Io credo che, se le erbe selvatiche di uno scopeto fossero dotate della parola, non se ne varrebbero per lodare un albero frondoso e fruttifero, che per caso surgesse loro nel mezzo. V'ha un genere di miseria, che non riconosce sè stessa, e che si mostra quasi superba della propria nullità. Vi sono degli invidiosi che tentano di consolarsi, negando agli invidiati quel merito che da loro appresero a desiderare. — Questa è una delle ragioni per cui gli storici dei secoli passati, ed i potenti che gl'inspirarono, non riconobbero nel nostro eroe una fortunata eccezione dei tempi. — Le successive sventure guidarono i posteri a più equo giudizio; il male fece apprezzare il rimedio, quando l'opportunità di applicarlo era passata.

Ma la storia dei fatti, che ne mostra lo scopo a cui mirava quel principe, è ben diversa dalla storia dell'uomo e delle cause delle sue azioni. — La prima scende a cercare le conseguenze, l'altra risale a scoprire l'origine degli avvenimenti.

Non è sempre vero che le grandi imprese sieno il risultato di virtù egualmente grandi. Come v'ha talvolta il figlio degenere dal padre, così vi sono delle piccole cagioni che partoriscono grandiosi effetti. Questo avviene tanto più facilmente se il caso si compiace di accumulare varie piccole circostanze, e di farle concorrere ad uno scopo unico e determinato. — L'albero, che ombreggia il campo sterile, non è debitore della sua prosperità soltanto all'ottima natura del seme; è probabile che il concorso di molti incidenti, parzialmente inefficaci, abbiano contribuito a sollevarlo dalla miseria che lo circonda.

Vediamo brevemente se la vita di Giangaleazzo può dirsi determinata dalla fortuita associazione di circostanze atte a favorire in lui lo sviluppo di tendenze speciali: e, in caso affermativo, quali esse sieno state.

Per certo non gli poteva bastare l'aver sortito dalla natura un ingegno sagace, una volontà ferma, una costanza di proposito privilegiata. Altri prima di lui possedevano queste doti; nessuno vide meglio e vagheggiò più da vicino la meta. — Era egli forse guidato dall'ambizione? Questo sentimento, fonte ordinaria delle più ardite imprese, è per solito insofferente degli indugi ed indisciplinato nell'uso dei mezzi. Non è a credersi ch'egli avrebbe saputo sacrificare a questo idolo la sua gioventù, nè che avrebbe aspirato a meritarsi la gloria e l'immortalità, sopportando la dimenticanza e lo sprezzo pei migliori anni della sua vita. L'ambizioso non cede la certa gloria dell'oggi, per la incerta del dimani; non aspira alla potenza, battendo la via delle umiliazioni. Egli obedisce alla propria passione; non la domina, nè la contiene, molto meno la dirige a nobile scopo. — Colui che sa mettere d'accordo i suoi individuali interessi con quelli di un popolo, che fa della gloria del suo paese la gloria sua, fosse anche stimolato dal meno nobile amore di sè, non deve essere accusato di colpevole ambizione.

Tutti gli atti, che inspirarono il governo del primo duca, rivelano in lui una mitezza di carattere nuova pei tempi; egli fu dunque ambizioso d'apparire giusto, clemente, umano. Vide che i tirannelli moltiplicavano in Italia i punti di contatto tra le terre nostre e lo straniero; egli ebbe l'ambizione di sostituire al secolare despotismo dei feudatarj dell'impero una sovranità forte, assoluta, ma unica e nazionale. Divenuta la guerra un bisogno, egli ambì di avere a' suoi stipendii i migliori capitani, e rialzò la fatale necessità delle armi al grado di gloria italiana. Infine, mentre i suoi capitani vincevano per lui, egli ambiva di associare il suo nome allo splendore dei monumenti e alla saggezza delle civili instituzioni.

Una gran parte di tutto ciò, era merito del suo animo. Però, com'egli vinceva i nemici col braccio de' suoi soldati, così superava le interne lotte dell'animo ajutato dagli affetti delle persone care. — L'idea di Maffiolo Mantegazza era divenuta sua; l'amore di Agnese non era il premio, ma piuttosto il motore delle sue azioni.

Noi abbiamo lasciata l'infelice madre a Pavia, sfuggita per prodigio da una perfida insidia, tramata dalla gelosia della principessa Caterina. Costei scordò le sue vendette, quando lo sposo, lanciandosi nelle ardite imprese, le fece travedere lo splendore di una grandezza inaspettata. Cessò di volgere l'occhio sinistro alla supposta rivale, dacchè riconobbe che ella sola poteva spingere il duca sulla via della gloria. Tre anni dopo la cattura di Barnabò, Caterina divenne madre. Questo fatto, che distruggeva le supposizioni del malefico prestigio della rivale, cancellò ogni avanzo di rancore, e risvegliò in lei a pro d'Agnese tutta quella benevolenza, di che il suo cuore era capace.

Agnese, non più l'amante di Giangaleazzo, era il genio delle sue vittorie. — La severa presenza di questa donna aveva finalmente costretto al silenzio le malediche lingue degli scioperati. V'ha nella virtù un'impronta così solenne ed autorevole, che comanda rispetto perfino ai malvagi.

Il pensiero di Maffiolo, reso sacro dalla sua morte e riscaldato dall'amore ardentissimo per la figlia di lui, diveniva pel duca un destino, una necessità, un voto che non si poteva infrangere. — Agnese glielo ricordava col suo aspetto, colla pratica costante delle sue virtù, colle prove sviscerate del suo amore materno, la cui dolcezza, malgrado ogni riserbo, risaliva fino a lui. — Tra il duca ed Agnese esisteva il piccolo Gabriello. — Non era dunque necessario che l'uno rammentasse all'altro le gioje trascorse e le mutue promesse; queste e quelle erano quotidianamente resuscitate dalla presenza di un pegno d'amore, sul quale s'incontravano e s'abbracciavano in silenzio due esistenze allontanate, ma non divise.