di ritiro, che gli parvero un secolo, pensando che il furore popolare fosse interamente sbollito, stimò venuto il momento di escire dal suo nascondiglio, e di evadersi inosservato a tutti, e perfino alla sua ospite.

Canidia (sia detto a schiarimento dei fatti che stanno per succedere) vantava dei diritti sulla persona del suo ospite. Ne' suoi tempi, Medicina aveva posto su lei gli occhi disievoli; e v'ebbe fra i due ribaldi qualche nodo d'amore districato col coltello; ma più tardi, accortasi la sibilla che il suo amante avrebbe forse diviso con lei una parte de' suoi guadagni, non mai la gloria dei Medicina, si accontentò di servirlo nelle sue ciurmerie, e di far l'amore non più a lui, ma a' suoi gruzzoli. Con questa vista, lo salvò e lo sottrasse alle ricerche della giustizia; ma, divenuta padrona della sua vita, non ristava dal magnificare il servigio che gli aveva reso, e d'avanzare fuor dei denti una cifra alquanto ardita pel suo riscatto. — Canidia era veramente degna dell'amico suo.

Quella mattina, la sibilla se n'era andata al guado prima del levare del sole. Ne approfittò Medicina per raccogliere il bello e il buono che aveva posto in salvo; lo rinchiuse in una sporta; vestì il sajo ed il mantelletto; si appiccò al mento la solita barba; tracciò alcune rughe sulla fronte e lungo le guancie per aggiungere vent'anni alla sua quarantina; poi, pigliato il bordone e la sporta, s'avviò per escire; pensando di dare un canto in pagamento alla sua creditrice.

Il ciurmatore non era più riconoscibile. All'aria devota, all'andare sghembo ed incerto, voleva sembrare uno che arriva, non uno che va. Era questa l'arte più opportuna per deviare ogni sospetto. Scese le scale, spalancò l'uscio della casa, e sul primo dei tre gradini, che presidiavano la porta, girò l'occhio all'intorno, e fiutò l'aria per sentire se spirava propizia. La strada era completamente deserta: percorse il piccolo chiassuolo delle Tenaglie di Porta Tosa, ove abitava Canidia, piegò a destra verso il brolo di S. Stefano, e di là discese per un'altra stretta verso il giardino dell'arcivescovado, che era a quei dì il mercato degli ortaggi; pensando che quella fosse la via più diretta e sicura per giungere alla pusterla del Butinugo, una delle meno frequentate della città. Per quella egli intendeva di escire, di pigliare le strade di traverso, e di camminar ben bene prima di voltarsi indietro.

Il giardino dell'arcivescovado, convertito a quei tempi in mercato pei commestibili, era una piazzetta di forma irregolare, ingombra di tende e di baracche, che la facevano simile ad un accampamento. Vegliavano alla custodia ed allo spaccio delle civaje e dei pollami certe comari, dalla faccia abbronzata e dall'età inqualificabile, le quali non avevano altre gentili apparenze del loro sesso fuorchè la gonna e la prontezza dello scilinguagnolo. In attesa del sole e dei compratori, chiacchieravano tra loro con un tuono di voce sì vario e sonoro, che pareva il preludio di una rivolta. Ma i visi, benchè improntati di una fierezza maschia, erano calmi; le braccia e le mani, benchè sembrassero latine e pesanti, pendevano inerti, o vezzeggiavano il turgido abdome.