In questo tacito colloquio trovò Agnese quel conforto, che invano aveva cercato ai cavilli dell'umana ragione. È naturale quindi che ella vi si abbandonasse con passione, quante volte sentiva venirle meno il coraggio. Ma dalla rinata fiducia, ella non traeva argomento a credersi degna dell'impunità; per essa preparavasi con animo sereno ad una austera espiazione; e l'accoglieva e l'invocava come arra di pace.

Altra volta volgeva la parola a suo padre; e le sembrava che la fronte severa del buon vecchio si spianasse alla pietosa sua invocazione.

“Tu, padre mio, diceva ella, tu m'insegnasti ad onorare colui; io frantesi le tue parole, io varcai i limiti, de'tuoi comandi; sconsigliata! Tua figlia però non si chiama indegna del tuo nome, giacchè, coll'ajuto di Dio e con un'intera vita di sacrificj, saprà cancellare questo passo indecoroso della sua giovinezza — È inutile, che io ti sveli come vi fui travolta; non v'hanno misteri per le anime beate. Dirò solo che ebbi un complice, non un seduttore. Io ti prego anche per lui, padre mio; come mai potrei sperare d'essere perdonata, quando non mi sentissi pronta a perdonare? Se egli fu ingannato, deve soffrire al par di me: se ingannò, a suo tempo soffrirà a mille doppii più di me — Deve essere pur doloroso il ricordo di uno spergiuro! Ch'egli non lo provi mai!„

“Le tue parole, proseguiva Agnese dopo una pausa, io le ho nella mente e nel cuore; le ho imparate, e le farò mie. Non chiedere vendetta, tu mi scrivesti in sull'ultima ora della tua vita, ma persevera nella via della carità e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla medesima meta. Questi detti sono sacri come il momento in cui furono scritti. Giuro per l'amor tuo che farò ogni cosa possibile, perchè essi non sieno smentiti giammai. All'annuncio della mia sventura, chiesi al Signore la grazia di morirne; ora io rinovo più saggia preghiera, chiedo di vivere per mio figlio. L'alleverò, come tu mi hai insegnato, nel timor di Dio, e nell'amor della patria; e se egli mi chiederà un giorno la storia di suo padre, io gli narrerò la tua, o dilettissimo genitore. Oh quanto egli sarà superbo d'esserti figlio! In questo santo proposito che mi rialza dalla polvere, sento tutta la dolcezza del tuo perdono. Umana sapienza non porge tanto conforto. È il cielo, che mi vuol salva; vostra mercè, Dio ebbe pietà de' miei dolori — Grazie, o angeli miei tutelari; compite l'opera della mia salute; non m'abbandonate, non m'abbandonate.„

CXV.

Non è a dire che, dietro tali pensieri, fosse sùbito bandito e per sempre ogni dubio, ogni angoscia. Agnese provò spesso il ritorno de' suoi dolori; ebbe più e più volte ancora il cuore turbato dalla memoria della perduta felicità; sentì di nuovo e più forte il rossore della sua posizione; provò non la convenienza ma l'onta del mistero, in cui ella doveva vivere sepolta. Ma non era per intoleranza o per stanchezza che ella volgeva le sue preghiere al cielo. Quanto erano più gravi i suoi dolori, altretanto più certa e più vicina attendeva la riabilitazione. Dimandava a Dio la forza di sopportarli, non di rimoverli; d'essere rassegnata, non assolta.

Di ciò diede prova quando surse questione sull'opportunità di abbandonare la sua casetta. Nessuna esitanza attraversò tale risoluzione; non la discusse, l'adottò come una necessità, come un dovere. Prima che venisse il momento di spiccarsi dal suo soggiorno, il solo pensiero di dover rinunciare a quell'asilo, che era stato testimonio di tanta felicità, le cagionava una stretta sì forte, che credette non avere animo a sopportarla. Ma quando Canziana le annunciò d'essere riescita a procurarle un nuovo ritiro, ella gradì il troppo sollecito servigio, e seppe troncare il filo di tante soavissime rimembranze senza pure un sospiro.

La scelta della nuova dimora era stata affidata a Canziana. Pensò la buona donna che era bene far presto; ma nello stesso tempo la prudenza la tratteneva, ponendole dinanzi non pochi ostacoli. — Si arrestò qualche tempo a considerare se fosse più conveniente il ridursi a Milano, o a Campomorto. Sottili ma abbastanza valide ragioni la persuasero a non far cadere la scelta sui due luoghi. In questo mezzo, il caso le fece trovare, presso persona di sua antica conoscenza, una romita casipola al di là del Ticino, dove Agnese sarebbe al riparo d'ogni sguardo indiscreto e d'ogni scortese dicería.

Al momento di abbandonare la città, Agnese trasportò seco tre cose soltanto: la lettera di suo padre, quella di Ognibene, e lo scritto del conte da lui dimenticato a Campomorto. Erano i documenti più preziosi della sua storia. — Al resto provide Canziana.

Quando Agnese si dolse pensando che lo staccarsi dalla dimora di Pavia avrebbe affievolito le sue care memorie, si ingannò. Nel suo deserto romitaggio, coll'ajuto del cuore, ella visitava ogni dì la casa abbandonata, e ne richiamava gli oggetti con tanta vivacità di colori, con sì squisita precisione di forme, come se li avesse presenti. Nei primi dì ella era più taciturna del solito: ma a poco a poco la nuova solitudine le riescì gradita; e se pensando al passato ella aveva gravissime ragioni di piangere; nel presente, e ancor più nell'avvenire, trovava qualche motivo d'essere consolata.