Anche la vantata temperanza dei nostri maggiori, piuttosto che una virtù, era una necessità imposta dalla generale miseria. Questa è una circostanza che, in modo indiretto ma autorevole, dimostra essere le millanterie dei cronisti in disaccordo coi fatti. I plebei, al dire del Ricobaldi citato dal Giulini, si nutrivano di carni fresche tre volte la settimana, non avevano tagliere di legno, non piatti e posate; il marito e la moglie mangiavano in una comune stoviglia. Le cene anche suntuose erano illuminate da fiaccole portate da fanciulli o da servi; chè le candele di cera o di sego non erano in uso[69]. Come il cibo le vesti: l'oro ed i velluti, di che cominciarono ad ornarsi i gentiluomini nel secolo XIV, erano un valore di famiglia, che durava tutta la vita di un personaggio e spesso anche una parte di quella del suo erede.

Cerchiamo dei fatti alla nostra storia, e potremo andare superbi di trovarne molti non del tutto ingloriosi: ma non mordiamo all'esca dell'adulazione fino a credere che la nostra città fosse res miranda. — Diciamo meglio, che al lusso d'allora bastava assai meno di quello che oggi è divenuto stretta necessità.

Non sarà inopportuno che teniamo dietro al Conte di Virtù, nominando le vie ch'egli percorse ed accennandone, con una parola, la storia. Mosse egli dal castello di Porta Giovia, grande edificio militare, che a quell'epoca reputavasi inespugnabile. Le mutate discipline della guerra e la gelosia dei successivi dominatori lo fecero più ampio, ma meno decoroso.

Di là il conte escì sulla piazza, che guarda a levante, allora angusta e sparsa di chiostri e chiesuole di cui non ci rimane che il nome. La via del Baggio, più stretta ed ingombra che non è oggidì, ritraeva il suo nome dalla famiglia di Anselmo da Baggio, che ebbe gran parte nelle publiche vicende durante il governo popolare, e che fu uno dei cinque prelati milanesi assunti al trono pontificio. Passato oltre il ponte vetere, che ne ricorda una porta guernita di fossa dell'antichissima Milano, entrò nella via dell'Orso; che deve il suo appellativo ad una famiglia milanese registrata fra le più audaci zelatrici della Motta.

Fu la Motta un'associazione politica dei cittadini valvassori, avente lo scopo di proteggere e propugnare i diritti del medio stato, e di porre un freno all'arroganza dei capitani. Fra le due caste era surta una rivalità irreconciliabile. Venne il dì in cui i cittadini dell'ordine minore, imbaldanziti dal numero e colla scorta di potenti capi, ruppero in turbolenze; e, tratte le armi contro gli oppressori, li sfidarono a battaglia presso la Motta, piccola terra tra Milano e Lodi. — Da quel casale, e dalla segnalata vittoria ivi ottenuta, ebbe origine tal nome. Ma la fortuna sollevò ben presto gli umili valvassori all'altezza dell'orgoglio dei vinti; provando un'altra volta, che la vera eguaglianza sociale esistette solo al momento in cui due caste emule lottavano fra loro con incerta sorte; dopo ciò, qualunque fosse la vittoriosa, l'unica eguaglianza possibile era quella che concedeva ad ognuna la sua volta d'impero e d'arbitrio.

Attraversò poscia il quadrivio di s. Silvestro, così denominato dalla chiesa fondata l'anno 878 dall'arcivescovo Ansperto da Biassono, uno dei più liberali fra i nostri pastori: quegli, che restaurò Milano dalla ruina in cui era caduta dopo i fatti di Uraja. Rasentò la chiesa ed il monastero di s. Maria della Scala, monumento eretto cinque anni prima da Barnabò Visconti in onore di Regina Scaligera sua consorte. — Percorse quella via, che ora chiamiamo alle Case rotte, e che allora era un largo senza forma, ingombro dalle macerie di una distruzione recente, e chiamato col nome di Guasti Torriani.

Passato il piccolo calle di s. Maria in Solariolo (ora s. Fedele), entrò in quella di Vigelinda (s. Radegonda) nome di donna di regal sangue. È fama che quivi surgesse nel secolo xii l'abitazione dell'arcivescovo Galdino. L'attigua via della Sala fu così chiamata perchè tale era il cognome del pastore patriota.

Dalla via di Vigelinda entrò finalmente nella piazza dell'Arengo, conterminata allora dalla chiesa di s. Maria detta basilica jemale, e dall'altra di s. Tecla o basilica estiva, costrutta sulle fondamenta di un tempio di Minerva. La prima cedette il posto all'attuale duomo; l'altra fu abbattuta per ordine di don Ferrante Gonzaga, onde allargare la piazza, e farla degna di una visita dell'imperatore Carlo V. — E sarem noi, per noi stessi, meno providi e coraggiosi di don Ferrante?

I soldati di Federico Barbarossa, che non rispettavano nulla, nemmanco la voce del loro condottiero, danneggiarono gravemente queste due basiliche, ancorchè privilegiate d'immunità dal decreto imperiale. Una torre, che il poetico Fiamma asserisce essere stata la più bella d'Italia, fu abbattuta in quella devastazione; e le sue pietre servirono di sedile alle adunanze dell'Arengo.

Un altro lato della piazza aveva per limite quel portico che, al dire del Torre, fu fatto costruire da Pietro Figino per onorare le nozze di Giangaleazzo Visconte con Isabella contessa di Virtù, figliuola del re di Francia. Ma, in allora, quelle snelle colonne, che sono l'unico avanzo del prospetto di tale edificio, reggevano archi eleganti, vôlte e muraglie ornate di pitture, un giro d'ampie finestre ad arco acuto, contornato da stipiti a rilievo di terra cotta; e il malaugurato portico, che ora ci auguriamo di non veder più, era un elegante edificio, il preferito ritrovo delle persone d'alto affare. Asserisce il citato Torre, che di simili portici era pieno Milano.