In quel tempo non erano infrequenti le subinvasioni d'altre genti nemiche. — Alani, Vandali, Svevi, Borgognoni prima e poi, con varia vicenda, furibondi per fame o per avidità di sangue, si spingevano, s'incalzavano, si mescevano su questa infelicissima terra. — V'erano oltracciò delle masnade perdute le quali, o calate dai monti o spergiurato il vessillo del capo avventuriero, invadevano le terre e le città, mettendo per conto proprio ogni cosa a ruba ed a sacco. — La Venezia era stata più volte desolata dagli Ungari; le coste d'Italia subivano frequenti invasioni dai Saraceni d'Africa. Il popolo, sgomentato dalle continue minacce, accorreva alla curia cittadina ad implorare armi e difese. I magistrati popolari porgevano ai capitani stranieri, questi ai loro signori, la preghiera dei cittadini. Per tal modo, dopo ripetute istanze e nell'interesse medesimo dei dominatori, si ottenne l'assenso di riedificare le mura delle città, abbattute nelle precedenti invasioni.

Fu allora che ogni città, e sull'esempio di quelle ogni grosso borgo, pose mano a restaurare le proprie bastite, ed a munirle di torri e di castella. — Allora le braccia dei cittadini ripigliarono le aste e le targhe. Nei cuori rinacque la speranza di miglior avvenire; e colla speranza s'avviò in essi il primo battito di amor patrio. — Coloro, che avevano abbandonata la terra natale, e s'erano dispersi nei campi per essere risparmiati dagli invasori, ora che le città possedevano mura ed armi, rimpatriavano. Al ritorno di costoro, i duchi, i conti ed i prelati che tenevano in feudo le città e vi esercitavano diritti sovrani, mal tolerando il contatto con una plebe armata, che sottovoce balbettava parole di libertà, volontariamente si condannarono all'ostracismo: e ritiratisi nelle rocche, si piegarono a vedere ristretta la superficie del loro dominio, per la speranza di conservarne integra l'essenza. — Però, siccome il moltiplicarsi delle armi e degli armati rendeva malsicuro il loro asilo e scarso il satellizio che li circondava, così si videro costretti ad armare gli agricultori già servi della gleba. — Doppio fu il vantaggio di ciò: dall'un canto nelle città, tolta l'oppressione dei nobili, si svilupparono rapidamente le istituzioni civiche; dall'altro la classe campagnuola, addestrata alle armi, si rilevò anch'essa dalla sua servile abjezione; e, nella difesa del proprio signore, apprese a difendere sè stessa, il suo focolare, i suoi diritti. — Tanto è ciò vero, che dopo l'istituzione dei coloni militanti prosperò l'agricultura, e si moltiplicarono le braccia ad ogni genere d'industria.

Luminosi effetti di questo generale armamento si raccolsero nella lunga querela tra Roma e l'impero a proposito delle investiture; querela, che costò all'Italia sessant'anni di guerra civile, ma che mostrò quanto già fossero gagliarde e poderose le forze popolari. Imperocchè delle due parti una pugnava per la libertà; l'altra, fosse poi legata al papa o all'imperatore, non traeva le armi servilmente, ma faceva sua la causa d'altri, e pugnava per esso come un alleato.

Il milanese Eriberto aggiunse alle schiere combattenti il carroccio, su cui accoppiò il vessillo della redenzione e la bandiera del comune, affinchè le milizie raccolte intorno alla doppia insegna della libertà e infervorate dal sentimento che fa di Dio e della patria una sola religione, operassero prodigi di valore. — Allora l'arte della guerra non fu più professata da orde incomposte, ma da piccoli eserciti aventi un capo, un centro, una bandiera. Le spedizioni militari non erano inconsulte: le credenze e i seniori, radunati dai consoli a suon di campana, discutevano e deliberavano: il braccio obediva alla mente.

LXXXVI.

Questi pochi fatti risolvono la questione che ci siamo proposta. — La vita d'un popolo corre la vicenda delle stagioni; può un nembo del cielo disertare ed isterilire un campo, ma non farà mai retrogradare i raggi del sole, nè posporrà i fiori alle frutta. Le nazioni hanno un'epoca in cui gettano il seme, un'altra in cui mietono. Viene anche per esse il pigro inverno, triste ed infeconda stagione in cui si vive di ciò che si è raccolto: — Roma attraversò queste vicende: con Numa, coi due Bruti e con Augusto segnò i confini della sua triplice età. — Ma Roma era altra cosa che l'Italia. La caduta dell'Impero simigliava al decesso di un avo glorioso e decrepito, cui tien dietro una turba di nepoti che ne ereditano le memorie e le sciagure. — Poco fruttarono ai posteri le prime; nell'ultime, invece, si ritemprarono le languide virtù, s'accesero i nobili sentimenti, si maturarono le opere generose. È la più provida delle leggi eterne quella che volge la stessa sventura a profitto dell'umanità. — Senza Attila non avremmo la potente Venezia; senza le irruzioni dei Saraceni non sarebbe surta l'invitta republica di Pisa; e non avremmo la lega lombarda e la vittoria di Legnano se non avesse esistito il Barbarossa. Fatti cotesti che non vogliono essere considerati soltanto come rimedii ai mali estremi, nè come glorie spente, simili a quelle che ingemmano gli annali di Roma. Essi costituiscono la parte più efficace e più feconda d'ammaestramento della storia moderna: in essi si fondò la genesi del nuovo diritto, e si consacrò quell'alto concetto della dignità dei popoli, che per una lunga strada di secoli e di dolori condusse la patria nostra ad essere quella che è: una grande nazione.

Dobbiamo dire dunque che nei molti secoli intermedii lo spirito d'indipendenza non era estinto del tutto, ma che ardeva sotterra come le faci dei primi cristiani, aspettando il momento di celebrare i suoi riti alla faccia del sole. Quella meta fu avvicinata, ma non raggiunta dal governo dei comuni. Ognuno di essi aveva in sè tutti gli elementi, che ponno rendere completa ed invidiabile la libertà di un popolo, ma il fascio popolare non era ancora raccolto da quel legame, che lo rende unico e perciò invitto. — Erano nondimeno più patriotiche le sommesse aspirazioni di un cittadino di quei giorni, che non le classiche apologie dei poeti del secolo d'oro. L'ultimo e meno glorioso municipio italiano era meglio esperto della libertà, che non Roma quando vantavasi d'essere: mari oceano, aut amnibus longinquis septum imperium.[7]

Nel 1042 un patrizio di Milano uccise un plebeo e si dispose ad ottenere venia del sangue versato, pagando una misera ammenda, giusta il prescritto dalle tariffe feudali.[8] La plebe, indignata del fatto e stanca d'essere merce di sì vil prezzo, si sollevò contro i feudatarii e, guidata da Lanzone, corse armata ad abbattere i ripari feudali. Nell'attrito delle armi, il giusto sdegno pur troppo trasmodò in truce vendetta. I nobili, capitanati dall'arcivescovo Ariberto, resistettero alla furia popolare; due anni durò la lotta cittadina; ma infine la libertà ne escì vittoriosa. — I feudatarii ed Ariberto furono espulsi dalla città; i beneficiati vennero costretti a render conto dei beni posseduti per simonia, e ad abbandonare le loro donne, considerate quali concubine. Il fatto di Milano trovò imitatori nelle ville e nelle città vicine. L'Ildebrando favorì dalla sedia pontificia il movimento popolare.

Anche la contessa Matilde di stirpe straniera, erede delle immense ricchezze dei Longobardi in Toscana, osteggiò quanto potè la baldanza feudale. — Valga questo buon intendimento a scemare la colpa delle sue improvide larghezze al Vescovo di Roma. — Le terre di colei furono l'asilo dei vassalli proscritti; i patti che ella dettava potevano essere accolti da cittadini, e questi, rinvigoriti al travaglio dalla restaurata dignità, porsero in breve tempo luminosi risultamenti del lavoro commesso a libere braccia. Per opera loro si diede il crollo al servaggio feudale: e fu da quel tempo che gli schiavi della gleba si diffusero sulle terre finitime cambiati in coloni. “La prima onda di questa corrente si mosse dalla nostra patria poco dopo il mille.„[9]

LXXXVII.