Mentre il conte taceva impensierito, Medicina ripigliò la parola per dichiarare che uno scritto d'Agnese diretto al Manfredi era nelle mani di un tal Bergonzio da Seregno, alloggiato alla tale osteria, posta nella tal strada. Chiese quindi che venissero spediti alcuni sgherri ad impadronirsi del foglio e del suo portatore; e ciò con tutta sollecitudine, affinchè la preda non sfuggisse alle ricerche.
La dichiarazione era esplicita; ma il conte, che in quel momento sentiva tutto il peso di uno zelo che distruggeva le sue più care illusioni, cercava pretesti ad oscurarne il merito.
“Perchè mai, soggiunse egli, non sapesti impadronirtene tu stesso? Forse ti senti già troppo alto per certi officii?...„
Sorrise maliziosamente il ciurmatore, e ripigliò: — “Voleva evitarvi la noja delle mie parole, ma vedo essere necessaria una spiegazione. Quel Bergonzio, di cui si tratta, non mi è del tutto sconosciuto; come però ebbi buone ragioni per non sollecitare una stretta amicizia con lui, così ne ho delle più forti per non provocare i suoi sdegni. Per ora, un'apparente neutralità mi fa sicuro d'averlo a suo tempo buono a qualcosa di maggior rilievo. Egli potrà essere per me, ciò che io sono per voi; così siamo due a servir Vostra Grazia.„
Al conte veniva in uggia quell'aria di servitù, stipendiata a suo danno. — Troncò pertanto le ciarle, permettendo che una mano di soldati si ponesse agli ordini di Medicina.
Mezz'ora dopo, Bergonzio, scosso da tre paja di braccia nerborute, apriva gli occhi e la mente alla dolorosa sorpresa di una visita di gente sconosciuta, che gli mandava a male il più lieto tra' suoi sogni, per ingiungergli di recarsi sùbito al castello. — La spranghetta cagionata dalle generose libazioni gli toglieva la voglia di resistere all'invito; onde, levatosi di tutta fretta, escì coi compagni.
L'aria viva e la paura lo fecero tornar in senno; ma potè raccapezzare il filo delle idee, solo quando arrivato al castello e tradutto dinanzi ad un curiale, si sentì investire da una salva d'interrogazioni, che non gli davano tempo a rispondere: egli intanto pigliava tempo a riflettere. Infatti quando cominciò a venir in chiaro della cosa, il sonnacchioso curiale finì d'accorgersi di esserne perfettamente al bujo; e, per poco che l'accusato facesse ancora il sornione, il giudice avrebbe dovuto lavarsene le mani come Pilato, e rimandarlo assolto.
Se non che, in sul più buono, un incognito vestito di una zimarra nera, e coperto nel viso da un cappuccio foracchiato attraverso al quale si vedevano brillare due occhi da basilisco, entrò nella camera e, curvandosi sulle spalle del curiale, gli bisbigliò all'orecchio alquante parole.
A quest'avviso, il volto di costui mandò un lampo di sorpresa, che dissipò gli sbadigli ed il sonno; poichè, se il trattare con un mascalzone innocente gli faceva rimpiangere le coltri deserte, il diletto di scoprire e di torturare un colpevole, chiunque egli fosse, lo compensava ad usura delle perdute dolcezze.
Il curiale fece quindi eseguire una visita minuta sui panni dell'accusato. — La mano esperta di un manigoldo, dopo avere palpeggiato diligentemente ogni tasca, ogni piega, ogni costura, arrivò finalmente allo sciagurato foglio; e, ghermitolo, lo sottopose all'esame del giudice; il quale, dopo averlo guardato per ogni verso, lo lesse e lo rilesse per cavarvi il bandolo di un'accusa. — Intanto soffiava, e si stringeva nelle spalle come se cominciasse a pigliar gusto in quella facenda.