Farebbe triste officio lo storico che si provasse a difendere Luchino nel suo procedere contro la famiglia Pusterla. Che il capo di essa Francesco, per viste ambiziose, tendesse le fila di una cospirazione a danno dei Visconti, è cosa fuor di dubio; ma ciò non giustifica nè le arti con cui si adescò l'esule a ritornare in patria per tradirlo al carnefice, nè l'atroce sentenza pronunciata contro la virtuosa sua donna, i figli di lei, ed un gran numero di cittadini, di null'altro colpevoli che d'essere amici dell'ambizioso Pusterla. Ma l'inesorabile Luchino possedeva a perfezione l'arte di governare a dispetto dei partiti e senza l'amore dei sudditi. — La ragione di Stato era il suo idolo: e questa tetra divinità, che richiede talora sacrificii di sangue, non sapeva in altro modo accordargli la imperturbata sicurezza del suo governo. Per tal modo, egli già consacrava coll'opera le dottrine più tardi raccolte da Machiavelli, il quale insegnò ai tiranni: che essendo difficile l'essere amato e temuto, meglio è si cerchi d'essere temuto che amato; badando però ad usate cautamente della roba d'altri più che non del sangue, “perchè gli uomini sdimenticano prima la morte del padre, che la perdita del patrimonio[44]„. Sentenza umiliante ma vera, che non discolpa i tiranni, ed accusa l'intera umanità.
Contemporaneamente alla condanna dei Pusterla, Luchino, fatto accorto che i tre suoi nipoti Matteo Galeazzo e Barnabò erano impazienti di dividere il pingue suo retaggio, e che a questo fine tenevano pratiche co' suoi sleali amici, s'accontentò di bandirli dalla città e dalle terre del Milanese. — Questa volta l'accortezza non lo preservò dalla congiura. Il truce disegno dei nipoti ebbe compimento per opera di Isabella del Fiesco, moglie di lui ed amante dell'esule Galeazzo. — La Fiesco, ancora più famosa per la perversità dell'animo che per la rara bellezza della persona, sospettando che le sue tresche incestuose fossero note al marito, prevenne la collera di lui, e si liberò del suo giudice con un veleno (1349).
XCVI.
Morto Luchino, le redini del governo furono raccolte dall'arcivescovo Giovanni. Sagace quanto il fratello, valendosi d'una amministrazione già bene avviata, fu e potè essere più di lui umano e tolerante. Richiamò i nipoti dall'esilio; tolse dal carcere Lodrisio; e si mostrò disposto a vivere in pace con tutti. Pose la prima delle sue ambizioni nel rendere invidiato il suo governo. — E non andò guari infatti che Bologna, stanca delle malversazioni di un tirannello, implorò d'essere aggregata alla signoria di Milano. Egli gradi l'offerta, e fece pago il principe spodestato con una somma di denaro.
Il papa Clemente VI, dolente forse d'aver lasciato sfuggire l'occasione di riavere quella città, non riconobbe tal patto, ed intimò al Visconte di scioglierlo e di rimettere entro 40 giorni la città di Bologna al suo antecedente possessore; sotto pena d'interdetto contro lui e il suo popolo. Giovanni rispose colle parole tante volte ripetute dagli stessi pontefici “tenere egli l'evangelio con una mano, coll'altra la spada„, e rimandò i legati del Papa senz'altro. Chiamato poscia a scolparsi della doppia inobedienza presso la corte d'Avignone, si mostrò docile all'invito, e fece correre la voce che stava allestendo 12 mila cavalli e 6 mila fanti per fare onore alla chiamata[45]. Bastò la nuova perchè l'ira del Papa si calmasse, senza altra ritrattazione. Bologna divenne città dello Stato di Milano, al solo patto che il Visconti in quella terra s'intitolasse Vicario della Santa Sede.
In questo mezzo la republica veneta, ingelosita delle prospere sorti di Genova in levante, preparavasi a moderarne l'orgoglio. I pretesti ad una guerra sono l'ultima e la più facile cosa a trovarsi, quando fervono le gelosie, e le armi son pronte. Non appena scoppiate le ostilità, la vittoria fu pei Veneziani soccorsi dal re Pietro d'Aragona. Genova allora bloccata in mare dalle galere Venete, assediata sulla costa di ponente dalle schiere aragonesi, provò estrema penuria di viveri. L'unica escita dell'affamata città s'apriva verso le terre d'Alessandria e di Tortona possedute dal Visconti. — L'arcivescovo Giovanni non si mostrò sollecito a soccorrerla, pensando forse che le durezze dell'assedio portate all'estremo sarebbero tornate a suo maggior profitto. Nè s'ingannò: i Genovesi, piuttosto che darsi vinti ai Veneziani od agli Aragonesi, offrirono la signoria della republica al Visconti, che di buon grado l'aggiunse all'altre città dello stato (1353). In questa occasione, il vessillo dei milanesi sventolò la prima volta sul mare. Le navi di Genova, cariche d'armi milanesi, respinsero vittoriosamente le galere veneziane fino sul lido d'Istria; ed ivi, messa a terra una piccola armata, videro andare in fiamme la città di Parenzo, uno dei porti più formidabili della costa veneta.
Dopo sei anni di governo, il signore di Milano cessò di vivere (1354), e la sua morte fu sinceramente compianta. Chi ricorda con noi, che
. . . . . . . . . . . . giunta la spada
Col pastorale, l'un coll'altra insieme
Per viva forza mal convien che vada[46].