Non andò guari, infatti, che anche Padova venne aggiunta allo Stato di Milano; perocchè Francesco da Carrara fece vana prova delle sue armi. Mal difeso da un popolo ch'egli aveva oppresso, cadde in potere del nemico, che lo trasse prigioniero nel castello di Monza. Per tale avvenimento, il confine dello Stato milanese toccò la spiaggia del mare Adriatico.
Ormai padrone di tutta l'Italia superiore, Giangaleazzo volse lo sguardo alla parte centrale della penisola. — Espugnata Bologna colle armi, riscattò a patti Perugia ed Assisi. Anche i signori di Nocera e di Spoleti, presentendo la necessità di piegarsi alla forza ed alla fortuna di un rivale formidabile, cedevano a denaro la signoria. — Pisa fu venduta al Visconte da Gerardo Appiani, e Siena si arrese spontaneamente alle sue bandiere.
La republica di Firenze, gelosa dell'interne libertà più che della salute della patria, con publico manifesto chiamò fedifrago e tiranno il principe lombardo che agognava a cingere la corona d'Italia; e, con rimedio peggiore del male, invitò il re di Francia a scendere in Italia e ad opporsi alla crescente potenza dei Visconti.
Per buona sorte, Jacopo dal Verme, capitano dei milanesi, raccolto un nerbo di truppe nel forte di Alessandria, potè attendere di pie' fermo le legioni francesi, e contrastar loro il passaggio del Tanaro. — Il conte d'Armagnac assediava la fortezza, e con villane provocazioni invitava i lombardi ad escire dal covo ed a misurarsi con lui. — Quando ne fu il momento, Jacopo dal Verme ripigliò l'offensiva; nella giornata 25 luglio 1391 sorprese il campo nemico, fece prigioniero il conte d'Armagnac, e tolse le armi ai pochi che non avevano perduta la vita nella battaglia.
Con altri mezzi, e con eguale fortuna, Giangaleazzo combatteva, e superava le difficoltà che gli venivano opposte dai Pontefici, i quali non sapevano rassegnarsi alla perdita di Bologna e delle altre città, già spettanti alla santa Sede.
La tiara era a quei dì, e lo fu poi per quarant'anni di sèguito, l'oggetto della contesa fra due emuli. — Urbano VI era papa a Roma: Clemente VII voleva esserlo ad Avignone. Il Visconti non imitò il suo predecessore; ma, cercando di renderseli propizii entrambi, adoperava l'amicizia dell'uno per combattere le pretensioni dell'altro. E intanto che aspettava di riconoscere quale dei due pontefici fosse il legittimo, sottomano estendeva i suoi confini nelle terre della Chiesa, e le amministrava con sodisfazione dei soggetti.
Da ciò, non del tutto fuor di ragione, gli storici ed i cronisti dei tempi trassero argomento di chiamare ingenerosa e sleale la condotta di Giangaleazzo. Ma ai nostri giorni, e davanti alla insuperabile necessità di aver una patria, non dobbiamo trovarvi grande motivo di scandalo. — Quando la suprema dignità della Chiesa era divenuta il trastullo di due individui, e nè l'uno, nè l'altro degli emuli inspirava la certezza della propria legittimità, non era affatto riprovevole colui che finiva per non riconoscere nè questo, nè quello. — V'erano in Giangaleazzo dei sentimenti più forti che non il vano rispetto ad un'autorità, che si era degradata da sè stessa colla discordia.
Francesco Gonzaga, prevedendo di dover provare tra poco la sorte degli Scaligeri e dei Carraresi, tentò la fortuna delle armi, e provocò una guerra, in cui le schiere di Giangaleazzo, capitanate da Jacopo dal Verme, riportarono una nuova vittoria. — Il Po in questa occasione fu il teatro di una battaglia navale. Le vele dei Gonzaga presidiavano le due rive del fiume, congiunte da un ponte di legno, che fu miracolo d'arte in quel secolo. Ma l'accorto dal Verme armò di materie incendiarie un gran numero di chiatte, e le spinse infiammate col favore della corrente contro il ponte, il quale arse d'improviso, e cagionò il disordine e la sconfitta dell'esercito nemico.
Quella stessa moderazione, che insegnava al Conte di Virtù di piegarsi apparentemente alla volontà degli antipapi, lo rendeva ossequioso e riverente dinanzi alla autorità dell'imperatore. — Bisogna dire che pei suoi fini avesse mestieri della protezione cesarea. Gradì infatti il titolo di vicario imperiale, e più tardi sollecitò dall'imperatore Venceslao quello di duca, sottoponendosi ad un'ingente spesa, onde assicurare a sè ed a' suoi successori il retaggio di una corona.
L'atto di liberalità dell'imperatore suscitò infatti gli sdegni dei prìncipi di Germania, che deposero Venceslao e conferirono la porpora imperiale a Roberto di Baviera. Costui l'ebbe a condizione di rivendicare da Giangaleazzo la mal donata dignità ducale; e vi s'accinse imponendo per iscritto al Conte di Virtù, milite milanese, di rendere all'imperatore tutte le città, terre e castella spettanti al romano impero, minacciando in caso di rifiuto di trattarne il possessore come fellone.