non inclinerà per fermo a trovar provida la signoria di Giovanni Visconti, arcivescovo, principe e capitano. E saremmo di tale avviso, se, per onor del vero, non si dovesse confessare, che la condotta di lui non mirò a conciliare i due poteri, usandoli o meglio abusandoli ad una volta. Vivo Luchino, fu prelato e non principe; nè mai s'immischiò nel governo. Dopo la morte del fratello, condotto dalla forza degli avvenimenti al trono, brandì la spada e dimise la stola; nè mai di questa fe' sostegno a quella: perciò, nell'urto dei due poteri, preferì difendere i diritti del principato civile; e, libero da ogni vano ossequio, verso l'ambiziosa corte d'Avignone, raggiunse l'onorevole scopo di far felice il suo popolo. — Per lui la patria divenne grande, ricca, potente; e se, in mezzo a tanto splendore, egli non fu largo di istituzioni libere, è temerario l'accusarne il maltalento del principe; mentre ci è lecito credere, che il popolo di buon animo s'accomodasse al governo di un sovrano assoluto, quand'ei fosse mite ed illuminato come il Visconti.
XCVII.
Colla successione al trono dei tre fratelli Matteo, Galeazzo e Barnabò, rientriamo nella cerchia dei fatti che abbiamo preso a narrare, e torniamo al nostro umile officio di cronisti. Questo sommario storico ci parve indispensabile a chiarire meglio la condizione dei tempi a cui risale il racconto. Non ci duole d'esserci di soverchio dilungati in questa digressione. La storia è il più semplice e più salubre nutrimento dello spirito umano: quand'essa è veritiera (e può esserla anche in bocca ad umile narratore) non sarà mai, a parer nostro, inopportuna e superflua.
Dei tre fratelli correggenti lo stato di Milano, ci venne dato di far parola separatamente in varie pagine, e torneremo a parlare d'alcuno di loro, se e quando lo sviluppo del racconto il richiegga. Ci sia intanto permesso di chiudere queste notizie con una considerazione.
Il modo, con cui qui si è tracciata la storia dell'origine e dell'incremento della dominazione viscontea, forse ci avrà meritato l'accusa di parzialità verso una famiglia, che la maggior parte degli storici chiama tirannica e liberticida; e se ciò fosse, si leverebbe contro di noi il vecchio adagio: che una cattiva causa condanna chi la difende. — Ma è bene dichiarare che non è e non può essere nostra intenzione di attenuare la colpa di chi degrada la patria, privandola della sua libertà; chè in questo caso saremmo rei di una pietà stolida ed ingiusta. Ponendo i fatti come base dei nostri giudizj, asseriamo intanto che colla signoria dei Visconti andò mano mano scemando la libertà nei paesi a loro soggetti. Ma nel cercare la vera cagione di ciò, non ci arrestiamo alla sola influenza di questa famiglia, nè al volere, per quanto ferreo ed efficace, di pochi uomini. Convien salire per trovarne una più alta e più potente.
Chi fosse chiamato a decidere quale fra le stagioni è la più bella, quale fra le età dell'uomo la più robusta, certamente non esiterà nella risposta. La primavera è la giovinezza della natura; come la giovinezza è l'aprile della vita umana. — Ma questo dono, sì prezioso e più o meno durevole, è sempre caduco. Sulla fede soltanto di queste povere pagine, chi oserà porre in dubio che i tempi della lega lombarda rappresentano la giovinezza del nostro popolo, la primavera della nostra vita civile? Chi non preferisce l'austera e selvaggia virtù di quel secolo alle balde millanterie dei cavalieri, ai canti evirati dei trovatori? Se quell'epoca è la meno celebrata dagli storici, dicasi che “quando è universale la virtù, non si fa pompa di virtuosi[47].„
Ma qui è necessario avvertire che, mentre il reggimento dei comuni dopo le vittorie contro gli Svevi era popolare, il governo, per diritto, non poteva dirsi del tutto libero: imperocchè anche nei migliori momenti di quel secolo, quando il patto di Costanza, conquiso a Legnano, fu il palladio delle franchigie italiche, il diritto eminente di sovranità sopra queste terre rimase intatto pressa gli imperatori ed i re alemanni. Se i prìncipi lontani e deboli non pesarono sempre con braccio ferreo sopra un paese, che già vantava armi e leggi proprie, lo spirito della dominazione straniera era tradutto nell'ingordigia dei feudatarj, vera emanazione della nordica prepotenza.
Eppure, essendo la durevole concordia del popolo nelle condizioni di quel tempo una virtù impossibile, queste famiglie, con tutto l'odioso apparato delle loro ribalderie, potevano diventare lo scampo della patria nostra. Codeste stirpi, ora bandite dal popolo pel loro fasto insultante, ora richiamate a vestire gli alti officii di capitani o di podestà, avrebbero potuto nel loro interesse compiere quell'emancipazione, che il popolo colle rapide sue vittorie lasciava a mezzo. — La via doveva essere lunga; i mezzi forse odiosi ed illiberali: ma la meta certa ed onorevole. — Mentre le città erano divise tra loro per vecchie ruggini o per gelosie recenti; mentre diveniva un Marcello, come dice Dante, ogni villan che venisse parteggiando; mentre infine l'Italia, per l'infelice destino di Roma sottratta al patrimonio nazionale, cercava invano il faro a cui rivolgere le prore fluttuanti delle sue cento republiche, nulla di più opportuno, a coordinare ad una sola meta i moltiplici e discordi tentativi, che l'opera violenta di una mano che raccogliesse gli sparsi brani della nazione, frenando nei popoli la garrulità delle fazioni e, per compenso, togliendo ai prìncipi stranieri quella autorità che, anche fiacca e maldifesa, era sempre come una punta di ferro latente nella cicatrice.
Queste famiglie avevano tutta l'ambizione che basta a rendere possibile l'ardua impresa. — La maggior parte di esse vantava sangue italiano; alcune, o franche o longobarde, eransi rese italiane vivendo sotto questo cielo, il più adatto a naturalizzare le stirpi straniere. Già in altri paesi, dove le popolazioni barbare ed ignare dei loro diritti erano a discrezione dei tiranni, le nazioni, sparse in un numero indefinito di famiglie, si collegavano, e si rendevano compatte e formidabili. “Ivi i progressi nella civiltà, dice il Sismondi, s'operavano a rilento; i padroni aumentavano in potenza, non già per lo dirozzamento dei sudditi, sibbene per la congiunzione di nuovi stati; e una decina di sovrani potenti era sottentrata a un centinaio di sovrani più deboli[48].„
A tale rivolgimento non doveva e non poteva rimanere estranea l'Italia. Già varie famiglie surgevano a far bottino della sovranità sbriciolata nelle secolari contese. I Visconti tra queste non furono certamente secondi ad alcuna. — L'ardito concetto rifulse nella vita dei più fra i signori e duchi di Milano. Si chiamarono ghibellini, più che non lo fossero: giacchè riconobbero il vassallaggio verso l'impero, per consolidarsi con lui e per lui; l'ossequio ben presto cangiarono in alleanza; coi matrimonii mirarono finalmente a trattare gli altri prìncipi da eguali. Con tale procedere tentavano di rifare sulle ruine del dominio straniero e delle interne fazioni il nuovo regno italico, ed aspiravano a quella corona, che con perdonabile invidia vedevano posare su fronti non italiane.