C'era di che mettere i brividi nelle ossa al più audace. — E per dir vero, anche Medicina, versatissimo mestatore d'iniquità, provava un'inquietudine tutta nuova. Egli aveva inteso e architettato ogni cosa prima di mettersi all'opera; ma, per quanto il suo piano fosse semplice e chiaro, una parte di esso sfuggiva ad ogni previdenza, e lo metteva in balía del caso.
Medicina e Bergonzio s'erano data la posta nella notte seguente, ad ora fissa, in una località determinata. — Zelantissimo e materiale esecutore degli ordini ricevuti, il Seregnino, mezz'ora prima del convenuto, passeggiava in su e in giù per un ronco, in capo al quale era un'osteriaccia di sinistro aspetto. Arrivò a tempo debito il ciurmatore, e riconosciuto il compagno, e presolo a braccio con una famigliarità insolita, lo condusse nella lurida tana, dove, con una lauta imbandigione, fu chiuso lo scelerato lavoro di quella giornata.
È inutile riferire i discorsi dei due compagni: l'uno ascoltava o rispondeva a monosillabi; l'altro, per fare onore al padrone, lodava a cielo ogni cosa che gli era posta davanti, traendone pretesto di squisite adulazioni pel già fatto e di splendidi augurj pel da farsi. — Al togliere le mense, il Seregnino ripose nelle mani del padrone il rótolo, entro cui era la risposta d'Agnese diretta a Manfredi. Medicina lo svolse senza guastarne il suggello, percorse lo scritto avidamente una volta, poi s'arrestò a studiarne una ad una le parole, quasi durasse fatica a rilevarne il significato; intanto che il compagno, straniero per necessità a tutto ciò che sapeva d'inchiostro, sfiorava un sonnellino impostogli dalla digestione laboriosa. — Lieto il ciurmatore di non aver testimonii, tolse di sotto le vesti un vasellino d'inchiostro, una penna, una lama; e, con un'arte di cui era maestro, raschiò alcune parole dello scritto, e qualch'altra v'aggiunse, senza guastare l'apparente autenticità dei caratteri. Chiuso poscia e suggellato di nuovo il foglio, scosse il compagno e gli consegnò il messaggio. — Parrà a taluno troppo arrischiato e quindi improbabile un tale artificio; e lo sarebbe difatti ai giorni nostri. Ma ricordisi che quella lettera era vergata su pergamena, e che su di essa era facile, anche a chi non possedesse le arti di Medicina, l'alterare o il togliere lo scritto, sopratutto quando era recente. Tal genere di frode era d'altronde assai comune a quei tempi; tanto comune, che Giangaleazzo, pochi anni dopo, dovette porvi freno condannando alla morte i falsificatori degli scritti[51].
Il Seregnino aveva certi occhi appannati e semichiusi che accusavano l'intemperanza, ed imploravano riposo. Alle parole di Medicina si scosse, e cercò di raccogliere a capitolo occhio ed orecchio; e intanto lasciava errare sulle labra uno sbadiglio lungo e sguajato, come se per la bocca dovesse scendergli al cuore la voce del suo padrone. Ma gli ordini di costui erano troppo chiari e concisi perchè non giungessero alla mente trasognata dell'ascoltatore, a dispetto delle nebbie che l'ingombravano.
“Intasca questo cencio, disse Medicina, e bada a custodirlo ben bene, che deve essere la tua e la mia fortuna.„ — A quest'ultima parola lo sgherro chiuse un po' la bocca, aperse alquanto gli occhi, e tese l'orecchio. — “Domattina all'alba partirai per Milano di tutte gambe. Giunto in città, andrai difilato alla rocchetta di Porta Romana, e prima del tocco avrai consegnato nelle mani del Manfredi questo scritto che vale un tesoro. Quanto al modo di penetrare colà, e di parlare al prigioniero, non hai che a ripetere le solite pratiche. — Sii lesto ed accorto. Eccoti un pugno di terzuolini per immollarti il becco durante il viaggio. Giudizio però: non far posa ad ogni rosta, che ti accenni la mezzetta pronta. Avrai agio di rifarti con quegli altri, che tengo in serbo se riesci a bene. Hai dunque inteso? Ah!... riprese poco dopo, mutando tuono di voce e stringendo il braccio al suo ascoltatore fino a trarne un lagno, guai a te, se osi fiatare con anima viva!...„
Il Seregnino, a tali parole e alla brusca scossa ricevuta, pigliava un'aria compunta, e raggrinzava le labra spenzolate, mordendole in aria di stizza; d'una stizza però che voleva significare essere ingiuria il mettere in questione il suo ossequio, la sua fedeltà.
“Ti viene la muffa al naso, poveraccio, — aggiunse Medicina, che forse sentiva un po' di compassione pensando al brutto tiro che gli preparava; — non hai torto; a un par tuo certi avvisi sono un di più„; — e diluì la parola in un risolino pieno di fiducia e d'indulgenza.
Dopo ciò, i due amici si levarono dal desco. Medicina pagò lo scotto; e Bergonzio, guidato da un guattero, prese alloggio nella stalla, dove, gittatosi sur una bica di paglia muffa, fece proponimento di voler dormir sùbito e sodo, per essere in piedi dimani prima dell'alba; e dormì infatti meglio che in un letto sprimacciato. — L'altro, che non aveva tempo e voglia di riposo, nel separarsi dal socio lo sogguardò con un fare fra il pietoso e il beffardo, dicendo tra sè: “mi duol per te: ma!... hai posto il muso nella mia scodella, bisogna che tu ne assaggi un poco anche il brusco. Manco male, il vino si fa pigiando, e nei travagli si fa l'uomo.„
Un momento dopo, e appena fuori dalla taverna, aveva obliato l'inutile tenerume, e correva, o meglio volava verso il castello per arrivare in tempo ad ottenere udienza dal principe.