Ma quanto è difficile tener dietro alle moltiplici vicende, per scoprirne l'origine, altretanto è ovvio il riassumerne le conseguenze. Nella lotta che ferveva da oltre un secolo tra la libertà ed il principato, il popolo, per istinto inchinevole alla prima ma ognidì più svigorito, cedeva terreno a palmo a palmo a quelle famiglie, che egli stesso aveva inalzato. E ciò senza gravi convulsioni e lentamente, sicchè avveniva della cosa publica ciò che accade di un tessuto nel quale i fili non sono omogenei e l'uno consuma l'altro, ed è alla sua volta consunto; così che entrambi si logorano prima del tempo. — Questa consunzione di forze s'operava lenta e quasi inavvertita. I passi che gli antichi governi popolari facevano verso l'assoluta monarchia erano brevi, ma continui; ogni occasione essendo buona a dare un crollo alla maldifesa libertà, ogni piccolo evento propizio per togliere qualcosa a chi non ne ha cura, e per aggiungerlo a chi smaniosamente l'ambisce.

La signoria di Milano fu conferita ad Azzone figlio di Galeazzo I, per decreto del Consiglio generale della città, pronunciato a voti unanimi il 14 marzo 1330[42]. Ma ci è lecito asserire che quella rappresentanza non fosse libera di scegliere altro individuo, quando pure Azzone non fosse quel buon principe, che giustificò coi fatti l'alta stima in cui era tenuto.

Intanto lo sgoverno dei minori municipj favoriva le ambizioni del Visconte. — Brescia, per sfuggire agli Scaligeri, invocava la protezione di Giovanni re di Boemia. Altre città di Lombardia, e la stessa Milano, dovettero subirla; ma Azzone, per trarne più largo profitto per se, ottenne dal monarca straniero il titolo di vicario imperiale. — Per buona sorte, il re di Boemia non tardò a far conoscere di qual peso fosse la sua tutela; onde nel 1332 fu tenuto in Castelbaldo di Verona un congresso di prìncipi italiani, i quali, posti in oblio gli antichi rancori, si strinsero in lega per fiaccare il comune nemico, e trarre a ruina il pontefice, che seco lui congiurava. Cacciato il re di Boemia (1333) e sbaldanzito il Papa, surse Azzone più potente e rispettato di prima. Vercelli e Cremona lo eleggono loco signore: Franchino Rusca gli cede la città di Como: il popolo di Lodi, bandito l'esoso Pietro Tremacoldo, invoca le sue armi. Piacenza s'offre a lui, a patto d'essere liberata dalla tirannide di Francesco Scotto.

Per tal modo, la successione dei Visconti alla signoria di Milano s'andò sempre più consolidando. E quel che era in Milano, avveniva d'altre città: a Verona s'insediavano gli Scaligeri, a Padova i Carraresi, a Ferrara ed a Modena i Marchesi d'Este, a Mantova ed a Reggio i Gonzaga, nel Piemonte i marchesi di Monferrato. Presso qualche comune esisteva ancora, il nome di republica, ma la libertà republicana era spenta del tutto. Bologna, a cagion d'esempio, sfuggiva al malgoverno del legato Bertrando del Poggetto, dandosi ai Popoli; Perugia e Siena obedivano servilmente a Firenze, schiava alla sua volta di Gualtieri di Brienne, duca di Atene, odiosissimo fra i tiranni[43]. Ogni minore città, che non fosse serva di un'altra, aveva il suo tiranello.

Non era dunque più questione di libertà o di servaggio: l'obedire poteva dirsi una necessità. Fortunato il popolo cui fosse dato di piegarsi a men crudo signore. Il mediocre parve buono; il buono ottimo. Invidiavansi i milanesi, e quanti come essi potevano senza adulazione chiamare Azzone il migliore fra i prìncipi. E lo era di fatto: perchè nelle sventure della sua prima età aveva appreso quanto è uggioso l'imperio non secondato dall'amore dei soggetti. Egli, che aveva languito un anno nei forni di Monza, non ebbe cuore di rinchiudervi il suo più fiero nemico. E quando l'amore dei popoli gli suscitò contro la gelosia dei principi rivali e dovette ricorrere alle armi, seppe usare della vittoria con moderazione. — Nell'interno poi, onde rendere meno gravi i disagi della guerra, promosse le arti e le industrie, riedificò le mura della città, ne rabbellì le case e le strade, e costrusse una reggia sì splendida, che destò l'invidia degli stessi imperatori.

L'ambizioso Lodrisio Visconti, cugino di Azzone, mal soffrendo l'umile suo stato, meditò di cacciarlo dalla signoria e di collocarsi al suo seggio. Accarezzò a quest'uopo la plebe colle promesse, i soldati di ventura colle paghe generose; ed, allestita la famosa compagnia di S. Giorgio, modello di feroce valore, si gittò sulle terre del milanese, e pose le tende sulle rive dell'Olona. Ma Azzone (prova non dubia che egli era amato) non appena dichiarò il pericolo, vide tutto il popolo pigliar l'armi in sua difesa, e seguirlo. La vittoria di Parabiago (21 febrajo 1339) è tra le glorie delle armi milanesi. — Tale fu l'impeto dei soldati e sì luminosa la vittoria, che si volle segnalarla come prodigio del cielo. Vive ancora nella memoria dei posteri la tradizione che s. Ambrogio a cavallo, armato di staffile, percotesse le schiere fuggenti di Lodrisio. Lo stesso condottiero nemico cadde in potere dei milanesi. Azzone gli risparmiò la vita; pago di sottrarlo alla tentazione di nuove congiure rinchiudendolo nel castello di s. Colombano.

Sei mesi dopo, Azzone morì (16 agosto 1339); e il lutto del popolo milanese fu profondo e sincero. Convocato il dì seguente il Consiglio generale, furono acclamati signori di Milano Luchino e Giovanni zii del defunto. L'elezione, come nei tempi republicani, fu convalidata dall'unanimità dei membri del Consiglio; ma giova ricordarlo, essi non erano i rappresentanti del popolo, sì bene creature del principe, perchè nominate da lui, o dal podestà, che era suo ministro.

Nella divisione dello Stato, Luchino ben presto raccolse in sè la parte d'imperio spettante al fratello. Valoroso nelle armi, sagace nella civile amministrazione, instancabile nel sorvegliare l'operato de' suoi ministri, severo fino alla crudeltà, ma giusto perchè severo con tutti, egli possedeva i più sodi requisiti di un principe chiamato a fondare una novella monarchia. — Le buone leggi emanate da lui sono il suo miglior elogio. Soppresse ogni sdegno di parte. Ghibellino per interesse dinastico, rispettò i guelfi, e li eguagliò nei favori ai proprii partigiani. — Proibì che si bruciassero le case dei banditi, detrimento della città e sfogo spesse volte di passioni private. Vietò i duelli, pose freno alle soperchierie dei feudatarj, abolì le tasse arbitrarie, compartì equamente le imposte, assolse i contadini e gli artigiani dall'obligo della milizia, perchè attendessero all'industria e all'agricultura, nutrì i poverelli, e seppe preservare Milano dalla pestilenza che desolò tutta Italia nell'anno 1348.

Pari alla sapienza delle leggi era la fermezza di chi doveva sorvegliarne il rispetto. Fe' guerra a oltranza alle masnade che infestavano le campagne, e minacciavano le città; ma, dopo averle debellate, le riabilitò coll'assisa e colla disciplina, di un esercito stanziale. Per esso aggiunse altre sette città alle dieci, che componevano lo stato ai tempi d'Azzone, e portò le armi vittoriose fin sotto le mura di Pisa, da cui riscosse un vistoso tributo. — Creò un giudice d'appello per le cause civili, ed, abolite le immunità processuali, piegò all'unica legge ogni ordine di cittadini. — Nella politica estera si tenne egualmente lontano da atti di timido ossequio e di ostentata indipendenza. Amò vivere in pace coi prìncipi stranieri, ma non sollecitò mai l'amicizia d'alcun potente con indecorose proteste. Sopratutto adoperò rara sagacia a sfuggire ogni occasione di doversi dire vassallo e vicario dell'imperatore.

Da sì accorta amministrazione derivò pronto vantaggio al novello Stato. — Le guerre erano state brevi e fortunate. Benchè gl'interni dissidj fossero soltanto assopiti, la severità di Luchino e la fermezza del suo governo comandavano quella apparente concordia, che, se non è morale progresso, favorisce pur sempre lo sviluppo della prosperità materiale. — Il commercio, l'industria, l'agricultura, durante il suo governo, avevano toccato un alto grado di floridezza.