A fare meno triste la sua condizione presente, giovò l'esercizio della più saggia carità: ella soleva trovare presso di sè molto superfluo per farne parte ai poverelli. — Ad abbellire il futuro, le valse il pensare alle prossime gioje della maternità: gioje sì vive e sublimi, che non potevano essere turbate da nessuna memoria per quanto amara. Ripigliò ella i lavori dell'ago, non per trapuntar ciarpe ed inezie, come in addietro; ma per allestire il corredo dell'aspettato suo consolatore. Nell'assiduo travaglio, e nello scopo di esso, temperò le acerbe ricordanze, senza abbatterne quella parte che le faceva sperare nuovi e più dolci compensi. Così mentre la mano, con alacrità straordinaria, attendeva all'opera pietosa, la mente si occupava di quello cui essa era destinata. La diletta creatura, che le aveva fatto riamare l'esistenza, già viveva con lei e per lei; le appariva dinanzi ad ogni momento vispo, amorevole, bello quanto un angelo. Ed ella lo vedeva e lo ascoltava, pregustando tutte le delizie dell'esser madre. Nè si arrestava ai primi passi della sua vita; ma lo vedeva crescere garzoncello avido di affetti e di cognizioni; farsi giovine generoso ed intrepido; maturare saggio e benvoluto cittadino. La stima che egli si sarebbe procacciata, era tutto suo merito; di nulla egli era debitore al casuale retaggio di un nome illustre. — Anche la riabilitazione dell'infelice sua madre diverrebbe sua gloria. Quando quel frutto della colpa fosse diventato un valent'uomo, chi mai avrebbe ardito gettare la pietra contro la cagione de'suoi giorni? — Abbandonatasi a tali pensieri, correva Agnese sur un pendío pieno di dolcezze, fino a sognare una felicità completa e durevole. Quel figlio che le era costato tante lacrime le prometteva, già prima di nascere, altretante gioje. Le nostre leggitrici perdoneranno alla sventurata donna questo delirio pel merito dei soavissimi affetti che lo inspirano.
Dopo alcuni mesi di un rigoroso ritiro, durante i quali la tranquilla serenità di quell'anima non fu turbata che da un'ansia amorevole, precorritrice degli eventi, venne il dì benaugurato, in cui lo sguardo della madre potè finalmente fissarsi nelle sembianze della sua creatura. Oh il primo bacio che ella stampò sulle gote rosee del suo bel bambino! Quanta felicità, quale esultanza! — Allora la natura, trionfando di tutti i riguardi umani, infundeva ad Agnese tale sicurezza di sè, ch'ella non avrebbe esitato a dichiarare al mondo intero che quella creatura era sua.
Ma l'orgoglio muliebre cedette sùbito e sempre a più imperioso sentimento. Agnese dimenticò il mondo ed ogni cosa esteriore per non occuparsi che di sè; e in sè stessa comprendeva appunto il suo caro, il suo vezzoso bambino. Dopo avergli prodigato le più tenere carezze, lo sogguardava con occhio innamorato, lo componeva nella culla; poi di lì a poco, stanca di non vederlo, di non toccarlo, ne lo sollevava di nuovo per palleggiarlo e stringerlo al seno; e lo chiamava sue viscere, sua delizia; lo copriva di baci e di lacrime. Agli avvisi di Canziana, che la vegliava con materna sollecitudine, e non aveva fine di raccomandarle un po' di quiete per il ben suo e della creatura, non si mostrò arrendevole, che quando la stanchezza vinse gli affetti, e il consiglio divenne necessità. Allora Agnese giacque tranquilla; ma, posata la testa sul capezzale, volgeva gli sguardi al suo diletto che le dormiva allato. E l'occhio materno (che non è il miglior giudice delle sembianze dei figli) aveva già riscontrato nel tondo e roseo visetto del bambino i tratti vigorosi e severi del padre. A quella scoperta, una lacrima di ben altra natura le spuntò sul ciglio. Pianse la poveretta pensando che a tanta festa non pigliava parte chi vi aveva il più sacro diritto. Dolevasi che lo sguardo di lui non scendesse un momento su quella cuna; perchè ivi avrebbe dovuto farsi più mite e più giusto.... In tale pensiero chiuse gli occhi affaticati, e sognò cose liete.
Ma quando, poco dopo, una esile vocina la scosse dalla fantastica visione e la condusse di colpo alla realtà del momento, oh come le brillò caro e dolce alla mente il ricordo del novello acquisto! Pur quella voce era flebile; il poverino piagnucolava: — “Che hai ben mio? prorompeva la madre, perchè piangi?„ — ed accorsa alla cuna, ne sollevava il tapinello colla maestría che le donne non apprendono, e lo stringeva a sè, cullandolo dolcemente — E quando vide che il bambino appoggiato al suo seno cessava dal piangere, quando s'accorse, che ella compiva l'altro pietoso officio della maternità, nutrendolo della sua vita, nuovo giubilo, nuova ebrezza!
Troppo arduo sarebbe l'enumerare e il dipingere convenientemente tutte le fasi per cui trascorse l'amore sviscerato d'Agnese in quei primi giorni. Quella vicenda di sollecitudini, di gioje, di trepidazioni, quella litania di dolci ed iperbolici appellativi, con cui una madre vezzeggia il suo bambino, sembreranno a taluni frivole minuzie, pallide imagini di quanto si vede ognidì e dovunque. Ma lo scandagliare per quel mezzo il cuore d'Agnese, e il comprendere tutta la potenza de' suoi affetti, non sarà dato che a voi, sensibili donne. — Voi, dalle placide ed incolpevoli gioje provate o presentite, saprete misurare quelle più tempestose, ma non meno sacre, della nostra eroina; e se la vista di un bel putto che dorme in grembo alla madre vi fa tenerezza, a maggior ragione dovrete essere impietosite nell'imaginarvi Agnese, il cui affetto era ravvivato ancor più da un altro sentimento, maggiormente degno di pietà perchè tanto infelice. — Anzi, (dovrò io apprendervelo come fosse una scoperta?) quello stesso mistero che s'aggrava su lei la farà ai vostri occhi più cara e più degna di compassione. La legge, che disconosce e condanna i fortuiti legami della passione, può avere da voi il culto della coscienza e dell'esempio, senza perciò provocare dal vostro labro un troppo rigido giudizio contro le infelici, che in un consorzio d'affetti offrirono virtù ed innocenza, e ritrassero colpa e vergogna. Costrette a sentenziare Agnese, la vostra ragione non v'impedirà, condannando i fatti, d'amare un po' la colpevole. Non vorremmo che, con danno delle leggi sociali, voi l'assolveste troppo leggermente: non imploriam ciò per Agnese. Imploriamo il vostro perdono; e non vi può essere perdono dove non siavi stata colpa.
CXVI.
Mentre nella romita dimora tutto era calma e silenzio, il castello di Pavia e la corte di Milano brulicavano in modo insolito di gente intesa ad affrettare gli apparecchi per le prossime nozze fra il conte di Virtù e sua cugina. — Il conte, nelle sue frequenti corse a Milano, aveva cercato di rendersi bene accetto a Barnabò, e vi era, almanco in apparenza, riescito: quanto alla timida Caterina non davasi gran pensiero. La giovine principessa, più schiava che l'ultima donzella del popolo, non avrebbe potuto dire una parola, nè tampoco alzare uno sguardo, che non fosse profondamente ossequioso all'indeclinabile cenno del genitore. — Buon per lei, che un cuor tiepido ed una volontà inerte la piegavano al suo destino senza farla accorta del grave sacrificio. — Ella però nella sua pochezza aveva fatto un'osservazione non del tutto frivola: quel principe, or trovato degno di stringere nuovi legami colla sua casa, era quel desso, che, poco prima, facevasi bersaglio dello sprezzo di suo padre e del sarcasmo dei cortigiani. In ciò v'era una contradizione manifesta: ma la mente della fanciulla sapeva conciliarla a tutto suo vantaggio, pensando che il più veritiero dei giudizj sul conto del suo sposo doveva essere l'ultimo.
Non con pari freddezza vi si apparecchiò Giangaleazzo: giacchè se la ragione gli aveva consigliato questo legame come un rimedio, il cuore si disponeva a subirlo suo malgrado, e con penoso disgusto. Parevagli talvolta d'operare con precipitazione, e di fidar troppo nelle sue forze; e concludeva che la dimenticanza, questo farmaco sovrano delle passioni infelici, può bene essere consigliata e voluta; ma che il volerla e l'apprezzarla è ancor poco; perocchè i mezzi impiegati a spegnere violentemente un affetto, conducono a spontanei raffronti; e in essi, a dispetto d'ogni proposito, il passato si veste di seducenti colori; i quali ad altro non giovano che a far più bella ogni cosa perduta. — La grandiosa reggia di Barnabò gli richiamava alla memoria l'invidiata semplicità del casolare di Agnese. Quella turba di cortigiani gli faceva desiderare il piacevole isolamento di Pavia: al bieco sguardo di Barnabò, opponeva la rimpianta serenità di Maffiolo, il freddo contegno di Caterina era il più eloquente contrapposto all'appassionata parola d'Agnese.
Eppure, benchè sentisse essere il suo rimedio inefficace non solo, ma quasi peggiore del male, gli bisognava inghiottirlo; chè, date anche plausibili ragioni a rompere un tale negozio, sarebbe stato cosa strana, e temeraria il tentarlo. — Laonde, come tutti coloro che non potendo fuggire un male gli vanno incontro di buon passo, studiò d'appianare ogni difficoltà, e pose tutto il suo buon volere perchè almeno a una sventura inevitabile non si aggiungesse la pena di una inutile lotta.
Era uso dei tempi il presentare gli sposi di donativi sontuosissimi. — Tale costumanza, in origine consigliata da una giusta compiacenza, era in sèguito divenuta l'oggetto di gare esorbitanti fra le famiglie. Si profondeva un tesoro per accasare una fanciulla, o condurre sposa una nuora; a tal segno che gli Statuti di Milano dovettero porre un limite alla prodigalità dei doni nuziali con apposita legge suntuaria.[53] Scarse all'incontro erano le doti delle fanciulle. — Il Musso, cronista piacentino che illustrò quest'epoca, e da cui ci accadrà altre volte di raccogliere notizie, ne accenna come splendida la dote di seicento zecchini d'oro. Mentre lo sposo, all'istante della promessa, doveva, come caparra del patto, deporre nelle mani del futuro suocero una somma detta meta; poi preparare il dono morganatico pel mattino susseguente al matrimonio, e sborsare una terza pecunia, chiamata mundio, per far suo il diritto paterno di tutelare la fidanzata.