Oracolo della publica opinione era la bocca dei pochi schiamazzatori, non quella dei molti che tacevano. Il lagno sommesso e la reticenza hanno un'eco postuma, alla quale la sola storia non è sorda. Checchè si dica della liberalità di Barnabò e dell'esultanza del suo popolo, devesi credere, che la novella inaspettata non generasse altro che indifferenza presso quei molti che (fossero, o non fossero amici tra loro i prìncipi di Milano e di Pavia) rimanevano invariabilmente i poverelli e gli sventurati di prima. — V'era poi un bel numero di patrioti, memori delle libertà antiche, che vedevano in questo fatto un ribadimento di catene, un'altra speranza perduta. — V'era infine un'anima, per la quale tutto ciò riesciva più terribile che una sentenza di morte. — Vogliamo parlare d'Agnese, che lasciammo nel dubio di una sventura, e che ora ritroviamo nella inesprimibile desolazione di un male certo, e senza rimedio.

Infelicissima Agnese! Al diffundersi della terribile notizia, portata da cento voci nel modo il più autorevole, vedeva crollare il fantastico edificio delle congetture, con cui, poco prima, ella cercava di puntellare le sue speranze. Nell'incertezza, aveva più volte invocato l'inappellabile giudizio dei fatti; ora, resa certa dalla testimonianza dei fatti, invidiava gli ingegnosi cavilli della perduta credulità. In faccia a tanto dolore, avrebbe benedetto come un dono di Dio la dimenticanza del passato; ma la memoria ed il cuore ponevano uno studio crudele a ravvivarlo dei più ridenti colori; anzi, nell'alterna vicenda del bene e del male, pareva che brillassero le gioje del passato, appunto per fare più tetre le angosce presenti.

L'infelice, che non vuol soccumbere sotto il peso delle sventure, arma la ragione contro la propria sensibilità; cerca, e non di rado trova, chi è infelice quanto o più di lui. Quella pietà, che egli giunge a consacrare al male degli altri, sarà gran sollievo a' suoi proprii. — Ma la povera Agnese, scorrendo il lungo novero delle disgrazie terrene, ritornava in sè colla desolante certezza di non aver trovato al mondo una sventura maggiore della sua. Le parve che l'infermo nel letto de' suoi dolori abbia almeno il conforto delle raddoppiate sollecitudini de' suoi cari. — Il prigioniero ravveduto si consola, pensando che la solitudine e i dolori gli guadagnano il perdono di Dio e degli uomini; grave il prezzo, ma a mille doppii più prezioso il tesoro, che egli si acquista. — Colui che è condannato nel capo inorridisce al pensiero della tragica scena, di cui è il protagonista. Ma il martirio di quelle ore, che la precedono, è misurato; ogni minuto abbrevia d'un passo l'erta del suo calvario; ai piedi di esso troverà l'uomo compassionevole che lo ajuta a portare la croce; lungo la via incontrerà le anime pietose che piangeranno e pregheranno per lui.

Agnese, non d'altro colpevole che d'aver troppo amato, non era vicina a morte; ma incominciava allora un'esistenza nuova, e moveva il primo passo col preludio dell'abbandono, col sospetto di essere creduta colpevole. Agnese trovava la vergogna, dove è il nobile orgoglio di una donna. Quello che per altre era la buona novella, per lei era e doveva essere una colpa, un mistero. Il suo supplicio non aveva misura di tempo: doveva durare quanto la vita, fosse pur protratta a tarda decrepitezza. Che più? perdurava al di là della vita, in quella del figlio suo. Oh questo era il più terribile de' suoi tormenti! L'affetto materno è geloso e diffidente, mentre ogni cosa arride; ma quando sulla culla del suo bambino s'agita un dubio, o nelle viscere ov'egli aspetta di risvegliarsi alla vita, scende un rimorso, oh allora quel dubio e quel rimorso non si calmano per certo al raggio di una speranza indeterminata! La sventura sospettata divien certa; certa almeno quanto agli strazii che essa cagiona.

Quante volte Agnese passò in rassegna la parte più bella della sua vita, per cercarvi la cagione dell'attuale mutamento. L'avrebbe voluto scoprire anche a costo di accusare sè stessa. Ma in ogni sua parola, in ogni atto, nei tanti e tanti nonnulla, che riempiono l'esistenza di un cuore innamorato, non trovò che l'invariabile ripetizione delle medesime proteste, le stesse prove d'amore; forse sempre crescenti a grado, forse soverchie!

Rammentò poscia le velate e mal comprese parole con che Canziana, in altri tempi, soleva dipingere a lei giovinetta il mondo, la società, gli uomini. Aveva sentito più volte parlare di creature ingannate, d'altre spergiure. — Aveva veduto più d'una donzella vestire a lutto, senza che ciò le fosse imposto dalla morte di un parente; altre, spiccarsi dal mondo, di cui erano la delizia, e correre giovani e bellissime, a seppellirsi in un chiostro; altre ancora, a cui una ruga prematura aveva scritto sulla fronte un mistero che la parte più generosa degli uomini sembrava compassionare, ma non discutere. — Allora Agnese ingegnavasi di convincere sè stessa, che la sua era la storia di cento, di mille altre donne al par di lei derelitte; che la sua virtù, come quella di tutte le sue pari, era stata gioco di una passione quanto violenta altretanto passaggiera. Pensò alla gioventù sgovernata, che si fa bella di così turpi conquiste. Pensò che, mentre ella sentivasi lacerare l'anima, forse il suo amante era calmo; forse pregustava nella sua mente nuove avventure, nuovi trionfi.

Questo non era trovar rimedio a' suoi mali, ma inacerbirli: perocchè il nome di tradita ch'ella attribuiva a sè stessa, supponeva un tradimento, e un traditore. Per la qual cosa, con una carità fin troppo ingegnosa, sforzavasi di rialzare sè stessa, affinchè la sua vergogna non fosse la condanna di un altro. In questo lavoro la ragione diveniva sottile e ferma, come non era mai stata. Non voleva scolparsi, anzi si rimproverava di aver tentato di farlo; accusavasi di inconsideratezza, di inesperienza; e chiamava solo suo complice il destino, cagione unica ed inevitabile di tanto male.

Ma infine il cuore voleva la sua ragione. Scoprire la causa della sventura non era rimoverla od attenuarla. Nulla valeva a restituirle la pace dell'anima; impossibile, il far rivivere la felicità dei giorni passati, sì cari nella tranquilla inconsapevolezza del male, belli e forse più ancora invidiabili negli stessi brevi turbamenti, che accompagnano un amore appassionato. Dietro ciò, l'unico rimedio, il solo conforto era il piangere; e piangeva la tapina lunghe ore, le intere notti, talvolta sola, più spesso assecondata dalla pietosissima compagna. — La quale non aveva parole per confortarla; ma, levando gli occhi al cielo e stendendo ad esso le mani in atto supplichevole, insegnava all'infelice, che non vi è anima derelitta che da esso si diparta inconsolata. Agnese, che non aveva fin qui osato implorare il soccorso di Dio credendosene indegna, rivolse ogni suo affetto a lui; e, come sùbito, al primo slancio, sentì rinascere in se stessa una fiducia nuova e consolatrice, in lui ripose ogni sua speranza, a lui affidò gli interessi del suo cuore, il suo avvenire, quello di suo figlio.

Le inspirazioni, che le scendevano all'anima da questo aprirsi col vero consolatore degli afflitti, erano tenere, soavi, confortevoli: ma largheggiavano di promesse a patto di abnegazione e di sacrificio. Le lacrime da quel punto sgorgarono più libere e meno aduste; la voce che le parlava al cuore pareva quella de' suoi genitori. Era una voce autorevole ma affettuosa; erano parole non scevre da rimprovero, ma promettitrici di perdono. Ella le ascoltava colle mani giunte, ginocchioni, col viso inondato di lacrime, e l'occhio rivolto al cielo. Il pallore, che già da tempo le sfiorava le gote, si ravvivò di un incarnato pieno di brio e di gioventù. L'occhio, prima incerto e sbattuto, si rilevò franco e sicuro a contemplare il cielo. Sembrava che ella cercasse lo sguardo del suo giudice, certa di vedere a fianco di lui due anime benedette che peroravano la sua causa, e le promettevano il divino perdono.

“Miei diletti — diceva Agnese orando mentalmente — se io non fossi rimasa orfana, ora non contristerei la vostra beatitudine colle mie querele. O madre mia, te vicina, io non sarei scesa sì improvidamente nelle battaglie del mondo, o se la sorte mi vi avesse trascinata, vicina a te avrei saputo combattere e vincere. Non voglio nascondere la mia colpa; essa è grave, sì lo comprendo; ma io era sola, inerme, inconsapevole.... Perdona non a me, ma a quell'innocente che è sangue tuo.... Tu sai quanto dolore costi ad una madre l'abbandonare il proprio figlio? il mio angelo nascerebbe orfano, se sua madre fosse maledetta! Deh, per pietà, per l'amor tuo, per le tue viscere, mi affretta il perdono di Dio, ond'io sia degna di baciare in fronte quella creatura, che porterà il tuo nome!„