Ma d'improviso, verso il tramonto, un più grave insulto lo assalì di nuovo. I sintomi, ch'erano precisamente gli stessi d'altra volta, si manifestavano ancora più gagliardi. Ripetutosi l'uso dei farmaci, che avevano operato il prodigio, parve che la natura gradisse quelle scosse, e che le forze ne fossero momentaneamente rialzate; ma, poco dopo, l'infermo ricadeva in un'atonìa ancora più desolante. — Tutta la famiglia costernata guardava con aria pietosa in faccia al medico, quasi volesse impegnare la sua scienza a ripetere il miracolo dell'arte. — Se l'onest'uomo lo desiderasse, non è d'uopo dimostrarlo. Ma, oltrecchè egli non aveva scoperto la vera natura del male, mancava dei mezzi validi a combatterlo. Il nuovo mondo non gli aveva donato il tesoro di quella corteccia che rompe l'incalzante periodo delle febri perniciose.
Appiè del letto i membri della famiglia, storditi e inoperosi, si consultavano ansiosamente cogli sguardi; ciascuno ricercava sul volto altrui quella speranza che nel suo cuore s'era dileguata. Il medico, a cui correvano più frequenti gli occhi degli astanti, stringeva le labra, o ne sprigionava a quando a quando un suono che non era nè parola, nè sospiro. Tastava or questo or quel polso del malato: gli amministrava a brevi intervalli una dose del farmaco, scorreva colla mano tiepida e leggera sulla sua fronte gelata. Ma cogli atti, e colla mestizia del volto, avrebbe voluto dire ai parenti ed ai servi; “raccomandatelo al Signore, perchè l'arte umana non può più far nulla per lui.„ Mezz'ora dopo il duca era in fin di vita. Allora il dabben uomo si ritirò sconfitto, e cedette il campo ad un capuccino; il quale, avvicinatosi al letto dell'infermo, tentò risvegliarne i sensi e richiamarlo un momento alla vita, per dirgli ch'egli era sul punto d'abbandonarla. — Ma come l'infermo non rispondeva alle chiamate, il sacro ministro compì il suo officio con pietoso riserbo; recitò per lui le preci dei moribondi, lo segnò colla croce, lo asperse più volte d'acqua santa; poi, inginocchiatosi a fianco del letto, invocò sul morente l'assistenza dei beati. Gli astanti, con una pietà ravvivata dall'affetto, ripetevano la devota invocazione.
A tre ore di notte, il duca era agonizzante; pochi minuti dopo, egli spirò. — Pel borgo di Marignano corse la notizia della morte del duca, non preparata da quella della sua malattia. I cortigiani ed i vassalli l'accolsero con dolorosa attonitaggine: gli uni e gli altri diedero segni non dubii di profondo e schietto dolore. All'inevitabile e penosa incertezza, destata da un avvenimento che scomponeva d'improviso tutte le fila di una domesticità feconda di grandi vantaggi pei parassiti e pel servidorame, prevaleva un sentimento di vera e profonda mestizia; perocchè questa volta, nel principe potente si era perduto l'uomo mite, affabile, generoso. Se anche il più odiato tiranno suol essere compianto da quelli che condividono i beneficii del despotismo, questo principe, che non aveva mai abusato del suo potere se non per far guerra ai tiranni, e che faceva dell'amore dei soggetti il mezzo più acconcio ad assecondare la sua nobile ambizione, questo principe doveva lasciare un vuoto assai doloroso nell'animo di quanti lo avvicinavano. — I superstiti erano a ragione dubiosi se il suo successore sarebbe stato buono come lui; erano certi intanto che dalla vedova reggente non potevasi sperar bene.
La salma ducale fu trasportata a Milano ed onorata di suntuosissime esequie. Oratori di tutte le città sparsero fiori d'eloquenza sulla sua bara. Convennero in quella occasione nel maggior tempio di Milano tutti i vescovi delle provincie, i rappresentanti dei comuni colle insegne municipali, i consanguinei e gli affini della casa Visconti. — Accompagnavano il feretro dugentoquaranta cavalieri e duemila fanti vestiti a bruno. Magnifico era il corteggio degli araldi e dei cortigiani, che portavano le insegne ducali. Il letto funebre, tapezzato da un drappo di sciamito, lasciava vedere il cadavere ravvolto nei paludamenti ducali e colla spada al fianco. I più cospicui officiali dello Stato portavano la bara; altri la proteggevano con un baldacchino di stoffa d'oro foderato d'ermellini.
Soverchie lodi furono allora prodigate davanti alla spoglia del duca. L'iscrizione apposta al suo sarcofago lo qualifica “il padre della patria, che cacciò dalla loro sede i tiranni gravi ai popoli, che protesse i pusilli, ed umiliò i superbi. Nessun altro ebbe la parola dolce al par di lui, nè vi fu mai in tutta Europa principe di lui più prestante e degno d'imperio.„[79] Intanto gli annalisti si preparavano a giudicarlo con un'altra misura, senza dubio meno equa. — Quel principe che vivo fu chiamato “raggiante per la nobiltà del sangue, specioso per la bellezza del corpo, sereno per la virtù dell'animo[80]„ venne poi dagli storici successivi qualificato sleale, infedele, ipocrita, timido nell'avversità, arrogante nella prospera fortuna. Antonino, arcivescovo di Firenze, lo accusa perfino di vituperevoli lussurie; imputazione non confermata da altro scrittore, nè da alcun documento, anzi, smentita dall'indole stessa della sua vita, quale ci viene narrata concordemente dagli storici e dai cronisti. È degna di rimarco l'osservazione di P. Giovio. “L'arcivescovo di Firenze, scrive egli, con goffo e disonesto modo di dir male, insolentemente si diede a vituperare il nemico della patria sua.„ Ma, poco dopo, lo stesso Giovio cade nella colpa rimproverata agli altri, quando soggiunge “non si vede di lui edificio alcuno, pure un po' magnifico, avendo i suoi maggiori, in casa e fuori, fino alla pazzia suntuosissimamente edificato corti, rôcche e palazzi.„[81] E non ricorda il valentuomo, che Giangaleazzo faceva edificare il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia? — Altre accuse, e non lievi, gli vengono mosse dallo stesso Corio, il più discreto e il meno appassionato tra i cronisti de' suoi tempi.
Il criterio storico ne insegna prima di tutto, che alle enfatiche apologie dei panegiristi bisogna fare un vistoso diffalco. È antico destino, che i potenti non abbiano mai ad essere onorati dalla compagnia della verità. Se la lode accanto ad essi divien troppo frondosa, alle spalle il biasimo non è mai meno esagerato. Assai spesso la verità balba e timida al cospetto di un potente, l'insegue troppo ardita e ciarliera quand'egli è passato.
L'opinione del Corio e degli annalisti, che con lui e o dopo di lui accusarono questo principe, hanno una certa autorità; nondimeno la storia, imparziale raccoglitrice dei fatti e giudice competente dell'ordine e della natura di essi, non deve riputarsi inappellabile, fin quando non si saranno raffrontati e contemperati i giudizj emessi in epoche e da persone diverse. L'ardua sentenza intorno ad un uomo è meglio rimessa ai posteri, quanto più lontani tanto più autorevoli. Imperocchè la storia non chiude mai il suo libro; ed ogni uomo di buon senso, colla scorta dei fatti che da essa apprende, può a suo talento ripetere il giudizio intorno ad un personaggio o ad un fatto; e confermare od annullare una vecchia sentenza.
Riassumo brevissimamente alcune notizie.
Anche i più severi giudici del duca Giangaleazzo non attribuirono a lui un solo atto di crudeltà. Egli non applicò mai in veruna circostanza quelle leggi di sangue, che condannavano i colpevoli al martirio prima di subire l'estremo supplicio. In un solo caso publicò un editto, che risentiva la ferocia del secolo; ma vi fu indutto da forte ragione. Trattavasi di un delitto che, ad un grado speciale di perversità, accoppiava il pericolo di conseguenze irreparabili. — Un dispaccio apocrifo, munito della firma ducale falsificata, sfruttò la splendida vittoria di Jacopo dal Verme contro i Gonzaga. Giangaleazzo, memoro altresì di ciò che aveva fatto Medicina in danno d'Agnese, aggravò la pena dei falsarj, e promulgò un bando che li condannava alle fiamme.
Per confessione degli stessi suoi nemici, molte furono le buone leggi con cui provide al civile ordinamento dello Stato. Taluna parve sì nuova ed avanzata pei tempi, che destò forse qualche scandalo per la sua strana precocità. Instituì i consigli di giustizia, e sottopose a norme inviolabili l'interpretazione e l'applicazione degli Statuti, togliendo l'arbitrio ai magistrati, onde spesso le più savie leggi erano fatte inefficaci ed inique. — Creò una magistratura per le entrate, incaricandola di regolare i tributi sulla norma dei bisogni; di porre un freno all'ingordigia degli esattori; d'impedire i balzelli e le concussioni. Ordinò la consegna degli ostaggi e la demolizione delle rôcche, nelle quali i feudatarj esercitavano atti di capricciosa tirannia. Rese produttive varie sorgenti di publica ricchezza, e vi attinse i mezzi a ristorare l'erario: quelle imposizioni, che allora forse recarono qualche scandalo, divennero più tardi una fonte naturale d'entrata per ogni governo. Pose, a cagion d'esempio, un'imposta sugli atti notarili; introdusse il bollo per la validità dei documenti; prescrisse che i viandanti si facessero conoscere per mezzo di carte rilasciate dall'autorità. Compì ed illustrò la raccolta degli Statuti patrii fino all'anno 1396. Frenò le violenze private, limitando il diritto di portare le armi. Ordinò in fine che negli atti publici si sopprimesse l'uso della parola popolo, e le venisse sostituita quella di comune.