I soldati di Gabriello, educati alla nobile scuola dei condottieri di suo padre, si difesero una prima volta, e respinsero gloriosamente l'assalto. Ma poco dopo il giovine Visconti, che non aveva fiducia nelle proprie forze, osò, inconsulta la madre, soscrivere con Bocicaldo Le Meingre, governatore di Genova in nome del re di Francia, un trattato di alleanza, in virtù del quale egli cedeva al re il porto di Livorno, a patto che le armi francesi lo proteggessero dalle insidie dei Fiorentini.

Gabriello accolse con giubilo i primi frutti di questa sciaguratissima alleanza. Agnese, che serbava scritte nel cuore le saggie parole di suo padre, vi si rassegnò, sospirando, e pregando Iddio che disperdesse i suoi funesti presentimenti.

I buoni officii del governatore francese ottennero a pro di Gabriello una tregua d'armi; intanto che i Fiorentini proponevano di riscattar Pisa a denaro. L'offerta, male accetta al Visconti, tornò opportuna al suo alleato, che in quel punto desiderava l'amicizia di Firenze, ed agognava a mettere mano sul prezzo, per sottrarre da esso una pingue senseria. — I Pisani, informati delle trattative avviate, lieti di far sorte comune con Firenze, non pensarono che il mediatore dell'intrigo era tal uomo, che non avrebbe mai posposti i suoi interessi a quelli di una povera città italiana. La speranza del promesso riscatto li fece sordi e ciechi ad ogni savia rimostranza. Il popolo pisano convalidò la proposta, ripigliando le armi contro il Visconti. — Il giorno 20 luglio 1405 Pisa era divenuta un campo di battaglia. Alla frantesa convinzione, che in quel dì si combattesse per la salute della patria, tutto il popolo si levò furibondo, ed attaccò con eroico coraggio le schiere del Visconti. Queste si difesero con pari valore; respinsero una, due volte l'attacco; ma alla fine dovettero cedere al numero e all'impeto dei rivoltosi. — Gabriello ed Agnese, seguiti dalla vecchia compagna, ebbero scampo nella rôcca, presidiata da soli duecento cavalieri e da pochi fanti.

CLVIII.

Intanto che la rôcca veniva apparecchiata all'estrema difesa, la madre chiamò a sè Gabriello; ed, abbracciatolo con una tenerezza ancora più viva del solito, ed invocata sul capo di lui la benedizione del cielo, potè rinovargli una salutare lezione. — Gli rammentò anzitutto il suo grave fallo; e gliene fece toccare con mano le terribili conseguenze. La prima e la più grave tra quelle era la necessità di volgere le armi contro i suoi cittadini; dacchè questi, insurgendo, prestavano involontario soccorso alle cupide pretensioni di un avventuriero. — L'unico rimedio al suo errore era la vittoria; l'unica emenda il ridonare a' suoi cittadini quella libertà che bramavano, affinchè per l'avvenire non la chiedessero ai nemici comuni. Vincitore, o vinto, doveva Gabriello rompere il funesto patto che lo faceva servo ad interessi estranei. Gli disse, essere mille volte meglio morire, che non ottenere in grazia la vita, e pagarla col sacrificio della propria dignità. — “Guai, conchiuse ella, a quell'uomo ed a quel popolò che spera di ottenere libertà dalla tirannide altrui. Non può essere lecita alleanza quella che ti costringe a combattere al fianco dei nemici della tua patria. Le promesse dell'avventuriero, anche quando fossero generose, tornerebbero sempre a danno di chi le sollecita e le accoglie. Figliuol mio, che tu sia o no signore di Pisa è troppo piccolo interesse, perchè tu scorda d'essere, ad ogni modo e a dispetto d'ogni fortuna, un Visconti e un duce italiano.„ Dopo ciò, scioltasi dagli amplessi del figlio, e rinvigorita dal coraggio che le inspiravano l'amore di madre e la carità ardentissima verso la patria, vestì armi e corazza. — Sorella primogenita di Caterina Riario, s'apprestava a combattere l'ultima battaglia al fianco di suo figlio, ed alla testa dei pochi che gli erano rimasti fedeli.[84]

La nostra eroina sotto quelle spoglie era ancora meravigliosamente bella. — Noi, che abbiamo spesa qualche parola nel dipingerne l'avvenenza florida e giovanile d'altri tempi, dovremo aggiungere che gli anni e le sventure avevano modificata, non deteriorata, la sua bellezza. La severità del volto ingentilita dagli affetti, la regolarità dei lineamenti ravvivata dalla espressione alterna ed incalzante della passione, la vigoría delle forme congiunta alla prontezza dei movimenti facevano di lei il tipo vivo delle sognate amazzoni. Ma, mentre il braccio era fermo e la fronte imperturbata, il cuore parlava dall'occhio un ben diverso linguaggio; era ancora e sempre il cuore della madre e della donna. — La poveretta indovinò che i suoi dolori avrebbero fine; ma presentì ad un tempo che altro a lei carissimo doveva sopravivere e soffrire. — Prima di vestire l'armatura e di confondersi coi soldati, s'inginocchiò; e, rivolta la mente a Dio, non gli chiese la vittoria, ma invocò la grazia di vivere con suo figlio, poichè ella prevedeva ch'egli dovrebbe provare le acerbità della fortuna.

I momenti erano preziosi. La folla dei nemici, ingrossata intorno alla rôcca, colpiva le mura colle pietre e i difensori colle balestre. Il cielo mesceva le sue ire a quelle dei combattenti. Un denso velo di nubi copriva tutto l'orizzonte, e s'avanzava a poco a poco spargendo di tenebre il campo: quell'eroismo fratricida era ingrato a Dio. Frequenti lampi vincevano il balenare delle armi; il tuono rumoreggiava prima cupo e lontano, poi interrotto da clamorosi scoppii, che facevano tremare la terra, e si prolungavano in un muggito assordante. Pareva che la natura volesse divenire sorda e cieca alle bestemmie ed alle violenze che si scambiavano gli assalitori e gli assaliti.

Le baliste e le petriere lanciavano enormi macigni. Ripetendo incessantemente le percosse nella parte più debole della rôcca, la coprivano di fessure, sfondavano i mattoni, spezzavano gli archi morti, facevano piovere nella fossa sottoposta lo sfasciume della ruina, riempiendo l'aria di scheggie e di polvere e spianando la via agli assalitori.

Il campo pisano era già seminato di cadaveri: alcuni colpiti dalle armi degli assediati, altri, in maggior numero, pesti ed uccisi dalla colluvie stipata che ingrossava ad ogni istante. I colpi degli assediati non miravano invano; e la vista degli oppressi e dei morti ravvivava sempre più il furore degli assedianti. Alcuni già toccavano le mura; altri tentavano di appoggiarvi le scale; i più arditi facevano degli sforzi per salire sul rivellino, ponendo il piede e la mano nel cavo delle screpolature, o sovra le pietre sporgenti dai ruderi.

Sugli spalti, dove ferveva maggiormente la battaglia, a fianco dei più coraggiosi, talora davanti a tutti, vedevasi un guerriero dalle armi forbite e colla visiera calata, che, tenendo in una mano il vessillo visconteo, nell'altra la spada, animava colla parola e coll'esempio i compagni. — Era Agnese che, dimentica di sè e del pericolo, teneva vivo ne' suoi fidi l'ardore della difesa.