“Quale ne sarà la conseguenza?„ — chiese il Seregnino sbigottito.
“I terrieri di Desio, m'imagino, ad eccezione del piovano, saranno accostumati a bere acqua e ad attingerla alla fontana. — Quei villani che, tornando dai campi trafelati e sitibondi, si chineranno su di essa per succhiarne una buona tirata, di lì a poco, côlti da un granchio mortale, non avran tempo di chiamare il prete. Ma ciò non accadrà che a più robusti e ai meno temperanti. In quanto al grosso della popolazione che la ingoia nei modi ordinarii, dilungata coi cibi e a corpo fresco, non accadrà tanto male; o per lo meno il male andrà sì a rilento da accordar tempo di porvi rimedio, e in ogni caso quello necessario a dimandar perdono dei peccati, e salvar l'anima. — Da principio sentiranno arsura allo stomaco, poi abbandono di forze e d'appetito, infine una malavoglia ed un fastidio, che li trarrà supini a chieder mercè a Dio ed agli uomini.„
“E poi?...„
XCIX.
La scelerata vendetta proposta dal ciurmatore non tardò ad essere compiuta per mano del suo degno satellite, il Seregnino. — Subito dopo l'inquinamento delle fonti, cominciarono a manifestarsi nel villaggio deplorabili casi di decessi e di malattie inqualificabili. Alcuni spiravano come fulminati da una sincope; altri ammalarono, accusando sintomi nuovi e stravaganti, ai quali la dottrina empirica d'allora non sapeva applicar un nome, e meno ancora un rimedio. Il resto della popolazione portava le impronte dello sgomento sul viso allibito, negli occhi invetrati, nell'andar lento e scomposto. Per giustificare i primi casi, si trovarono le solite contorte ragioni. Chi moriva di colpo era un beone, un diluvione, un uomo senza modo e senz'ordine. Ma quando i casi si fecero più spessi, il chiamarli tutti colpa delle povere vittime era un vezzo crudele, che non bastava neppure a tener tranquilli i superstiti, tocchi essi pure dai sintomi d'una stessa natura. Le menti esaltate dal veleno e dalla paura, pretesero di trovare l'origine dei loro mali in un ordine più alto di cagioni; la prima e la più ovvia di esse fu il credere d'essersi meritati un castigo di Dio. — Quelli che avevano ancora forza per reggersi, accorrevano in chiesa, e si prostravano umili e piangenti, a dimandar perdono dei loro peccati. Fu spedita una eletta d'uomini a Seregno, per confessare i torti dei compagni e chiederne scusa. — Il piovano, che in mezzo a tante miserie, per la ragione già presentita da Medicina, conservava una faccia tonda e rubizza, volendo trar frutto dalla disgrazia, fece tuonare dal pulpito la sua voce, per indurre i peccatori a mutar vita, e a meritarsi il perdono del cielo: mallevando che l'avrebbero ottenuto col riempire il bossolotto delle elemosine.
Quando Medicina, informato d'ogni andamento, potè chiamarsi sodisfatto del successo ottenuto, pensò al resto del suo disegno, dal cui compimento sperava un doppio effetto: quello, cioè, di rassodare il proprio credito col restituire la salute ai borghigiani, e quello ancora più importante di ottenere per sè un generoso compenso della sua turpe impresa.
Aspettò che s'entrasse in quaresima, e fece correre la voce pel borgo, che un santo eremita reduce di Palestina, con un carico di reliquie e d'indulgenze, informato della terribile calamità che affliggeva quella terra, sarebbe accorso ad offrire ad essa il tesoro della grazia divina e il conforto della salute del corpo. — Con quanta ansietà, con qual fede ei fosse aspettato ed accolto, lo imagini chi può farsi un'idea della disperata paura di quegli infelici, che già sognavano il finimondo.
Per eludere ogni sguardo malizioso, Medicina s'ornò il mento d'una barba posticcia, la fronte e le guance alterò con rughe profonde, si chiuse nel suo mantello, avvolse la testa nel cappuccio, prese il bordone e la sporta, ed entrò in borgo col capo chino e curvo nel dorso, come se fosse vecchio d'anni e di penitenze.
Seregnino, quantunque dopo un mese di soggiorno in Milano avesse spogliata l'aria povera e macilenta della sua condizione, dovette mascherarsi con maggior studio, temendo di essere scoperto. I suoi l'avevano conosciuto magro allampanato; ora, dopo i beati ozj dell'officina, s'era vestito di carne soda e rubiconda. — Nondimeno, per ingannare il più fino sguardo, si fe' radere il capo e le ciglia, e si appiccicò una barbetta rossa. — Medicina poi, per isviare la curiosità della gente che non avrebbe lasciato di chiedergli se il suo compagno era un santo di egual peso, improvisò una ridicola storia sul suo conto: spacciando essere egli un infedele convertito, che dianzi non aveva nè legge nè fede, e che, tocco dalla grazia divina e dalle sue parole, abbandonò una greggia di mogli e di schiavi, rinunciò alle ricchezze, ed all'abitudine di mozzare la testa a chiunque non gli andasse a versi, per farsi battezzare nelle acque del Giordano, e divenire il più mansueto, il più savio, il più virtuoso della cristianità. Peccato, però, ch'ei non sapesse spiegarsi che nella lingua del suo paese. Così Medicina diè l'imbeccata al suo allievo; il quale, arrischiando solamente qualche monosillabo tolto a imprestito da una lingua di sua invenzione e pronunciato con una voce fessa e nasale, riesci a farsi credere un miracolo ambulante, una vera pasta di paradiso.
Medicina, tornato alla vita d'altri tempi, aperse le cellule della sua memoria per trarne, coi ricordi della gioventù, gli infallibili secreti di gabbare il mondo. Dall'alto di un palco, costrutto sulla piazza, ed ornato di sacri emblemi, egli dominava la folla collo sguardo e con la parola. — Il primo volgeva spesso al cielo in atto di profonda pietà; l'altra ora improntava di un'eloquenza maschia, minacciosa, terribile, atta ad estinguere ogni avanzo di ribellione; poi tornava piano, mansueto, affettuoso a segno da svegliare negli ascoltatori un tenerume, che si squagliava in lacrime ed in picchiamenti di petto. Il vulgo gradiva tutto: le parole di chiaro senso, come i bisticci inesplicabili ed arcani; anzi forse più questi che quelle.