Del contenuto in quella lettera non volle dir verbo; asserendo e giurando, nel modo il più solenne, di non esserne al fatto; e per quanto il conte colle promesse e colle minacce lo invitasse ad essere schietto, perdurò nel silenzio, promettendo che avrebbe messo in opera tutti i suoi mezzi per saperne qualcosa; e poi riferirlo. Questa fu l'opera del secondo convegno; gli rimanevano ancora due giorni, prima di render conto a Barnabò del suo procedere; in questi due giorni egli sperava di potere raccogliere pel suo padrone più assai di quel che aveva promesso, e prometteva a sè di trarre più pronta e più lucrosa vendetta di quel che aveva osato sperare.
Il conte, dopo la fatale scoperta, fu in procinto di correre alla casa di Agnese, per chiederle uno schiarimento; ma volle e seppe frenare l'impeto della passione, forse temendo di sè, forse sperando di giungere del pari, e meglio, allo scioglimento del terribile enigma col silenzio e colle investigazioni. Intanto, per opera del perfido Medicina, surgeva fra il conte ed Agnese un fantasma ad arrestare d'improviso il placido corso degli affetti ed a rallentare in entrambi ogni confidenza. La posizione dei due amanti diveniva quanto strana altretanto crudele. Ciascuno pensava essere il giudice; ed appariva invece il colpevole; questi cercava sul viso di quella la cagione di un turbamento, che egli senza saperlo tradiva sullo stesso suo volto. — Come era stato eguale in entrambi l'affetto e la felicità, così doveva essere pari il male, ed identico il successo di una calunnia, destramente sceneggiata a danno d'ambedue.
In quel dì, al nuovo incontro, l'uno si mostrò forse più contegnoso del consueto: l'altra, cercando d'imporre al suo viso ed alle sue parole la consueta ilarità e quell'aria di confidenza che le era propria negli ordinarii convegni, apparve affettata, e quindi fu male intesa. Appena i due amanti furono separati, ciascuno riescì a quest'unica conclusione: lodavasi d'aver saputo resistere alla tentazione di rompere in querele; ma deplorava la presenza dei sintomi che accertavano la sciagura. Quel silenzio, che ognuno si era imposto come atto di prudenza, diveniva il titolo dell'accusa, la prova ineluttabile della colpa.
CIX.
Ma finita quella scena, i due attori, rientrando nell'esser loro, assumevano un aspetto assai differente. — Intensissimo il dolore d'amendue: quello di Agnese era uno schianto indescrivibile, una desolazione che vince ogni forza umana.
Non appena ella rivide Canziana, le si buttò al collo, e diè sfogo alla piena del suo dolore col più eloquente linguaggio della passione, il pianto. In quell'abbandono sì spontaneo e completo, riassumeva la poveretta la sua storia: un passato pieno di felicità, un avvenire tutto tenebre e sgomenti. Scorreva Agnese col pensiero le mutue promesse, i giuramenti prestati ed accolti con tanta e sì cara superfluità di parole; e di là scendeva ai raffronti; tentava di penetrare il mistero dell'improviso mutamento, e di scoprirne la cagione. Avida di dolorose sensazioni, spingevasi poi nel futuro, e, schierate le probabili sue sorti, le discuteva ad una ad una, numerando tutte le possibili torture, che l'aspettavano: la casa deserta, l'abbandono di tutti e.... quella gioja, la più sublime tra le gioje di una donna, amareggiata dal rimorso e costretta a racchiudersi nel mistero. Lo spirito travagliato non aveva posa; varcava anni e lustri; cercava la calma dell'età matura; invadeva la tarda stagione delle rimembranze; ma il lontano avvenire nelle sue molteplici vie non le offriva uno scampo. Tutto le annunciava che ella avrebbe un giorno arrossito davanti a suo figlio; poveretta!...
Eppure, spendendo fin l'ultimo anelito di vita in quel doloroso pellegrinaggio non pronunciò una parola di disperazione, non pensò di eludere la crudeltà del destino con mezzi violenti, non ravvivò la mente smarrita cogli acri stimoli della vendetta; ma, voltasi a Dio con voto fervido e rassegnato lo supplicò, che adeguasse al male la virtù espiatrice.
“Fate, o Signore, diceva ella dal fondo del cuore, che io viva tanto da poter narrare a mio figlio la storia de' miei dolori; egli mi perdonerà, ed io gli insegnerò a non maledire a chi gli diede la vita.„
La muta preghiera non aveva altro segno esteriore, che il pianto; nessun altro interprete fuorchè la buona compagna. — Canziana, già conscia di tutto, non osava profanare quella scena con vane frasi. Avrebbe chiesto volontieri al suo cuore una frase acconcia, una parola di conforto; ma il cuore era esausto di tutto, fuorchè di palpiti dolorosi. Piangente anch'essa, accompagnava col pensiero l'agonía mentale della sua diletta. Le tronche parole, che a quando a quando le uscivano dal labro, erano le parti sconnesse di una fervidissima preghiera, con cui implorava l'ajuto di Dio per l'infelicissima donna.
Medicina ben sapeva che il tormentare una creatura, quando questa fosse la mansueta Agnese, era la più facile parte del suo disegno. Più arduo doveva essere lo smovere la volontà del conte, il cangiare l'amore in odio, la stima in diffidenza, il far di lui il giudice e peggio il carnefice della sua amante. Che la denuncia da lui lanciata provocasse in chi la raccoglieva un moto di sdegno, era cosa troppo naturale, nè per ciò solo poteva darsi vanto di un trionfo. — Sbollito il primo ardore, restava l'accusa nella deforme nudità di una ingiuria gratuita; bisognava quindi darne sùbito le prove, e prove certe e complete, sotto pena di veder rovesciato l'ingegnoso edificio, e di sopportare il danno e la vergogna del calunniatore.