Dalla risposta del duca si vedrà com'egli intendesse la sua dipendenza verso l'impero. — Nel ducale rescritto egli si qualifica, in onta alle minaccie, duca e signore di Milano, chiamasi legittimamente investito della ducale autorità dal re dei Romani, e rigetta l'accusa di ribelle su Roberto, che disconosce l'operato del suo predecessore. Chiude infine, giurando di volere difendere colle armi i proprii diritti contro chiunque osasse violarli.

L'imperatore non aggiunse altra parola: scese dalle Alpi, e mosse incontro al duca con poderoso esercito. — Ma le milizie del duca, accampate sulle terre Bresciane, non lasciarono tempo agli imperiali di raccogliersi e di spiegare le proprie forze. Il conte Alberico da Barbiano, condottiero della compagnia militare di s. Giorgio, che aveva per vessillo — L'Italia liberata dagli stranieri — guidò le manovre dei milanesi, e fu l'eroe della giornata. Gli imperiali ebbero la peggio; e l'imperatore Roberto, raccolti i pochi avanzi del suo esercito, per la via di Trento, ritornò in Germania a medicare le sue piaghe.

Può sembrar strano come il Verri ed il Giulini, i benemeriti campioni della storia milanese, onestissimi scrittori e diligenti raccoglitori di notizie patrie, mentre si mostrano rigidi ed inesorabili nel giudicare la condotta politica del primo duca di Milano tacciandola di doppiezza e di slealtà, non abbiano una parola per commendare l'ardimento e la fortuna delle sue imprese militari. Anzi, mentre accusano Barnabò, perchè imperito nella guerra volesse in più circostanze guidare egli stesso l'esercito, non osano confessare che Giangaleazzo ebbe la fortuna o la sapienza di confidare la bandiera della patria ad abilissimi capitani, che la riportarono sempre ornata di qualche nuovo alloro. I due lodati storici scorrono leggermente sui campi di Alessandria e di Brescia, dove l'armi del duca fiaccarono la prepotenza degli eserciti di Francia e di Germania: avvenimenti che, per sè soli, basterebbero a renderlo immortale presso i posteri. — Ma non vogliam male per ciò ai nostri illustri concittadini. Nel tempo in cui essi scrivevano, un docile ossequio verso prìncipi stranieri miti ed illuminati non era un delitto. La condotta del primo duca offendeva quel sentimento di sudditanza verso l'impero, che in allora, pel dominio d'altre idee e pel timore del peggio, era accolto anche dalle anime oneste. Il nostro paese aveva sonnecchiato due secoli nel letargo del dominio spagnolesco. I nuovi padroni sembravano voler essere migliori: e gli Italiani li accoglievano di buon animo pel bene che promettevano, persuasi che la patria loro non potesse altrimenti esistere che come ancella o figlia d'altra nazione. — Non dureremo fatica a persuaderci di ciò; le tanto ripetute discordie italiane furono fino a jeri il pretesto alla prepotenza degli oppressori, e l'argomento più valido alla rassegnazione degli oppressi. I Visconti e gli Sforza, che, nell'ambizioso disegno di legare alla propria stirpe la corona d'Italia, tentavano di ridonare alla patria un principe non straniero, furono fraintesi dagli storici. — Poichè null'altro che una vile cupidità guidava gli imperatori ed i re d'oltremonte a contendersi il possesso della penisola, diveniva provida cosa che si levasse contro gli emuli l'ambizione, se non più nobile, certamente più giusta, di un principe nazionale, che mirasse ad usufruttare per sè le fatali pretensioni dello straniero. — Non devesi accettare ciecamente il bene quando scaturisce da fonte meno buona; ma, se ciò che si ottiene è non solo vantaggioso, ma conforme ai principj eterni della giustizia, è impossibile che i mezzi sieno del tutto iniqui. E se ci sembrano tali, dobbiamo dire, che non di rado una colpa fa trionfare il diritto; a quel modo che il lievito di cosa corrotta sviluppa il germe di nuova ed eletta produzione.

CLV.

Le armi di Giangaleazzo Visconti, dopo la disfatta del re dei Romani, si concentrarono intorno a Firenze, e la strinsero d'assedio. La nobile città, gelosa delle sue franchigie municipali, respinse l'assalto dei milanesi con un valore degno di migliore impresa. Ma la republica fiorentina cessava di essere il rifugio della libertà italiana dacchè era venuta a patti collo straniero. Fallita la speranza di trovare appoggio nel re di Francia, ella confidava la difesa di sè stessa a Giovanni Hawkwood, avventuriero inglese. Battuto anche questo, accarezzava l'amicizia dell'imperatore. — Non era da queste incompatibili e svariate alleanze, che potesse sperare soccorso la libertà. Guardiamoci però da un giudizio troppo severo verso un popolo, la cui colpa fu quella di non aver compreso ciò che in quel secolo era ignorato da tutti. Salendo col pensiero a quei tempi, ed uniformandoci allo spirito municipale che presiedeva alle piccole republiche, la difesa dei Fiorentini è argomento di viva ammirazione. Ma colla storia alla mano, informati delle sventure susseguenti, e pensando che l'ambizione del tiranno milanese avrebbe forse potuto rimoverle, noi deploriamo una resistenza, che si opponeva alla costituzione di un forte regno italiano; perchè esso avrebbe risparmiato alla patria nostra quattro secoli di servitù. Una libertà locale e ristretta è un tesoro nascosto; l'indipendenza completa è il benessere che concede il pieno uso della vita e delle forze.

I Fiorentini difendevano strenuamente le loro mura; ma il coraggio e la costanza non potevano reggere a lungo contro il numero degli assedianti e il genio militare dei più cospicui capitani del secolo. La caduta di Firenze finiva di raccogliere sotto lo scettro di Giangaleazzo tutte le provincie che formavano l'antico dominio dei re Longobardi. Il duca non aspettava che la notizia della resa di quella città per farsi acclamare re d'Italia, e chiudere per sempre i passi delle alpi ai pretendenti stranieri.

Questi fatti correvano sullo scorcio del mese d'agosto, l'anno 1402. Il duca risiedeva nel castello di Marignano, dove, occupato di preferenza dell'ordinamento civile dello stato, non obliava la guerra. — Frequenti notizie gli arrivavano del campo; e tutto gli faceva presentire vicino lo scioglimento della grande questione. Al dire del Corio e di tutti gli storici, la buona novella era così prossima e sicura, che il duca già aveva fatto allestire le insegne reali, di cui si sarebbe ornato l'indimani della caduta di Firenze: quel giorno avventuroso in cui l'Italia avrebbe finalmente avuto un re italiano.

CLVI.

La sera del primo settembre, la corte di Giangaleazzo, solita ad escire a diporto sulla tarda ora nei giardini attigui al castello, per godervi il fresco, fu d'improviso turbata da uno strano avvenimento. Il duca che, dopo aver speso troppe ore nelle cure dello Stato, soleva confondersi co' suoi cortigiani e passare seco loro qualche momento in affabile domestichezza, quel dì, oppresso dalla straordinaria caldura, si trattenne più tardi del consueto nel giardino; anzi, spintosi con alcuni de' suoi officiali nella parte più lontana di un viale assai folto, si pose a sedere sur una panchetta di pietra, favellando delle imprese avviate, e predicendo a' suoi intimi le prossime glorie della sua patria e della sua casa. Il benessere, di cui si era lodato un momento prima respirando le aure temperate del tramonto, era seguito da un senso di freddo, quasi molesto, cui non pose mente in sul sùbito, incalorito, com'egli era, nel discorso. Ad un tratto, lo assalse un brivido più forte; cercò vincerlo, scuotendosi, e le forze non risposero alla volontà. Gli astanti accorsero a lui, e lo persuasero a rientrare tosto nel castello, attribuendo quell'improvisa indisposizione all'umidità della notte. Era infatti una di quelle sere, in cui l'atmosfera, dopo aver stagnato per lunghe ore negli umidi avvallamenti della pianura, beve dalla terra arsa dal sole il veleno della corruzione, e lo trasmette agli incauti, che cedono all'allettamento di un insolito rezzo. — Il duca articolò a stento qualche parola; batteva i denti; aveva il respiro profondo, interrotto, affannoso. Quando fu portato nelle sue stanze, aveva l'aspetto di un cadavere: gli occhi erano spariti nelle orbite segnate da un cerchio livido; le guancie infossate disegnavano l'ossatura delle mascelle; le labra contratte e smorte lasciavano travedere i denti stretti dallo spasimo. — Il medico ducale, che non era più l'Esculapio di cui abbiamo parlato addietro, accorse e prestò all'infermo sollecita cura. Oppose i rimedj più ovvj ai sintomi incalzanti; ma senza indagarne la cagione, senza tentare di paralizzare gli effetti del veleno assorbito. — Richiamò il calore alle membra intirizzite, applicandovi dei fomenti tiepidi: ed, apprestato un alessifarmaco composto di erbe aromatiche stillate nel vino, glielo fece ingojare a sorsi. Un'ora dopo, l'infermo si risvegliava dall'assopimento. Al gelo lapideo delle membra subentrava il calore della vita; a questo l'ardor della febre. — E il duca, i cortigiani e lo stesso medico se ne rallegrarono come di una crisi salutare e decisiva.

Nella notte, anche malgrado un calore anormale, dormì abbastanza tranquillo. La mattina vegnente l'infermo sembrava del tutto risanato. La prostrazione di forze ch'egli accusava, era giudicato l'effetto postumo del parosismo. Del resto, se il povero medico avesse avuto bisogno d'altre prove per credere al trionfo della sua scienza, bastava che interrogasse l'infermo: questi asseriva di trovarsi bene, e d'avere dimenticato ogni cosa. Infatti, in quel dì attese alle cure dello Stato, come nei precedenti; ricevette il solito corriere speditogli dal campo, gradì le buone nuove che gli venivano portate, ed inviò per suo mezzo nuovi comandi. — La terza mattina tutto era al Castello come nei giorni passati. Non si parlava della malattia del duca che per rallegrarsi della sua pronta guarigione.