CXXIII.

Nella terza sera, e per tutto la notte, Milano fu ancora in festa. L'allegria sembrava farsi più vivace mano mano che piegava al suo necessario termine. Alla corte, fu data una grandiosa rappresentazione dramatica, in cui le divinità dell'Olimpo sceneggiarono con stiracchiate allusioni l'età dell'oro; poscia s'imbandirono suntuose cene. Infine la festa fu chiusa dalle danze, protratte fin quasi all'alba del giorno vegnente. Per la città continuavano le grida e gli schiamazzi; le case erano illuminate; sulle piazze ardevano falò; ma l'orgia generale non fu scarsa di violenze. V'ebbe più di un colpo di pugnale; e l'ubriachezza servì di pretesto allo sfogo di vecchi livori.

La mattina, tutto rientrò nell'ordine. Il conte era deciso di ritornarsene a Pavia quella stessa giornata. Avanti di partire, però, voleva cogliere il primo frutto de' suoi propositi: desiderava vedere il Manfredi, e congratularsi con lui.

Ma con grande meraviglia, questa prima parte de' suoi disegni subiva un ritardo inesplicabile. — Costretto a chiederne conto a qualcuno della corte, venne finalmente in chiaro di un terribile mistero. Il povero Manfredi, quando veniva informato della grazia ottenuta, lottava coll'agonìa. — Forse Barnabò, che non aveva saputo negare grazia all'intercessore, eludeva la promessa, facendo uccidere in carcere l'odiato avanzo de' suoi nemici. Tale fu la spiegazione, che il conte e moltissimi cittadini diedero all'inaspettata notizia. E Barnabò, lieto probabilmente d'essere stato prevenuto ne' suoi desiderii, non si pigliò cura di smentirla.

Non ci sarebbe il tornaconto di raccogliere ragioni per provare che il signore di Milano non era l'autore di quel misfatto. Tacendo, egli mostrò d'approvarlo, ed approvandolo, volle richiamare sopra di sè la sua parte di complicità. Ma il legame dei fatti, che si vanno svolgendo, dimanda che si sparga luce sul vero autore di esso. — L'assassino era Medicina.

All'udire un delitto, la mente umana freme d'indegnazione, ma non si arresta a quel moto: essa vuol farsi un'idea netta del grado di colpa che pesa sul reo, e non suol dar passata alla dolorosa impressione, finchè non indovina quale sia la causa e quale lo scopo del delitto. Un misfatto senza una prima e grave cagione impellente, senza un ultimo e definito scopo, diviene un'azione isolata, vera ed importante quanto a' suoi effetti, ma dubia ed indeterminata nell'indole sua.

Ora quale motivo potè spingere Medicina a togliere di vita il Manfredi? Tutta Milano non seppe trovare alcun rapporto fra l'assassino e la vittima; la publica opinione lasciò quindi fuggire ingiudicato il vero colpevole. Ma i cronisti, quelli sopratutto più diligenti ed oscuri, che scrivendo pei posteri sfidavano le dispettose passioni dei contemporanei, non temettero di asserire che Medicina, ormai atterrito dalla rapidità degli avvenimenti, cui egli stesso aveva dato il primo impulso, credette arrestarli, spegnendo nel Manfredi un depositario di molti secreti spettanti alla congiura del Mantegazza. Non curava egli gran fatto l'incolumità del governo di Barnabò; ma temeva l'ingrandimento del conte di Virtù, suo rivale. Il conservare un perfetto equilibrio di forza e di potere fra l'uno e l'altro, era necessità per lui: perocchè non credevasi arrivato a segno di poterli tradire entrambi. — S'aggiunga a ciò una circostanza di più immediato interesse. La vendetta contro Agnese, mossa, come si è narrato, dall'infelice spedizione di Campomorto, poteva ormai ritenersi condotta trionfalmente al suo termine. Checchè avvenisse, il Conte di Virtù era marito di Caterina Visconti. — Ma il turpe intrigo che aveva ferito nell'onore la virtuosa Agnese, poteva essere scoperto da una sola parola del Manfredi. Costui, durante la sua prigionia, ebbe, come si è detto, parecchie visite di Medicina. I secreti, di cui fu fatto depositario, erano di tal natura, che, innocui per sè giudicati isolatamente, divenivano prove irrefragabili della sceleraggine di Medicina, collocati nella serie d'altri secreti, di cui erano parte o riscontro. — In tutto ciò, v'era per fatto del ciurmatore una circospezione eccessiva; il pericolo sembrava forse troppo piccolo o troppo lontano per creare la necessità di uno scongiuro di sangue. Ma Medicina non badava pel sottile ai mezzi, quando vagheggiava uno scopo. Temeva che il Manfredi parlasse, ed egli lo fece tacere.

Informato della prossima liberazione dei carcerati, si recò, nel cuor della notte, alla Rocchetta; e per la solita via, sempre schiusa a un suo pari, penetrò nel carcere del Manfredi. Col favore delle tenebre, avvelenò l'acqua del prigioniero; poi, annunciandogli la vicina grazia, gli promise con ipocrita asseveranza, che fra poche ore egli avrebbe abbandonato il suo duro soggiorno. Questa volta ei poneva ogni scrupolo nel promettere sol quanto era in grado di mantenere. Infatti, il veleno era di tal natura, ed in tale dose, da poterne garantire il pieno effetto entro il limite di tempo stabilito.

Quando, sul mattino, entrò il carceriero per annunciare al Manfredi la sua libertà, l'infelice, steso boccone sull'umido pavimento, era in fin di vita. Interrogato sull'esser suo, non rispose altrimenti che con un gemito semispento. Volò l'aguzzino a cercare soccorso; ma appena ebbe raccolto nel carcere il capitano della Rocchetta, un medico ed un attuaro, il povero prigioniero non esisteva più.

Per persona di sì poco conto, qual era il Manfredi nel concetto dei servi di Barnabò, non faceva mestieri ricorrere a diligenti ricerche, o raddoppiare le investigazioni onde scoprire la vera causa del suo decesso. Il medico asserì che Ognibene Manfredi era morto di morte improvisa: e fin qui non faceva bisogno d'essere medico per dirlo. Il capitano, il carceriere, il giudice e lo stesso Medicina furono sodisfatti di questa dichiarazione; e dal canto loro posero ogni studio nel farla tener buona. — In Milano corse la novella già commentata; e la più filosofica conseguenza che seppero trarne gli uomini di buon conto si fu: che il Manfredi era morto di gioja, e che una sùbita gioja è ben più fatale che un lungo dolore. — Del resto, troppi erano i crucci dei milanesi, perchè tale sventura meritasse da loro più che la sincera pietà d'un giorno.