Come sèguito a questo fatto s'aggiunga, che la infelice sposa del Manfredi non trascinò a lungo l'angoscia della sua improvisa vedovanza. — Dopo aver tanto patito per la prigionia dell'amante, la sorte volle riaccendere in lei vive speranze, perchè la sua inattesa caduta fosse più aspra e decisiva. Morì la poveretta poco tempo dopo; senza però mettere la voce publica sulla via di scoprire, che un sùbito dolore ammazza non meno che una gioja improvisa.

Giangaleazzo, alla notizia della morte di Ognibene, si dolse più assai che non lo dimostrasse. La sorte di quell'uomo si connetteva strettamente a quella di altra più cara creatura. Intese il fatto, senza accettarne la spiegazione, ma dentro sè l'ebbe come cosa d'assai sinistro augurio.

Non ci arresteremo ad esaminare le cerimonie del congedo in corte; fu un ricambio di gelide frasi e di modi usuali. Nè tampoco terremo conto delle dimostrazioni di omaggio che Giangaleazzo raccolse sulla via, tornando al suo castello. L'unica cosa degna di nota si è che la vantata felicità degli sposi era soltanto sulle labra degli adulatori. La mestizia della sposa, manifestata dal suo pallore, lo scontento del conte, tradito da un involontario aspetto di corruccio, insegnavano anche ai meno esperti che la coppia principesca, in mezzo a tante grandezze, non godeva quella gioja serena, che tante volte è il retaggio del povero. E ciò è fior di giustizia; il poveretto dimanda sì poco, che non pare possibile che il destino voglia o possa sempre essergli avverso.

CXXIV.

Che fa un uomo, agitato dalla paura, quando sospetta che in un mucchio di materie incendiabili si nasconda una favilla? Egli tramesta, disperde, manda a male quegli oggetti, senza arrestarsi a scrupoli e preferenze. E intanto, per opporsi all'imaginario sviluppo di un male, comincia dal far male egli stesso.

Così operò Medicina. — L'infelice Manfredi veniva sacrificato alla paura di una rivelazione. Altra persona, come lui, e dietro lui, dava adito ad eguali sospetti. Bisognava provedervi. — Convinto che la passione di Giangaleazzo per Agnese non era nè spenta, nè assopita; che il recente legame, destituito d'ogni affetto e d'ogni lusinga, era più che altro un mezzo a tener viva l'antica fiamma; egli non rimpianse il male che aveva fatto, si doleva di non averne fatto abbastanza. Perocchè le arti sue non lo guarentivano ancora dalla probabilità che i due amanti si rivedessero, e che colle parole loro mettessero in chiaro l'intrigo e l'autore di esso.

Agnese era dunque pericolosa per lui, quanto e più che il Manfredi. Ben sapeva che l'infelice donna erasi allontanata da Pavia; conosceva le ragioni per cui ella era fuggita alla vista degli uomini. Ma ignorava il suo nascondiglio; e dubitava che, cessata la ragione di quel ritiro, ella non ritornasse in Pavia; o in altro modo fosse scoperta e riveduta dal suo amante.

Una volta entrato in un progetto, Medicina non era l'uomo delle lungaggini e dei pentimenti. La sorte del Manfredi, al dir suo, non peccava di troppa precipitazione; poche ore di vita, e colui avrebbe potuto diventare il suo accusatore.

Or dunque, intanto ch'egli avvisava al modo d'impedire che il conte rivedesse Agnese, bisognava raccogliere alcune notizie intorno a costei, che eragli sfuggita di vista. A quest'uopo chiamò a sè il fido compagno delle sue ribalderie, e gli ingiunse, senza dirne i motivi, che si recasse tosto a Pavia, e coll'usata sua accortezza cercasse di scoprire la nuova dimora d'Agnese. Lasciò a lui tutto il merito di scegliere la via più acconcia ad escir bene dal suo incarico; ma non gli tacque la gravezza della cosa, la necessità di non destare sospetti, il pericolo d'entrambi, ove fosse caduto in qualche imprudenza. — Il sermone del maestro finiva colle solite frasi; prometteva mari e monti in caso di buon successo, ma guai a lui se non riesciva, due volte guai se riesciva a male!

Medicina accordò al suo compagno due interi giorni per tali pratiche. Al posdimani egli stesso doveva raggiungerlo a Pavia. Convenuta l'ora e la posta, l'uno si mise in viaggio, l'altro chiamò a capitolo le sue vecchie astuzie, per elaborare un piano semplice, e di facile riescita, che in ogni caso, ed alla peggio, gli offrisse uno scampo. Ma la mente del ciurmatore, ormai logora da tante scelerate fatiche, non sapeva togliersi dal campo delle vecchie arti, nè inventare un progetto d'esito certo, senza fare assegnamento sulle antiche improntitudini. Non era egli divenuto timido e pietoso; sprezzava il pugnale ed il veleno perchè erano mezzi proprii d'ogni spirito vulgare; e li posponeva a quegli intrighi, che giungono alla meta prefissa senza lasciar traccia di sè; confondendo i secreti maneggi dell'uomo cogli infiniti e varii spedienti del destino.