Ma fossero anche veritiere queste pitture, esse ci rappresentano Milano nella sua prima età, quando era la capitale d'una delle più vaste provincie dell'impero romano, e residenza di parecchi dei Cesari. Fra quell'epoca e la moderna stanno i secoli di Attila, di Uraja, di Federico Barbarossa, che in settecento anni la devastarono tre volte: per la qual cosa, ad eccezione di qualche scarsa reliquia, che surge ancora ad attestare la nostra antica civiltà, pel resto Milano non conserva che l'area ed il nome dell'insigne metropoli della Gallia Cisalpina.

Uno sguardo alla sua pianta, quale essa è oggigiorno, ne guida, meglio che le ampollose note dei cronisti, a scoprire le traccie del suo antico perimetro, ed a riconoscerne l'importanza ed il rinovato risurgimento. La triplice sua distruzione è attestata da quell'ordine di strade semicircolari e concentriche, che furono dapprima i valli dell'antica città. Le sue vie meno centrali, che conservano l'appellativo di borgo, o certi qualificativi campestri, come broglio, vigna, êra (aja), orto, ecc., c'insegnano che in addietro quegli spazii erano suburbani. Del pari ci è lecito credere che Milano nei tempi remoti possedesse una zecca, un circo, un'arena, una curia, tenendo conto delle strade che conservano più o meno intatte queste antiche denominazioni.

Intanto è certo che le trecento torri, attestate da Donato Bosso, dovevano schierarsi sur una linea circolare di circa due miglia: le tredicimila case, vantate da G. Flamma e racchiuse da quelle mura, dovevano essere stivate sur una superficie, avente il diametro di mille passi, o poco più. I duecento mila abitanti, cui si volle far ascendere la popolazione di Milano anche nei tempi meno prosperi, vivevano e si agitavano sopra un campo quasi incapace ad accoglierli. E notisi che le case d'allora avevano un sol piano; e che quelle fornite di solajo erano una tal meraviglia, da meritare che si chiamassero solariate le strade, in cui una se ne trovasse; — Infine questo spazio, già sì angusto, era ingombro da un numero relativamente assai grande di templi e di chiostri, sottratti all'uso d'abitazione, o troppo ampii relativamente al numero degli abitatori, ed in confronto alle generali strettezze.

Qui però torna acconcio l'osservare, che i chiostri, alla loro origine, non erano tutti convegni di penitenti. Anzi, le prime instituzioni monastiche avevano il carattare di società industriali, sottomesse a qualche disciplina atta a far prosperare l'associazione; ma la regola era sì larga da venirvi concessa perfino la promiscuità dei sessi. Tale fu, a cagion d'esempio, la casa degli Umiliati di Brera, che da principio (1016) era una congregazione di cittadini, i quali, avendo pur moglie e prole, si proponevano di condurre una vita esemplarmente cristiana, e di attendere in comune alla fabrica ed al commercio dei tessuti di lana[62]. Ma, mentre in quei convegni prosperavano i negozj del secolo, andavano mano mano scapitando la costumatezza e il buon esempio. Per la qual cosa, si dovettero estendere a tutti i conventi le discipline portate di Francia da S. Bernardo, e messe in pratica presso gli abati di Chiaravalle. — La prima regola fu la rigorosa separazione dei sessi; ad essa tenne dietro il vincolo indissolubile dei voti. — Con tutto ciò, al dire del Giulini, nel secolo XIII i monaci di s. Maria Gloriosa, più tardi gli Umiliati, e perfino i Francescani, erano dal popolo chiamati Frati gaudenti: nome che è ad un tempo un giudizio ed una condanna[63].

Tornando alla materiale struttura della nostra città, dobbiamo credere, che sarà avvenuto di essa ciò che Diodoro Siculo riferisce essersi fatto a Roma distrutta dai Galli. Nella fretta di riparare l'onta toccata e di riavere una patria, ogni cittadino si pigliò quell'area, che stimò adatta ai propri disegni; eresse tugurio o palazzo dove e come gli piacque, senza una regola, senza un accordo coi vicini e col comune. Chi aveva cura della cosa publica attendeva a munire la risurta città di terrapieni e di bastite; ma nell'interno ogni privato cercava il suo meglio, e se lo procacciava senza rispetto ai diritti altrui. Quindi s'occuparono perfino le ruine degli edificii e delle mura distrutte, valendosene come fondamento per le abitazioni private.[64] Ecco il perchè le strade riescirono anguste, mistilinee, tortuose fino a parere una stranezza.

Durante il tribunato di Guido, l'ultimo dei Torriani, si cominciò a sentire l'importanza di dare un po' d'assetto alle strade della nostra città. I nomi delle vie di pantano e del malcantone sono ingenue confessioni dello squallore che regnava nelle strade e nei ridotti centrali di Milano. Anguste, quasi per intero ombreggiate dalle immense grondaje, mancanti quindi d'aria e di luce, nutrivano esse coll'indisciplinato stillicidio un pattume fetido, entro il quale si elaboravano i semi dei contagi ricorrenti. — Guido della Torre comprese la necessità di un riordinamento, ma non riescì che ad offrirne un saggio nella via contigua al giardino del suo palazzo verso la Porta Nuova. Anni dopo, al tempo della signoria d'Azzo Visconti, e per cura di lui, la provida innovazione fu estesa a tutte le strade principali della città. Si ridussero in alvei sotterranei le acque perenni che attraversano i meati arenosi del suolo; poi si diede alle vie un declivio opportuno, e lungo i margini delle case vennero disposte schiere di mattoni a coltello, che facevano l'officio degli attuali marciapiedi. Le acque piovane stillavano per mezzo di doccie nel mezzo della strada, ed ingrossavano il rigagnolo che andava a scaricarsi nelle fogne. — Qual magra providenza fossero coteste chiaviche, per solito ingombre da mille immondezze che aspettavano d'ssere spazzate dagli acquazzoni, taluno forse dei nostri lettori se lo ricorderà; poichè qualche ignobile avanzo di esse esisteva al principio di questo secolo, conservando fin anco l'antica denominazione. Cantarana, chi non lo sa, era il nome della gora che attraversava le chiaviche per dar sgombro alle sozzure.

Come gli uomini d'allora erano o troppo validi e potenti, o troppo abbietti e schiavi, così le abitazioni, mancando l'infinita varietà delle fortune mediocri, erano turrite, rinfiancate di mura massicce, coronate di merli, d'altane e di vedette; oppure in più gran numero, sfilavano umili a fior di terra; poco più che tugurii. — Ma ogni proprietario poteva aggiungere alla propria catapecchia quel che meglio gli conveniva; quindi logge sporgenti e ballatoj, scale e cavalcavie a comodo di pochi ed a disagio dei più, cappe di forno ed agiamenti allo scoperto, angiporti e cantonate dove vien viene.

Allora, e per molto tempo dopo, si dovette tolerare, che ad una porta si ascendesse per due o più scaglioni, i quali ingombravano l'area publica; oppure che il piano della strada fosse interrotto da gradini discendenti che guidavano alle umide e sotterranee abitazioni del povero. — Allato alle porte, e lungo le muraglie, erano disposti sedili di pietra o di cotto, per comodo dei pellegrini o dei rivenduglioli. Di tali spazii, usurpati alla proprietà cittadina, il comune lasciava libera l'occupazione, e per tal modo la toleranza precaria consacrava per l'avvenire un diritto immutabile.

Le case e la maggior parte dei templi, al dire del Gioja, erano dopo il mille coperte di paglia[65]. Le finestre avevano le impannate di carta o di lino. I piccoli vetri tondi e verdognoli potevano dirsi un lusso dei grandi edificii. Le piazze venivano coltivate a pascolo per gli animali domestici; e questa consuetudine, benchè scomparsa da lungo tempo, ci è ricordata dal nome di alcuna di esse[66]. Ne racconta il Giulini, che dal secolo XIII in poi si lasciavano errar liberi per la città i porci, credendosi che questi animali, per una speciale onoranza a s. Antonio, convivendo in domesticità cogli uomini, li preservassero dal morbo detto fuoco sacro, che in allora, per la negletta pulitezza, faceva grande strage. Questa costumanza durò fino al 1548, e fu abolita dal governatore spagnuolo don Ferrante Gonzaga[67].

Ad attestare una povertà discorde dalle gonfie apologie degli annalisti, gioverà ricordare col Bettinelli, che nelle scuole e nelle chiese non si usavano panche o sedili, ma vi si apprestava un letto di paglia, onde sedessero alla rinfusa gli scolari ed i devoti. “Nel XIV secolo, (è il citato Gioja che parla) si portavano in Milano camicie di saja e non di lino; eppure allora Milano era la più ricca città d'Italia. In onta della sua ricchezza, il popolo, che era assai numeroso, trovavasi sì male alloggiato, che un ordine del podestà vietò di stare più di dieci persone in una stanza[68].„