“Conduciamolo al Broletto. — No, al palazzo di giustizia. — Prima alla curia; bisognerà cavargli dal corpo il demonio. — E se andassimo a S. Eustorgio, dagli abati? — Ma che volete che facciamo noi? chiamiamo i nostri uomini. — Gli uomini! domattina sul fresco! ci porterebbero via tutto il merito, poi tutto il proveccio! — Che bisogno abbiam di coloro? sappiamo anche noi menar le mani, e fare star a segno i prepotenti. — Vivano le donne di Milano! — Suvvia, pigliamolo. — Pigliatelo voi altre, che ne avete maggior agio. — Della corda, della corda; bisogna legarlo. — Bisognerà riguardarlo, condurlo sano e salvo in stia. — Perchè? — perchè fra pochi dì ci renda merito del servigio sulla piazza della Vepra.... Che bel falò...! Che atto di giustizia...! — Muojano i paterini e gli scomunicati. — Viva Milano, viva Giangaleazzo!„

Tali erano i detti, o meglio le grida, che escivano da quelle creature, tutt'altro che degne d'appartenere al sesso gentile.

I detti erano fino a questo punto più larghi e decisi che non le azioni. Ma l'attrito di tante e così fervide parole avrebbe fra poco conciliate le volontà dissenzienti, e messe in movimento le braccia fin qui inoperose. Medicina non attese di vedersi soffocato da quelle furie, e tentò un colpo da disperato. Trasse di sotto un coltello; e, facendolo guizzare per l'aria, gridò: “Avanti chi ha coraggio.„ Il tiro parve ottimo: invitare il nemico a farglisi incontro fu precisamente come respingerlo. — Subito gli si aperse intorno un po' di largo; da una parte, la siepe delle persone già gli presentava una breccia accessibile. — Tentò di fuggire per essa; stese il braccio armato, e lo rotò davanti a sè. — Le più vicine indietreggiarono sbigottite; le altre, ritirandosi sui lati, allargavano il varco all'escita del furibondo.

Allora tornò a sperare: pochi passi ancora, un po' di coraggio, ed egli era salvo. — Ebbe tempo di rallegrarsene fra sè e sè; vagheggiò nella mente il pensiero della libertà, e gustò la vita dopo d'aver sentito i tocchi dell'agonia. Quanto alla roba perduta, pazienza: gli avanzavano mente, libertà e coraggio per raggranellare un altro tesoro. — Ma correva egli confidente sullo sgombro, quando ad un tratto si sentì côlto da una dolorosa stretta, che, cagionandogli una specie di vertigine, e soffocandogli il respiro, lo incatenava al suo posto. — Una di quelle femine che teneva fra le mani la corda tanto richiesta, e che l'aveva annodata all'estremità, facendovi un cappio corsojo per legare il prigioniero, al vedere che costui gli fuggiva davanti, tentò di giovarsene per arrestarlo. — Allargò il nodo; lo prese colla mano destra, mentre colla manca teneva il capo opposto; indi lo scagliò in aria con tale giustezza, che il nodo investì la testa di Medicina, e gli scese fino sulle spalle. — Un passo di costui fece scorrere il nodo, e incapestrò il fuggitivo.

Le sue smanie non facevano che stringere più fortemente il laccio: l'infelice non lasciò intentato ogni mezzo per liberarsene. — Le minaccie e le bestemmie, che gli gorgogliavano nella strozza, morivano in un rantolo simile al singhiozzo d'un moribondo; una bava densa e insanguinata gli bolliva sulle labra. Sollevò di nuovo il coltello, e, rivoltolo contro sè, tentò di tagliare la corda; alla peggio, si sarebbe recise le canne della gola piuttosto che arrendersi. — Ma il suo disegno fu prevenuto e mandato a male; una strappata di chi sa quante braccia, ciascun pajo delle quali aveva impiegato una forza doppia della richiesta, lo fece traboccare: nella caduta gli fuggì di mano il coltello. Con una voce strozzata, implorò da quelle furie non la sua libertà, ma la grazia di morire secondo la legge, dopo una sentenza e per mano del carnefice: non ivi, sul lastrico, senza aver dimandato perdono a Dio de' suoi peccati. — Pregò, promise, pianse come un fanciullo. — E il cuore di quelle femine, a cui bastava di potere servire alla legge, e di prepararsi un bel guadagno e lo spettacolo di un rogo, si mostrò pronto ad accondiscendere alla preghiera, purchè si levasse, e non facesse resistenza. — Si alzò difatto; ma era malconcio, pesto, deforme; aveva la faccia livida, gli occhi injettati di sangue, le membra contuse e tremanti.

Percorse un tratto di strada senza offese; non contando le contumelie, che gli venivano lanciate, e che egli più non udiva. — Ma, giunto il corteggio sulla piazza dell'Arengo, incontrò una turba di gente avvinazzata, che, veduto il parapiglia e inteso di che si trattava, volle avere la sua parte in quell'atto di giustizia.

La mente si ritrae con ribrezzo dal pensare a quali eccessi possa giungere la mano dell'uomo, dissenziente lo spirito, o illuso in strana maniera da un falso ossequio alla publica moralità. — La frenesia, che invade l'individuo, e gli toglie il senno e la coscienza, fermenta pure nelle turbe, e ne confonde la ragione. Fuorviate dal delirio, esse smarriscono la consapevolezza dell'opera loro, e si affaticano a raggiungere un effetto perfettamente contrario a quello già vagheggiato dalle intenzioni. — Quasi sempre gli assassinii, perpetrati da una plebe furibonda, sono la somma di tante piccole intemperanze, ciascuna delle quali è per sè stessa una perdonabile violenza. — Il presente fatto ne è una prova. Ad uno ad uno, quei popolani s'aspettavano di vedere un atto di giustizia richiesto e sanzionato dalla legge. Ma in ciascuno v'era un fremito d'odio, che richiedeva uno sfogo; nessuno volle o seppe rinunciare alla sodisfazione di esprimerlo, credendo di porgere una testimonianza d'abborrimento al male, di fare un atto di riverenza alla giustizia. — Non un'arma si drizzò contro Medicina; non si pensò di tentare a' suoi giorni; anzi, tutti lo volevano salvo. Ma intanto ei fu vittima di una generale esazione di piccoli insulti. Egli non giunse al Broletto, ma vi fu trascinato di forza: e nel momento che la turba credette di consegnare alla legge un reo, scoperse che il reo era fatto cadavere. Si cercò invano sul suo corpo una ferita mortale. Nessuno lo aveva ucciso; ma gli urti, gli spintoni, le ceffate, i calci, che lo facevano cadere a terra, e le strappate che ne lo sollevavano brutalmente, erano tal somma di mali, cui non potè reggere forza umana. Nessuno lo aveva ucciso; ma egli era morto. La pena aveva preceduto l'invocato giudizio.

Quest'atto feroce fu indegno di un popolo, che inaugurava l'impero della legge, e voleva fare un passo verso la libertà. Fu lo stravizzo del famelico, che dinanzi ad una copiosa imbandigione dimentica la temperanza, ed obedisce agli istinti.

Quanto a Medicina, una fine tanto orribile era la sola veramente degna della sua scelerata vita.

CLIII.