Grande è la potenza di un affetto. A quei tempi, sotto la cotta d'armi, non di rado palpitavano cuori sì morbosamente sensibili che, tenendo in niun cale la vita, l'esponevano ad aspri cimenti per meritare il sorriso di una donna. Ma gli effetti di questi improvisi incendj erano passaggieri, come il premio a cui aspiravano. L'impero d'Agnese sull'animo del duca non fu mai nè artificioso, nè violento. Non aveva ella bisogno di porre in rilievo le sue doti; e molto meno di soggiogare colla forza delle armi feminili un animo già troppo a lei vincolato. — Il duca era stretto ad Agnese da un legame assai più nobile. L'affetto di costei era il tacito moderatore delle sue impazienze, il discreto consigliero delle sue incertezze, il fido alleato, sempre pronto a dividere con lui la buona come la mala fortuna.
Asserirono gli storici che Giangaleazzo, al principio del suo governo, fosse timido ed inetto a grandi cose. — Lo fu difatto: ma cessò di esserlo quel giorno in cui scoperse d'avere al fianco il genio della patria incarnato nella erede di Maffiolo. — Ecco l'unica e fortuita circostanza, che trasse dal nulla l'uomo, e lo avvicinò agli eroi. Senza l'amore di questa donna, senza il vivo ed efficace impulso delle sue sollecitudini, egli avrebbe lasciato languire il suo disegno, disperando forse di vederlo compiuto.
Un legame sì nuovo e sì straordinario non si allentò mai; perocchè Agnese, esperta del passato, lo aveva posto sotto la salvaguardia della virtù. — L'amante poteva essere tradita una seconda volta; l'amica diveniva inviolabile. — Perciò nei ritrovi privati ella ebbe cura d'aver sempre vicino a sè il piccolo Gabriello: la sua presenza era un ricordo ed un avviso. Temperante nella parola, non abusò mai del potere che ella aveva sul cuore del duca. Interrogata (e lo era spesso) traduceva nell'affettuoso linguaggio dell'amicizia la rigida sapienza di suo padre. Qualche volta ella si trovò discorde dall'opinione di chi l'interrogava; e quasi sempre la restía volontà del principe dovette piegarsi all'ingenuo buon senso di una debole creatura.
Mentre il duca con una fortuna prodigiosa abbatteva i piccoli tirannelli, Agnese, felicitandolo della vittoria, soleva ripetergli — “riàlzati quanto più puoi da costoro che hai prostrato nella polvere, solleva il tuo trono colle savie leggi„.
Quando il duca cadde infermo a Marignano, fu grande il dolore de' suoi famigliari. La stessa Caterina escì dalla sua naturale immobilità; si mostrò commossa, ed ebbe gli occhi pieni di lacrime. — Ma in mezzo a quelle molteplici espressioni di un dolore sincero, la più viva e la più solenne testimonianza d'affetto gli fu data da Agnese. Ella non piangeva, e non pregava colla parola; le sue membra erano immobili, ma le sue pupille, con un'ansietà febrile ed un'angoscia indescrivibile, cercavano il lume ormai spento negli sguardi del moribondo, come una donna vana cerca nella polvere lo smarrito giojello.
Quando il duca ebbe esalato l'ultimo respiro, Caterina inventò pianti, singhiozzi, stridi adeguati alla circostanza. Le dame si studiavano d'imitarla. Agnese soltanto taceva; ma il suo silenzio, la prostrazione delle forze, il pallore mortale delle sue gote, furono un elogio funebre assai più eloquente, che non le smanie venderecce dei cortigiani e le ampollose declamazioni degli oratori.
Agnese pensò che il voto solenne di suo padre non era sciolto. Ella previde, che Dio protraeva ad altro secolo la sacra impresa di far libera la patria.
Compiuto il rito funebre, Agnese stabilì di abbandonare Milano e di ritirarsi a Pisa che, per testamento del duca, era concessa in feudo a Gabriello Visconti. Partirono con lei il figlio già diciottenne e Canziana; la quale, benchè vecchia ed infermiccia, aveva colle lacrime agli occhi implorata la grazia di morire vicino a' suoi padroni.
In quella città credette Agnese di trovar rimedio al suo dolore. Si propose di vivere nel passato, di raccomandare l'avvenire di suo figlio all'amore del popolo, di spargere in mezzo ad esso il salutare esempio della virtù e della carità verso la patria. Sperò l'infelice di potere ivi promovere e coltivare i reconditi disegni di suo padre e del duca. E poichè non era suonata l'ora del riscatto d'Italia, ella aveva risoluto di affidare ad un popolo generoso e guerriero il sacro deposito della grande idea, certa che, ove fosse compresa, sarebbe in breve divenuta feconda dei più luminosi risultamenti. — Ella s'ingannò.
Morto il duca di Milano, i capitani, che guidavano le sue armi, non poterono accomodarsi ad una reggenza gretta, ingenerosa, sorda ad ogni consiglio. — Disfatto l'esercito italiano, Firenze riacquistò la sua libertà municipale. Il suo vessillo escì come in trionfo dalle mura sguernite, e portò nel territorio vicino, col rancore del subíto oltraggio, il desiderio della vendetta. Pisa fu la prima città, che udì l'invito, e si sollevò contro il biscione. Le gravezze, inseparabili da qualunque governo, sembrarono esorbitanti ai Pisani, i quali troppo a malincuore s'accomodavano all'obedienza verso una sovranità lontana, che essi chiamavano straniera ed intrusa. — Alcuni cittadini aprirono secrete pratiche con Firenze per liberarsi dal dominio dei Visconti. La congiura fu scoperta; e Gabriello, intimorito dalle minaccie del popolo e de' suoi vicini, credette spegnere la ribellione dannando a morte Francesco Agliato, capo e promotore di essa. Il castigo produsse l'effetto di una provocazione: i Pisani aggiunsero al malinteso dovere di liberare la patria il non ignobile proposito di vendicare la morte di un concittadino. Ruppero allora in aperta rivolta; ed, ajutati dalle milizie fiorentine, piombarono sulle schiere dei Visconti, e per poco non le dispersero.