Bergonzio, posto alle strette da una furia di dimande, asserì sul principio di non saper come e per mano di chi gli fosse capitato quel foglio: aggiunse di più (e questa era pura verità), ch'egli non sapeva riconoscere l'importanza, e nemmanco il senso, di quelle parole. Ma al vedere che non gli venivano menate buone queste scuse, e udendo scricchiolare la puleggia del cavalletto, credè opportuno di chinar la cresta e di dimandare perdono; chè, se le nebbie del vino gli avevano offuscata la memoria, ora poteva finalmente ricordare che quella carta gli veniva affidata da un compare da Pavia coll'incarico di portarla ad un compare di Milano.
Invitato a dire il nome d'entrambi, balbettò di nuovo e si confuse; ma il curiale, che aveva interesse di non lasciar raffreddare le sue morbide piume, fatti amministrare due tratti di corda allo sciagurato, ebbe la gloria di vedere messa a nudo in un attimo tutta quanta la verità, co' suoi incidenti: i nomi, cioè, di Agnese e del Manfredi, l'origine e la destinazione dello scritto, e perfino il nome e le intenzioni di Medicina.
Ma guardate delirio dello spirito umano: quella rada volta, in cui uno stolido e scelerato mezzo di prova metteva in chiaro tutto il vero, e niente più che il vero, il giudice nel valersene sentiva per essa una sfiducia nuova e sapiente. La colpa di Bergonzio, secondo lui, era più che constatata; valevano per essa tutti gli amminiscoli di prova; ma la complicità di Medicina, attestata dalle medesime circostanze, era assurda; le dichiarazioni del torturato erano un sogno, un delirio, un vaniloquio.
Lo scritto d'Agnese fu tosto consegnato al conte; Medicina si valse della buona riescita del suo intrigo per trattare la causa di Bergonzio; il quale fu nella giornata seguente messo in libertà, un po' malconcio ma colle tasche piene di quei terzuoli, che Medicina gli aveva promesso.
CXI.
Un pittore, che voglia rappresentare una giovine donna sfolgorante di bellezza e d'ornamenti, chiede invano alla tavolozza gli schietti colori, che emulano il brillar caldo e sanguigno delle carnagioni, gli screzii delle stoffe, e lo smagliar delle gemme. Ma l'arte gli insegna che una tinta fosca, ed opportunamente valida, sparsa intorno a quegli splendori, ravviverà la sua languida creazione; giacchè l'occhio dell'osservatore, dopo aver riposato sur un fondo opaco, si rende più sensibile alla subitanea vivezza delle tinte artefatte, e, pel felice gioco dei contraposti, trova brio e vita, dove poco prima era nebbia e languore.
Il precetto dell'artista che imita la natura fisica si attaglia perfettamente a chi studia di ritrarre il mondo morale. Volendo dipingere l'anima di Agnese, mal riescirebbe nell'intento chi si contentasse di stare dentro il circuito delle sue azioni, enumerando ad uno ad uno i pregi di che era ornata, ed arrestandosi all'esatto computo de' suoi dolori e delle sue virtù. La storia tracciata a questo modo, pel merito d'essere troppo veritiera, non raggiungerebbe lo scopo di lasciare nell'animo di chi ascolta una esatta e durevole impressione. I foschi intrighi e le passioni scelerate degli avversarii, che la circondano, spettano alla sua vita, precisamente come il fondo della tela appartiene al suo protagonista. Con questo contrasto sobriamente maneggiato acquisterà rilievo e forma il ritratto della nostra eroina; e ciò che veduto da vicino sembrerà superfluo o forzato, contribuirà da lungi alla fedele riproduzione della sua imagine.
Tutto ciò sia detto per guidare il lettore a concludere che l'analisi della vita di un ribaldo, qual'è Medicina, non fu tanto una speculazione consigliata dal triste diletto di accozzare tinte vigorose ed ardite, quanto una necessità imposta dallo scrupolo di cronisti veritieri.
È riprovevole il gusto di coloro che pensano ricreare ed istruire chi ode o legge colle più tetre pitture del genere umano; quasichè, scorrendo un museo patologico, alla nauseante rivista di tante diformità, si potesse acquistare un'idea precisa della vita, come ella è secondo i voti della natura. — Ma non è meno strano ed ingannevole il proposito d'altri, che, per pochi fiori raccolti a stento in un vasto campo, vogliono far credere al paradiso del consorzio umano. Queste sdilinquite dolcezze hanno perduto ogni prestigio; le arcadie sono il limbo degli spiriti morti senza il battesimo dell'esperienza. — La storia suol essere varia come la natura; nè tutta fiori, nè rovi soltanto. Valgano a provar ciò le parole con cui apre i suoi insegnamenti un dotto scrittore: “la vera importanza della storia sta negli esempj di morale, che ella può porgere; non si vogliono in essa cercare scene di sangue, sibbene ammaestramenti...; la conoscenza delle vicende dei tempi andati allora solo è proficua quando ci apprende a cansare gli errori, ad imitare le virtù, a vantaggiarsi della sperienza„.[52]