Quando i diritti sovrani sono abusati, nulla di più provido che il vedere strappar lo scettro dalla mano del tiranno, perchè, ripartito equamente sul popolo, sia da lui guardato con quella religiosa osservanza con cui i gentili custodivano gli dei penati; ma quando l'egoismo o l'ambizione operano di modo, che gli uni abbandonano in un'obbrobriosa incuria il sacro deposito, gli altri lo mercanteggiano o lo usurpano, è minor male, ch'esso ricada nella mano di un solo, il quale si faccia garante della sua incolumità al cospetto della nazione.

Già si è veduto come le signorie d'Ottone, di Matteo I, di Galeazzo I, d'Azzone, di Luchino, e di Giovanni, con più o meno fortuna, riescissero al nobile intento di temperare le intestine discordie, e di svolgere le forze necessarie a rendere ampio, securo e glorioso il nuovo stato. Non si vuol dissimulare, che cotesta naturale espansione fu inceppata dal maltalento dei tre figli di Stefano, ma la vedremo ripigliare vigore poco dopo pel senno e per l'infaticabile operosità del Conte di Virtù; il quale, associando alle armi la sagacia politica, chiamò a sè molti popoli d'Italia, che sonnecchiavano in una maldifesa libertà o, in braccio a tiranelli, si contorcevano in inutili rivolte. Per lui, se la fortuna gli fosse stata propizia, avremmo veduto surgere un forte regno, quale da Roma in poi non aveva mai esistito che di nome, e a tutto nostra danno. Per lui l'italica corona, già da cinque secoli, avrebbe cessato d'essere il trastullo dei prìncipi stranieri, per divenire retaggio e gloria della monarchia italiana.

CAPITOLO DECIMOTERZO

XCVIII.

Il palazzo di Barnabò Visconti surgeva a sinistra della chiesa di s. Giovanni in Conca, lungo la via che conduce alla Porta Romana e sull'area di tutta l'isola compresa tra quella strada e l'altra diretta alla pusterla del Bottonuto. Chi bramasse conoscere la ragione storica di questi nomi così strani, consulti il Lattuada ed il Torre, che in fatto di etimologie hanno un coraggio, che a noi manca del tutto.

Per mezzo di una galleria coperta, esso congiungevasi alla corte dell'Arengo ed alla rocca di Porta Romana: e in vista delle sue mura massicce, della fossa che lo cingeva e della porta munita di ponte e di saracinesca, poteva dirsi un castello. — Erano in esso ampii e splendidi appartamenti pei prìncipi, belle e commode stanze pei cortigiani, cui si accedeva per diversi cortili. Il pian terreno serviva in parte ai domestici ed al presidio; il resto racchiudeva immense stalle, e quei famosi canili in cui si nutrivano a spese dello Stato migliaja di bracchi e di segugi ed altretanti alani, con una turba di canattieri di proverbiale ferocia.

Nella parte più remota ed obliata del palazzo esisteva l'alloggiamento di Medicina. Per arrivarvi era necessario percorrere un riscontro di cortili, salire scale e pianerottoli, girare anditi e ballatoj. Chi avesse osato spingersi fin là, doveva far conto di schiassuolare da un labirinto, per trovare la via del ritorno.

Medicina, non dissimile da quegli animali, che vivono ed ingrassano nei mondezzaj, si dilettava di abitare una topinaja, la cui sporcizia faceva torcere gli occhi ai curiosi, e ravvolgeva la sua potenza in qualcosa di uggioso e di spaventevole. Avrebbe potuto ottenere una dimora più commoda: non la chiese e non l'avrebbe accettata, per la stessa ragione che il mendicante non vuol dimettere i cenci, che gli servono di mostra a tenere in credito la professione.

Abitava egli dunque nella parte più alta del palazzo, in una cameruccia a tetto, che aveva le anguste proporzioni di un forno. Vi penetrava scarsa la luce da piccole finestre protette da una fitta graticciata tutta polvere e ragnatele. Dalla impalcatura della volta annerita dal fumo pendevano gli scheletri bianchi di un icneumone e d'un cocodrillo. Un immenso avoltojo cogli occhi di vetro, ed una strige colle ali aperte, parevano creature vive impazienti di un varco per escire a volo. Sul fondo della parete, di colore arsiccio e bituminoso, tutta fessa e sbullettata, erano schierati a varii piani fiaschi e vaselli differenti di misura e di forma, ampolle ed ampolline di vetro, di terra, di metallo; alcune colorite dal liquido contenuto; altre lucenti di un riflesso argentino o di color cupreo. Di qua storte e lambicchi destinati a stillare acque salutari o velenose; di là fornelli e crogiuoli; e nel mezzo, sopra un cippo di serpentino, una sfera a grandi armille, poi un astrolabio, che al dì d'oggi farebbe andare in visibilio un antiquario; e in giro tavole nere, con suvvi disegnate a bianco figure angolose, o curve, o serpeggianti: strana traduzione delle cabale non per altro riverite dal vulgo che pel merito d'essere affatto incomprensibili.

Poichè è necessario tenere di vista quest'uomo, che non è l'ultimo personaggio del racconto, sarà bene che visitiamo la sua officina, e che lo cogliamo di sorpresa in uno dei momenti, in cui egli s'abbandona con tutta sicurezza all'esercizio delle sue arti malefiche.