Ma i valorosi, che pugnavano con lei, compresero, pur troppo, che la resistenza, fosse pur costante e disperata, non sarebbe mai vittoriosa. Lo scrosciare delle pietre annunciava il guasto crescente delle mura; le grida vicine e distinte attestavano che i nemici erano ad un passo dalla breccia. Nondimeno si pugnò con eroico coraggio anche dall'alto della rôcca. Gli audaci, che avevano osato appressarvisi, erano respinti colle aste e coi dardi; i primi, che avevano tentato di scalare la bastita, venivano ruzzolati di colpo nella fossa.

I Pisani, vedendo che l'assalto costava troppo gravi sacrificii, ripigliarono l'uso delle macchine da guerra per aprire la breccia all'angolo del rivellino, su cui era addensato il maggior numero di difensori. L'operazione procedeva alacremente con visibile danno del fortilizio. Già il terrapieno, straziato da mille fessure, era vicino a scoscendere. Il contramuro, che lo rinfiancava, assottigliato dalle percosse, sostenevasi a mala pena sur una pietra fortuitamente invulnerata. Bastava un colpo ben diretto ad abbattere quel sostegno, ed a travolgere, colla più gran parte del muro, gli incauti che vi stavano sopra.

Un più grosso macigno, lanciato con straordinario impeto, arrivò netto allo scopo; la muraglia fu d'improviso nascosta da un nuvolo di polvere; un rombo spaventevole e prolungato annunciò il crollo della bastita. I militi del Visconti, al sùbito traballare del suolo, ebbero tempo di porsi in salvo, retrocedendo precipitosamente; ma Agnese, o inconsapevole del pericolo o disperatamente audace, rimasta immobile al posto, cadde travolta nel terrapieno sfranato. Le scheggie, i frantumi ed il terriccio sollevato in aria dalla scossa, ripiombarono su lei, e la sepellirono nelle ruine.

Alle strida degli assediati rispose un grido selvaggio del popolo vittorioso. I Pisani si precipitarono contro la breccia, e s'apparecchiavano a salirla. Il cadavere dell'infelice Agnese avrebbe servito di scaglione ai furibondi popolani, che anelavano a lanciarsi nella rôcca, per passare a fil di spada quanti vi erano rimasti.

Bocicaldo Le Meingre, il quale aveva assecondato il procedere dei Pisani, affinchè il Visconti ridutto agli estremi s'arrendesse ai patti stipulati da lui, pensò allora di far prevalere un sentimento di umanità, e d'impedire il completo trionfo dei rivoltosi. — Perocchè se questi avessero occupata la rocca, ogni speranza di compromesso tra i Visconti ed i Fiorentini sarebbe svanita. In questo caso, egli perdeva l'opportunità d'acquistare una vantaggiosa influenza in Italia; ed era costretto a rinunciare al pingue lucro dell'arbitramento.

Gli araldi, che si trovavano al campo, per suo ordine fecero squillare le trombe; ed arrestati i vincitori, publicarono in nome del governatore una sospensione d'armi. I Pisani, che avevano disprezzato la voce di un principe italiano, ascoltarono docilmente il comando dell'intruso intermediario.

Memore delle ultime parole della madre, Gabriello avrebbe dovuto respingere ogni proposta. Non gli rimaneva più che a lanciarsi nella ruina ed a morire accanto a lei. Il ferro fratricida gli sarebbe stato meno fatale che non le lusinghe di un falso amico. Sventuratamente non ebbe il coraggio o la previdenza della scelta. Sgomentato dall'impeto dei vincitori, commosso dalla inevitabile sorte de' suoi compagni, colpito nel più profondo dell'anima dall'inaspettata morte di sua madre, accolse la proposta di Le Meingre, e gradì la tregua. Scelse di sopravivere alla sconfitta per rendere i dovuti onori alla spoglia materna. Forse sperò di potere più tardi vendicarla.

Gli araldi interposero fra le parti belligeranti un contratto già sottoscritto dai Fiorentini, in virtù del quale la città e la rocca di Pisa venivano da Gabriello Visconti cedute a Firenze dietro un indenizzo di 206 mila fiorini d'oro. La somma doveva esser sborsata in varie quote, ad epoche fisse; il governatore Le Meingre, ricevendo in deposito il valore convenuto, si faceva garante della esatta osservanza dei patti presso le due parti contraenti.

Gabriello fece diseppellire dai ruderi il cadavere di Agnese. — Se il dolore e la pietà figliale non l'avessero istintivamente condutto innanzi alla sua spoglia, invano avrebbe egli tentato di scoprire le angeliche sembianze di sua madre in quella salma pesta e deforme. Le vennero prestati gli estremi onori con splendidi funerali. Vuolsi che, appena cessato il furore della battaglia, gli stessi nemici le tributassero uno schietto e profondo rimpianto. Gabriello partì pochi giorni dopo, seguito da pochissimi suoi fidi, fra i quali non v'era più Canziana. — La buona donna non potè sopravivere alla disgrazia della sua padrona: infermò, e la seguì poco dopo nella tomba.

CLIX.