“Quante volte gli uomini scoprono la fortuna levando l'occhio in alto! Le stelle, a cui il nobilissimo vostro zio non professa molto rispetto, gli hanno un bel dì raccontato, ch'ei n'avrebbe gloria e fortuna a stringer meglio la parentela con voi, accordandovi una delle sue figlie in isposa.„

“Perchè non mi parlasti prima di ciò?„

“Perchè?... pensai che avreste male accolto le mie parole. Il cognato del re di Francia poteva aspirare a nozze più fortunate. Non per dir male del nobilissimo sangue dei Visconti, me ne guardi il cielo, ma.... messer Barnabò.... ha messo sì poco zelo a conservarlo puro.... D'altronde, il Manfredi.... a quei dì taceva.... Insomma tacqui anch'io, perchè non mi pareva cosa che vi potesse riescire caro od utile il sapere. Mutate le circostanze, forse ciò diviene meno inopportuno. — Ma dico a me, se un tale affare avesse la consistenza di un progetto ragionevole, si farebbe strada da per sè, senza l'ajuto del pover'uomo che son io.„

Il conte in questo momento se ne stava silenzioso, quasi ponesse grande attenzione alle parole altrui; in realtà era assorto, e non ascoltava. Il parlatore, che se n'era avveduto, vagava intorno a lui, accarezzando per così dire la sua meditazione colla quieta armonia di un borbottare sommesso; press'a poco come fa la nutrice che continua a cantar la nanna a un bimbo addormentato, affinchè non si desti. — Medicina non avrebbe scambiato quel silenzio colle più amorevoli parole e con una grossa mancia.

Senza divagare più oltre in questo dialogo, che non ha altro interesse fuor quello di convalidare la già troppo vantata accortezza di Medicina, eccone brevemente i risultati. Il conte di Virtù accolse il progetto, o meglio vi si abbandonò ciecamente, sperando di trovare in un ordine tutto nuovo d'avvenimenti quella pace che invano chiedeva alla sua ragione. Colle parole di Medicina e coi progetti di Barnabò forse si riaccese in lui più viva quell'ambizione, che non lo faceva pago di una porzione del retaggio avito, e gli prediceva future grandezze. Seppe che la fanciulla chiamata a divenire la contessa di Virtù era la bella e timida Caterina. — Non le diè merito per la bellezza, ma fece grande assegnamento sulla sua docilità; poichè le sue nozze non gli avrebbero richiesto alcun affetto: egli voleva sempre esserle cugino e non sposo. Ma non lo si accusi di un pensiero di vendetta: impalmando altra donna, egli legitimava l'antica passione di Agnese, e le accordava piena libertà di farla rivivere, condonandole il sospettato spergiuro.

Eppure, mentre da un lato la gelosia, sotto apparenza di giustizia calma e dignitosa, lo consigliava a troncare di colpo ogni rapporto con Agnese onde evitare inutili rampogne o atti di codarda indulgenza, dall'altro, la stessa passione più libera e spigliata lo trascinava contro la sua volontà a disconoscere i fatti proponimenti. — Poche ore dopo il dialogo riferito sopra, mentre la ragione aveva in modo inappellabile sentenziato una rottura, egli, lo stesso giudice, quasi inconscio di sè, si trovava in quella casa e presso quella donna, che aveva risoluto di non vedere mai più.

Il fatto non verrà giudicato da tutti sì strano come esso pare a prima giunta. — Pensiero ed affetto, mente e cuore non sono sempre fidi alleati fra loro nelle guerre della vita, e se non agiscono d'accordo, la passione pur troppo sarà sempre, o più spesso, la vincitrice.

Quell'incontro però (ne duole il dirlo) che doveva rischiarare il fatale mistero e ricondurre i due amanti alla conoscenza di uno scambievole inganno, non fece che spargere nuove tenebre, ed aggiunger credito all'errore. Quando i due amanti si videro, ognuno volle essere il primo a scoprire nello sguardo dell'altro il suo giudizio, la sua sentenza; ma ognuno venne meno all'uopo; e, ritraendosi dal campo, lasciò nell'altro la certezza della propria sconfitta. Fu come una sfida, nella quale entrambi i campioni cadono feriti sul terreno. Ciascuno crede d'essere il vincitore perchè vede il sangue del suo antagonista; e di fatto ciascuno è vinto.

Meglio è che il lettore non conosca come, e con quali parole, s'arrivasse a sì funesta conclusione. Il dialogo fu breve, ma solenne; la passione non ebbe tempo di erumpere sulle labra, e perciò ribollì più terribile nel cuore, ov'era contenuta di forza. Quando il conte, più d'Agnese impaziente, parlò della lettera del Manfredi come di una scoperta casuale, che gli dava diritto di sospettare e di giudicare; Agnese più dolorosamente straziata dal tuono dell'inchiesta, che non dalle parole, si rialzò con atto severo, e rispose al suo accusatore tacendo, e volgendo le spalle a chi l'aveva già condannata coll'insulto di un sospetto tanto indecoroso. — Il conte, posseduto dalla più irragionevole delle passioni, scambiò lo sdegno col rossore; confuse l'orgoglio colla vergogna. Convinto di non aver bisogno d'altre prove, si allontanò o meglio fuggì da quella casa e da quella donna, colla presunzione d'essere interamente guarito dal suo disgraziato amore. Egli dunque si propose di scordare un triste sogno; e ripigliò il filo della sua vita a quel punto in cui la passione per Agnese l'aveva interrotta.

Tutti gli storici s'accordano nel confermare che Giangaleazzo Visconti, come erede del primogenito fra tre fratelli succeduti a Luchino e Giovanni, vantasse il diritto alla intera signoria di Milano. Ora egli cercò appunto in queste dimenticate pretensioni il rimedio della secreta sua piaga. — Far valere i suoi diritti colle parole, sarebbe stata cosa vana: colle armi, impresa perigliosa. Prima dei fatti che lo legarono ad Agnese, era suo intendimento di aspettare il giorno propizio per rivendicare ciò che gli era dovuto. Fino ad un certo punto riesci ad addormentare la sospettosa vigilanza dello zio. Ma il suo amore, qualificato da taluno come una tacita alleanza coi cospiratori di Milano e di Reggio, aveva acceso dei sospetti, e scemato il frutto di sua lunga dissimulazione. — Ecco ora il nuovo suo cómpito; ripigliare il perduto con un atto d'ossequio inaspettato e completo. — Tale era appunto per Giangaleazzo la dimanda in isposa di una figlia del suo rivale. Barnabò di buon grado avrebbe sacrificato i suoi affetti alle illusioni di questa vittoria domestica.