Medicina, vedendo che il conte era tornato a' suoi vecchi disegni, sperava d'esserne fatto l'interprete presso lo zio. E quanto a ciò, ei si credeva in grado di promettere una mediazione efficace. Già gli sorrideva il pensiero di provedere con questo mezzo alla propria sicurezza; poichè l'aria di Pavia cominciava a sembrargli greve. Ma il conte non gradì l'offerta. Senza porre tempo di mezzo, e senza dar campo a nuove investigazioni, per non aver agio di pentirsi, inviò uno de' suoi cortigiani, il più esperto a destreggiare un incarico dilicato, alla corte di Milano, perchè chiedesse in tutta forma alla Grazia del signor Barnabò la mano di sposa della giovine principessa pel nobilissimo Conte di Virtù, signore di Pavia.

E Medicina intanto dovette rimanere al castello, perchè la sua testa fosse caparra della sincerità de' suoi detti. — Nell'ozio penoso dei tre giorni che passarono tra la partenza dell'inviato e il suo ritorno, pensò seriamente ai casi suoi, alla probabile incostanza di Barnabò, al pericolo di una smentita. — Sapeva il furfante che il signor di Milano, in più di un incontro, aveva fatto della volubilità il più valido argomento di sua potenza; se in questa occasione egli non si fosse degnato di confermare le proprie parole, il ribaldo Medicina era castigato da un più ribaldo di lui. — Da tutto ciò il prigioniero traeva queste due conseguenze: che il suo mestiere non era sì liscio e sì prospero, come taluni credevano, e che in vita sua egli ebbe più spesso a temere di quanto disse colla scorta del vero, come in questo caso, che non di ciò che aveva inventato di pianta, per servire a' suoi fini. — Tristissima conclusione, che lo faceva dubitare di non essere ancora compiutamente scelerato, e lo rinfrancava nel progetto di volerlo divenire alla prima occasione.

CXIV.

Il ritorno del legato spedito a Milano rimise la quiete nell'animo di Medicina, e costrinse la volontà del conte in un nodo indissolubile.

Durante la sospensione d'animo naturale a chi aspetta, Medicina aveva temuto per la sua vita, Giangaleazzo per la propria costanza. La notizia che Barnabò aveva accolta la proposta del conte nel modo il più benevolo assicurò il trionfo del ciurmatore, e tagliò corto ogni perplessità del conte.

L'alleanza fra i due prìncipi prima dubia, guardinga, gelosa, sembrò farsi aperta e sincera. Tali erano le parole, se non le intenzioni dei due contraenti: l'uno e l'altro aspettavano da questo fatto il vicino compimento dei loro voti; ciascuno godeva della pieghevolezza dell'altro, come di una grande vittoria riportata a ben tenue prezzo.

Una differenza assai notevole però correva tra i due. Il conte poneva l'essenziale della sua condotta nell'affettare un ossequio, che disarmava la vigilanza dello zio; volontieri quindi si sarebbe arrestato alla solennità di questo primo atto, senza sobbarcarsi alle noje di un legame positivo ed indissolubile. Barnabò invece, aspettando il buon effetto della nuova alleanza dalla piena esecuzione dei patti che gli erano proposti, affrettava con impaziente desiderio il momento di abbracciare suo nipote col nome di figlio.

In questa secreta discrepanza di vedute e d'azione, vinse, com'è naturale, l'imperiosa volontà di Barnabò; per la qual cosa, dopo pochi giorni, la novella del matrimonio del conte di Virtù colla principessa Caterina, corse, colla rapidità consentita dalle stentate comunicazioni d'allora, per tutte le città del doppio Stato, e fu ripetuta e commentata su tutte le labra dei cittadini.

Come era noto a tutti il rancore che regnava tra i due prìncipi, così apparve strana ed inopinata la riconciliazione. Tra il popolo minuto, alcuni se ne rallegravano come di cosa utile al ben publico; chè quello star sempre coll'arma al braccio era tutt'altro che vivere in pace. Quei pochissimi che, come Medicina, avevano il tornaconto a favorire l'antica ruggine, applaudivano anch'essi; perocchè, a sentirli, l'accordo era apparente, e il nuovo patto doveva essere l'inizio d'altra e più fiera rottura. Ma i più, non occupandosi di queste discussioni, o non giungendo a comprenderne l'importanza, si rallegravano, non fosse altro, per le vicine feste. Il popolo minuto sognava corti bandite e tornei, piogge di terzuoli e fontane di vino; più in su, s'occhieggiavano posti d'onore presso la leggiadra principessa, e si facevano miracoli di cortigianeria per meritarne il favore. Intanto nei due castelli era un continuo formicolare di gente che accorreva a presentare ai padroni le felicitazioni d'uso, o a chieder grazie, o a sollecitare impieghi.

Non è prezzo dell'opera il registrare le strisciate, gli inchini, i sorrisi, le graziette artificiose di quei cortigiani. Nel mercato sociale questi pleonasmi conservano anche oggidì più valore che non meritano. — Privilegio del secolo era invece il convenire dei menestrelli e dei trovatori, che all'annunzio delle splendide nozze accorrevano dalle vicine corti, e, ripulita la bisunta ribeca, provavano sulla triplice corda armonie nuove, versi da paradiso. — Le imagini le più ardite erano ipotecate a celebrare il grande avvenimento. La sposa era una stella, un giglio, una colomba; lo sposo un leone, un'aquila, una quercia. — Smancerie poetiche che allora avevano almanco il pregio d'essere originali.