Rovesciato l'argine dalla prima onda, era facile alle successive l'irrumpere nell'indifeso piano, occuparlo, e scacciarne i primi arrivati. Il condottiero delle orde incomposte quivi pigliava nome di capitano o di re. Sulle fumanti ruine delle città banchettava e mesceva nei cranii dei vinti. Quanto apparteneva al popolo soggiogato tornava nella legge primitiva, che dà il diritto ad ogni uomo di ritenere per se ciò che è di nessuno. L'avventuriero che forzava l'ingresso in una città, la faceva cosa propria: suoi erano quindi i diritti, gli averi, le vite dei cittadini. — Ma a favor suo e de' suoi egli intanto cangiava la preda di guerra in diritto patrimoniale, e voleva essere italiano pel fatto d'aver contribuito a disfare l'Italia.
All'imperversare di tanto flagello, la nazione scomparve. Il silenzio forzato dei vinti generò la codarda rassegnazione; questa, la smarrita coscienza de' proprj diritti. Assai bene s. Ambrogio, scrivendo intorno al 400, qualificò i municipii italici col nome di cadaveri di città; e invero, dopo tanti secoli di glorie, dopo sì numerose prove di nazionale orgoglio, una toleranza sempre rassegnata era infallibile sintomo di morte.
Il trono d'Odoacre, puntellato da milizie miste d'Eruli, di Turcilingi e di Rugi, fu presto travolto dall'ostrogoto Teodorico. Ma la gente di costui, rammollita da una mezza civiltà, contrasse presto l'impotenza delle orde fortunate. Addormentatasi nelle delizie di un clima dolce e di un'agiatezza non mai provata, (sotto il regno del pessimo Teodato) fornì a Belisario, generale degli imperatori d'Oriente, l'occasione ed i mezzi alla rivincita (anno 536).
Agli otto monarchi goti successe la dominazione dei Longobardi, rappresentata da ventun re. Più barbari ma più belligeri dei Goti, condussero le loro armi colla fortuna, che facilmente sorride agli audaci. Solo, per mancanza di istituzioni civili, non seppero estendere il loro impero su tutta Italia, nè conservare a lungo le provincie soggiogate. Infatti, un ministro dell'imperatore d'Oriente governava l'esarcato di Ravenna; il patriarca d'Occidente teneva Roma, e nel mezzodì della penisola le città greche si reggevano a popolo.
Al governo civile di Roma presiedeva un magistrato spedito da Costantinopoli, ove s'erano rifugiati gli avanzi della grandezza imperiale. Ma il maltalento di quei proconsoli e l'impotenza di un governo staccato dal suo centro d'azione, impegnavano il popolo romano a rivolgere gli sguardi e le speranze al vescovo che ei medesimo eleggeva, e che riuniva in sè l'autorità di patriarca d'Occidente e di capo della Chiesa latina. — Allora il pontefice fu veramente il padre del suo popolo: allora si brandirono le armi spirituali per maledire lo straniero che desolava la nostra patria. — Giunta infatti al trono di Costantinopoli una famiglia d'eretici iconoclasti, il vescovo di Roma, che allora assunse il titolo di papa, prosciolse dal giuramento i sudditi italiani, e restaurò l'antica libertà. La risurta republica, per lui, salutò di nuovo il suo senato, i suoi consoli.
Se non che, l'autorità tutta morale del pontefice non bastava a far paga l'ambizione dei successori. Fu per opera di costoro, che s'iniziò a danno d'Italia quella fatale politica delle avvicendate predilezioni per lo straniero, che fu la prima e la più esiziale cagione delle sventure nostre dal medio evo in poi. Tentavano i Longobardi d'impossessarsi dell'Esarcato di Ravenna, e il vescovo di Roma chiamava i Franchi a combattere quegli invasori, che Stefano III, scrivendo a Carlo Magno, chiamò razza perfida e fetentissima. Carlo Magno sceso in Italia, sconfitti i Longobardi, ripetè l'oltraggio dei precedenti invasori; ma meno barbaro di quelli, restaurò a proprio profitto l'impero, e ricevette da Leone III la corona e il titolo d'Imperatore d'Occidente.[5](Anno 800)
La dinastia di Carlo Magno regnò meno di un secolo sull'Italia, ed estinguendosi lasciò la penisola in balía ai due pretendenti, Guido di Spoleti e Berengario, nepoti agli imperanti Pipino e Lodovico il pio (888); i quali si contesero lo scettro italico, e finirono per ispezzarlo, tenendone ciascuno un troncone. A comporre definitivamente la contesa dei due emuli, scese in Italia Ottone I. di Sassonia, e co' suoi feroci Alemanni battè ad uno ad uno i rivali, e ridusse il paese disputato sotto il suo scettro, pigliando la corona dei re d'Italia (anno 962).
In questo e nel successivo secolo la sventura nostra toccò quell'estremo, davanti al quale diventa impossibile un peggioramento. Alla mancanza di un governo stabile, alla successione rapida e violenta di prìncipi di ignota origine e di troppo nota crudeltà, al rovescio d'ogni legge patria, alle continue scene di sangue provocate da un armeggiare senza tregua, rimaneva muta, o sembrava esserla, la voce dei popoli sì pronta e sagace, nei periodi di libertà, a sindacare i fatti di chi li governa. Il Cristianesimo aveva abolito la servitù personale; ma l'intera nazione, esautorata de' suoi diritti, non era più che una turba d'iloti. Coi terreni erano divenuti roba di rubello gli uomini che li coltivavano; quindi scarsi, e a poco a poco nulli i frutti dei campi; perocchè la troppo vantata feracità dei suolo italiano non risponde a braccia neghittose per fame o indolentite dai ceppi. S'arroge, che i vincitori, per sdebitarsi verso i fidi condottieri che avevano guidato a buon esito le imprese, solevano premiarli dividendo fra loro le terre e le persone dei vinti.[6] — Tolto ogni patrocinio della legge pel popolo debellato, questo non poteva trovar scampo nemmeno fra le intime e definite angustie de' suoi oblighi servili; poichè il vincitore non riconosceva limite a' suoi diritti. Nel lungo ordine di anni, che accompagnò questa totale ruina, le città italiane (e Roma, anzi tutto, già ricca di qualche millione d'abitanti) s'andavano spopolando. Ogni commercio era morto; ogni cultura sbandita; poche e disconosciute le reliquie di una gloriosa civiltà di dieci secoli.
Ma coi mali estremi si ridestò negli Italiani l'istintivo amore alla vita, naturale così nei popoli, come nell'individuo. Il gigante giaceva a terra sanguinoso, stremo di forze, immobile; ma il suo cuore s'allargava ancora a qualche battito intermittente. Fu da quel resto di vitalità che si accese la favilla dell'amore d'indipendenza, sì caldeggiata dopo il mille, sì validamente protetta dalla costituzione dei comuni.
Per quanto i conquistatori, e gli avventurieri che facevano causa comune con essi, operassero a tutto potere, onde cancellare ogni traccia di libertà sulla terra dei vinti, spegnendo le istituzioni e oltraggiando i monumenti, pure, per la completa ignoranza della lingua e dei costumi italiani, non giungevano essi a rendersi in tutto e sempre e prontamente intesi. Per la qual cosa, si dovette conservare fra padroni e servi una magistratura che si facesse interprete del comando degli uni, e garante della docilità degli altri. Questo potere intermedio, strana saldatura di due sostanze eterogenee che si avvicinarono senza confondersi mai, ebbe da principio il solo officio di ripartire i balzelli, più tardi vegliò alla tutela personale dei cittadini, finchè, simulando sollecitudine per gli interessi dei dominatori, potè favorire i proprj.