Invece di arrestarci a pesare ad una ad una le parole d'entrambe, solleviamo il velo misterioso, che copre altri avvenimenti, per riconoscere quale, tra il giudizio di Canziana nutrito di buone ragioni, e quello d'Agnese scortato dalla logica zoppa dei presentimenti, ebbe il merito fatale d'essere indovino. Per far ciò, c'è d'uopo risalire all'origine dei fatti. Scostandoci da Pavia ed obliando pel momento il carcere d'Ognibene, torniamo al tugurio di Medicina, per vedere come egli stringesse in pugno, ed agitasse a talento, le fila di un tenebroso intrigo.

CII.

Barnabò Visconti, come già s'è detto in più occasioni, non era uomo da piegarsi a consiglio od a legge; non diede retta una sola volta alle più sacre ragioni; non cedette mai a preghiere od a lacrime. Ma egli non apparteneva nemmanco a quella schiera di eroi del medio evo, assimilati al ferro da cui erano coperti, che si fecero perdonare una vita tessuta di ribalderie, per qualche lampo di generosità: di che il mondo tien gran conto ai potenti. Assoluto, ma schietto il più delle volte perchè si stimava invincibile, ricorreva alla frode, all'insidia, e alle pratiche superstiziose, appena dubitasse che il dichiarare i suoi voleri non fosse seguito all'istante dalla compiacenza di vederli compiuti. — Così, mentr'era intolerante dell'influenza d'altri, la subiva inconsapevolmente per opera di colui che sapesse, a tempo debito, agitare davanti a' suoi occhi lo zimbello incantatore d'una fatucchieria.

Il suo secolo, che raccoglieva la trista eredità del medio evo, s'incarnò (ci sia lecita la frase) in quest'uomo. All'epoca presente erano meno continue le guerre, meno iraconde e sanguinose le fazioni. Un'arte subdola ed infame aveva insegnato ai prìncipi il secreto di far la guerra senza turbare le apparenze della pace, senza cangiare i velluti nelle cotte di ferro, ed interrompere le orgie e le corti bandite. — A che giovava destar l'allarme fra i vicini snudando la spada, ed attendendo che dall'urto degli eserciti risultasse la vittoria o la sconfitta? Era cosa meno arrischiata il combattere d'astuzie e l'impiccolire la guerra, restringendola ad una gara d'insidie individuali. Perciò, meglio che ferire in mille parti il paese nemico con un armeggiar lungo ed incerto, era il colpirlo nel suo centro vitale, trascinando il capo di esso nel tranello di uno stiletto, di un veleno o di una perpetua prigionia.

Or mentre le battaglie, combattute lealmente sul campo, venivano inaugurate coll'invocare il giudizio di Dio: queste tenebrose machinazioni, potenti ausiliarie delle armi, s'inspiravano negli arcani responsi dei negromanti e degli indovini, formati alle publiche scuole, dove l'astrologia naturale o giudiziaria (cioè induttiva o chimerica) aveva cattedre e professori: oppure traevano la loro infallibile potenza dalla pretesa associazione dell'uomo collo spirito infernale, stipulata sur un patto che fruttava a quello ogni terrena prosperità, a questo il dominio delle anime e la dannazione de' suoi adepti.

Ognuno sa od imagina come dovevano vivere coloro, che esercitavano tali maleficii in mezzo a gente, che pigliava sul serio questa tremenda alleanza del mondo coll'inferno. Essi erano maledetti ed esecrati come la cagione suprema dei mali, che affliggono l'umanità. L'inclemenza delle stagioni, le fallite messi, ogni mala fortuna, l'infermità o la morte di un uomo, erano un maleficio. Pareva, che rimossa quell'unica ed arcana influenza, il mondo dovesse tornare ad imparadisarsi. — Le leggi civili ed ecclesiastiche non avevano misura nel punire i sacrileghi. Di pieno accordo, decretavano loro i più strani ed orribili castighi, e, stimando essere la morte pena troppo dolce, la porgevano diluita, direm così, in una studiata agonia di tormenti, cui poneva termine il più lungo ed il più crudele dei supplicii, il rogo. — E chi mai a quei tempi si sarebbe rifiutato di portare il suo fascetto di legna al patibolo di un indemoniato?

In Lombardia, non meno che nelle altri parti d'Italia regnavano coteste ubbie. Perocchè, se dapertutto avevano origine dall'ignoranza e dalla ferocia del secolo, qui prosperavano ancor più per le superstiti memorie delle credenze religiose disseminate dagli invasori del nord. E infatti, più d'una superstizione d'origine straniera viveva ancora ai tempi di cui favelliamo. Tale era, per esempio, la celtica usanza di rispettare come cosa sacra certi alberi detti sanctili. Qui vigeva ancora la superstiziosa venerazione delle vipere, credute atte a ridonare la salute al solo mirarle: avanzo di nordica idolatria recato in Italia dai Longobardi. — L'interpretazione dei sogni, e la previsione del futuro desunta da quelli, erano officio degli aríoli; i tempestarj sapevano scongiurare e sciogliere le procelle; certe vecchie comari apprestavano fantocci di cenci alle femine in doglia di parto, e le rendevano di colpo libere e spregnate; v'erano empirici, che componevano unguenti opportuni ad arrestare il sangue ed a sanare all'istante una ferita, untando non i margini della cicatrice, ma l'arma che l'aveva cagionata.

Queste e cent'altre follíe non esistono più ai nostri giorni; ma la memoria di alcuna vive ancora in certe consuetudini del vulgo, sopratutto nel contado. — Forse la generazione ventura ne perderà ogni traccia; giacchè la svegliata gioventù campagnuola, lasciando le vecchie pratiche alle feminette, comincia a riderne di compassione.

Intanto la mala razza, sebbene perseguitata, non si andava diradando: perchè da una parte gli stessi potenti l'accarezzavano, fin tant'almeno che sentivano lusingata l'ambizione loro da profezie di buon augurio; dall'altra, le leggi, anche in ciò pazzamente atroci, mancavano di mezzi ond'essere poste ad effetto. — Astrologi e negromanti vivevano dunque inviolati e riveriti alle corti: indovini, chiromanti e maliarde si tenevano abbastanza al sicuro in luoghi remoti, a dispetto d'ogni minaccia. E mentre chi faceva la legge non metteva misura alle pene, quelli che dovevano eseguirla non ardivano spingersi ad una lotta nella quale si vedevano schierata davanti una legione d'angeli ribelli.

V'ebbero però delle vittime, e non poche. Ma le stolte procedure e i giudici ancor più stolti, agitati da un invincibile terrore, non giungevano a conoscere tampoco la natura dei fatti su cui si fondava l'accusa. Anzi, dopo quei processi, intralciati di forme e d'interrogatorj stravaganti, e in mezzo ad un labirinto di enigmi, la ragione brancolante ed ubriaca riesciva ad addormentarsi del tutto; e non si scuoteva che ad affare compito, più cieca e assai più illusa di prima.