Havvi una forte ragione per dubitare che questa volta la sua mente non fosse, come al solito, feconda; poichè, all'atto di mettersi in cammino, intascò più di una fiala avvelenata, e sperimentò la punta di parecchi pugnali.
Bergonzio, che obediva ad occhi chiusi, ebbe campo in due giorni di far le pratiche necessarie, per trarsi d'impaccio. Si recò anzitutto a Pavia, nel luogo dove dimorava Agnese; ivi, se non potè conoscere dove si fosse nascosta la misteriosa donna, seppe almanco da qual parte ell'erasi avviata. Tentò quella strada, e vi si spinse, occhieggiando a destra ed a manca, interrogando i passaggieri e i contadini, mettendo a partito la furberia dei monelli e la loquacità delle comari. Lo zelo e l'accortezza lo posero sulla buona via; e la sorte, che pur troppo è facile amica dei ribaldi, gli fece toccare la meta. — Al cadere del secondo giorno, quando stanco e scorato s'accostava ad un casolare per dimandarvi ospitalità, vide da lontano, all'incerto lume del crepuscolo, una figura feminile che gli parve di conoscere; affrettò il passo, la raggiunse: era Canziana. Girò di fianco, e la seguì da lungi per vedere dov'ella andasse; e per tal modo scoperse l'asilo d'Agnese.
Il giorno dopo, Medicina e Bergonzio si rividero in una osteriaccia fuori delle mura di Pavia; ma l'uno e l'altro non diedero pretesto ai curiosi (ove per caso ve ne fossero) d'indovinare esservi tra loro un concerto od un'intelligenza qualunque. — Esciti entrambi da parte opposta, s'incontrarono in un luogo solitario; dove Bergonzio narrò per filo e per segno il risultato della sua spedizione. Cominciò dal dire il nome del luogo ove Agnese erasi ritirata, la distanza e la strada per arrivarvi; espose colle parole, ed illustrò con una serie di linee tracciate nella polvere, la pianta della casetta, insistendo nel dichiarare che gli accessi erano parecchi ed affatto indifesi. Solo rammentava con dispiacere la circostanza del vicino plenilunio; ond'era necessario affrettare l'impresa e compierla nell'ultimo periodo della notte, se volevasi avere il favore di una completa oscurità. Non omise di riferire che quella dimora, quantunque perfettamente solitaria, non era abitata da Agnese sola. Una famiglia di buona gente, originaria di Pavia, che per vecchi disgusti aveva abbandonato la città, erasi ristretta in una piccola parte dell'abitazione, per cederne la migliore all'ospite benvenuta. Il nome di quella famigliola non eragli stato detto: ma sapeva, che era gente quieta, alla buona, aliena dalle armi e dai sospetti; che per tutta difesa solevasi di notte sguinzagliare un cane lioncino, il quale, abbajando lunghe ore alla luna, aveva abituato i padroni a non tener conto de' suoi avvisi. — Alla peggio poi, quando pure tutta la famiglia fosse in guardia, la lotta non sarebbe stata lunga ed incerta; v'erano tre donne, ed una covata di bimbi; gli uomini erano due; il padrone di casa, giovine e robusto ancora ma affatto privo d'armi, ed un famiglio, il più dormiglioso, il più codardo villano del contorno.
Il Seregnino, finito il racconto, dolevasi dentro di sè del poco accoglimento fatto alle sue parole. Credeva che, dietro tali rivelazioni, il ciurmatore, rotto ogni indugio, sarebbe volato all'impresa; od aspettava almanco d'essere accolto con una parola di approvazione e di lode. — Medicina invece era muto. Contento senza dubio nel sentire che, ove fossevi necessità di usar violenza, il trionfo sarebbe certo, dimandava a sè stesso il modo di evitarla; studiava l'arte di vincere senza combattere.
“Io non chiedo altro, pensava egli, che di porre una barriera insurmontabile fra Agnese ed il conte. Voglio soltanto consacrare i fatti già compiuti mercè il silenzio dei due amanti: silenzio ristretto a tempo e ad un solo argomento. Che il miglior mezzo per far tacere una persona sia lo spacciarla, è cosa che so anch'io da un pezzo; ma questo è l'ultimo spediente, e vi si può sempre ricorrere, quando ogni altro partito riesca a male. Una vendetta compiuta è una di quelle gioje, che non rade volte lasciano dietro sè delle tracce pericolose. No, no; sono queste le glorie degli incauti o dei novizii. — Meglio è far in modo, che Agnese abbandoni per qualche tempo la sua dimora attuale; e, per volontà propria o spinta da una necessità creata ad artificio, se ne vada.... dove, non importa; purchè sia ben lontano.... Ma come.... come rimoverla dalla sua solitudine?„
La luna spandeva raggi obliqui e melanconici su quel misterioso convegno. — Medicina era assorto. Fuor del cappuccio alquanto rovesciato all'indietro, escivano a cerfuglioni i suoi capelli bruni, solcati da screzii color di rame; il volto, perduto in una penombra livida, brillava soltanto della luce tetra ed irrequieta degli sguardi. Posava come chi si arresta di colpo dopo una marcia affrettata: aveva una mano sul giustacuore, coll'altra stringeva l'elsa della spada. Il compagno invece portava la testa alta, e cercava gli occhi del suo padrone, come se ponesse in dubio il suo coraggio, e volesse infondergli il proprio. Nella breve esperienza della sua servitù, quest'era la prima volta in cui reputavasi levato a paro di lui. — Ma s'ingannava a partito; i suoi sguardi di fuoco, le parole tronche e concitate, l'aria guerriera ch'egli affettava, non giungevano a scuotere Medicina dalla sua calma.
Dopo qualche minuto, costui sollevò la testa, raccolse le braccia, e si dispose a parlare ed a procedere avanti. La luce erasi fatta nel suo cervello, ed il partito era preso.
CXXV.
Medicina non disse al compagno più di quanto era strettamente necessario per dar principio al suo disegno. Dimandò d'essere condutto quella stessa notte al luogo ove dimorava Agnese, dichiarando di volere arrivarvi un'ora prima dell'alba.
Bergonzio per girar largo, e dar tempo a torre di mezzo ogni eventuale imbarazzo, propose di partir subito, dicendo tanto e tanto esser meglio aspettar là, che non altrove. — Alle quali parole il ciurmatore aggiunse un cenno affermativo del capo, mentre colla mano destra comandava al compagno di precederlo per insegnargli la strada.