Le tre ore di cammino passarono senza accidente. L'uno procedeva dietro l'altro sur un sentiero serpeggiante fra i campi, che a tratto a tratto si smarriva entro le stoppie e gli scopeti, per isvolgersi di nuovo lungo le siepi od attraverso i boschi. — La luce era scarsa ed infida; sotto l'obliquo raggio della luna, le ombre si prolungavano all'infinito, rendendo sul loro corso l'aria più fosca e pregna di vapori. A tratto a tratto una mezza luce bianca ed incerta, squarciava quelle ampie pezze brune, che sembravano lo strascico di un drappo funebre steso capricciosamente sul suolo. I viandanti non potevano tenere l'egual passo; l'acceleravano o il rallentavano a seconda del più o men comodo andare; talvolta era necessario arrestarsi per varcar siepi o rigagnoli; tal altra retrocedere sulla via già percorsa, e cercare l'entrata di qualche macchia folta o spinosa.
Medicina era sempre taciturno. Il suo disegno, nettamente delineato quanto allo scopo, ma ancora troppo vago nei mezzi, lo trascinava, non senza grave pena, in un labirinto di congetture, fra cui non giungeva a discernere la più probabile. Studiavasi di contraporre ad ognuna di esse un'escita; e s'affaticava a premunirsi contro ogni eventualità sfortunata: ma il doppio assunto gli consumava le forze.
A quando a quando però non mancava di volgere qualche parola al compagno per completare le nozioni necessarie a' suoi progetti. Ora lo interrogava più precisamente sul luogo cui erano avviati, ora dimandava conto di questo o di quell'arnese, che gli poteva tornar buono improvisamente. Una volta gli chiedeva, a cagion d'esempio, se erasi munito di battifuoco e di selce, un'altra se aveva proveduto una scala di corda; poi faceva l'esame delle armi, o s'arrestava a studiare di nuovo la pianta della casipola già tracciata dal suo esploratore. — Pareva infine che non avesse troppa fretta di giungere alla sua meta.
Un galantuomo, che va pei fatti suoi, supponiamolo anche avviato a far del bene, se è sorpreso dalla notte, in mezzo ad una campagna deserta, dove non abbia altra scorta che il lume melanconico delle stelle, e non oda che lo scroscio delle foglie agitate dal vento, o il mormorio delle acque lontane, non sarà più, per regola generale, il rodomonte che è di pien giorno. — Quei brividi, che gli increspano la pelle al soffio della brezza notturna e dietro una veglia prolungata, gli attraversano i muscoli e le ossa; e penetrati nelle viscere vi destano una commozione solenne, che potrebbe dirsi il primo sintomo del terrore. Chi a debellare queste apprensioni invoca il coraggio, nell'allestire le armi, e nel precorrere il pericolo colla difesa, ha già tacitamente riconosciuto l'esistenza di un nemico; e i mezzi apprestati sono nulli, o scarsi, perchè ciò che si crede una larva fuggevole è l'espressione di un sentimento sacro e sublime ridestato dalla vista della natura nella sua più severa maestà. — Impallidiscono a fronte di essa le tiepide rimembranze della vicina giornata; le memorie delle scorse gioje si cancellano; la stessa coscienza del bene che si è fatto, o che si ha il proposito di fare, rimanda i suoi conforti ad altro momento.
Quelle ubbíe, di cui avremo riso le cento volte alla luce del sole o dei doppieri, ci si presentano con un aspetto di esistenza dubia, sul cui conto è intempestivo lo scherno, difficile una calma ed assennata discussione. Le tenebre danno all'occhio vigile la facoltà di vedere ciò che non esiste; all'orecchio sospettoso aggiungono una strana squisitezza, che traduce in armonie sinistre i suoni più innocenti.
La fantasia irrequieta rimesta il vecchio corredo delle memorie, per sollevarvi di preferenza ciò che v'ha di più triste o di men lieto. Per quanto taluno possa vantarsi favorito dalla fortuna, troverà sempre in sè qualche cicatrice più o men bene rimarginata, che gli attesta un dolore patito. — Ivi la sua mente fa sosta, per riprodurre quella parte del passato che meglio s'accorda colla solenne sua mestizia. Penserà di preferenza ai disinganni provati, ai subíti rovesci, alle infide amicizie, agli affetti traditi. E quando egli fosse così fortunato di non trovar pascolo a simili rimpianti, avrà pur sempre qualche cara persona perduta, la cui rimembranza è per sè stessa un dolore. In tal momento, in mezzo alla solitudine, il pellegrino non solo piange con maggior tenerezza le virtù e gli affetti di essa; ma rivede il parente e l'amico come se fosse vivo, o, peggio, come se la tomba si spalancasse per mostrarglielo cadavere.
Una volta aperta il varco a questi delirii, una sola cosa varrà a dissiparli: la luce amica dell'aurora. Allora i fantasmi spariscono, le tombe si rinchiudono, i morti tacciono: le larve nere che passeggiavano sul fondo della scena, appajono quello che sono; null'altro che l'ombra placida e tremula degli oggetti circostanti. Al sinistro strido degli uccelli notturni, si sostituisce un rumore lontano e ravvivato, che è il parlare consueto di chi ne viene incontro, misto alle canzoni dei contadini, allo stridìo dei carri, al mugolare degli animali domestici. — Ecco cambiata la scena.
Tutto ciò avviene all'uomo onesto, il quale in mezzo a' suoi timori, ha potuto consultare la coscienza, e trovarsela amica. Ma quale dovrà essere lo stato d'animo di chi si specchia per la prima volta in sè stesso, e inorridisce inaspettatamente della propria deformità? Sul fondo bujo della notte egli legge a contorni di fuoco, anche se chiude gli occhi, la storia di una vita piena di sceleraggini e gravida di rimorsi. Appunto perchè nella scioperatezza de' suoi giorni, e sotto l'influsso di una luce che sembra mite anche agli occhi del malvagio, non ebbe mai occasione di chiamare ad esame il passato, in quell'ora di oscurità la coscienza avrà lume che basti per vincere le tenebre, e rendersi visibile. — Finchè dura quel parosismo, il vizio avrà perduto le sue attrattive, e senza queste, senza la speranza della riabilitazione, l'animo dello sciagurato proverà quel vuoto che è il primo e certo sintomo della disperazione. Se egli non è ribaldo a segno di dominare l'improviso rivolgimento che si opera in lui, varcherà quest'ultimo confine, vittima di quella stessa febre che era dianzi il sintomo essenziale della sua vita.
Il silenzio di Medicina, non estraneo a tali impressioni, era un primo attacco di questa terribile infermità. Già un principio di noja gli faceva sembrare troppo lunga e disagiata la strada; in capo ad essa egli vedeva la sua impresa assai più ardua che non avesse creduto sulle prime. La fatica gli riesciva troppo grave; il compenso scarso ed incerto. — Rimandava anche questo disegno nel novero dei molti, che aveva compiuto felicemente, ma che non lo sottraevano ancora alla schiavitù verso gli altri e verso sè stesso. — Infastidito da questi pensieri, egli rivolgeva contro sè qualche rimprovero; non perchè fosse nauseato delle tante sceleraggini commesse, o dubioso della opportunità di commetterne altre; ma perchè deplorava la meschinità dei mezzi, che lo trascinavano, per vie lunghe ed indirette, a riconoscere la vera meta de' suoi desiderj, senza che gli fosse possibile di toccarla mai. — Da venti anni egli operava instancabilmente per divenire ricco, e libero di sè; ed era invece costretto ad una vita di privazioni; a mangiar sempre il pane di un padrone.
Contro voglia, ma per una necessità insuperabile, egli si arrestava in tali considerazioni ogni volta che lo studio de' suoi progetti permetteva alla sua mente una sosta momentanea. Crescevano intanto la stanchezza, il fastidio, le difficoltà, e scemavano collo stesso grado le forze. Se gli fosse stato possibile sciogliersi dal suo compagno, e trovare vicino a sè un ricovero dove godere qualche ora di calma, egli avrebbe messo da parte il suo progetto, risparmiato o ritardato un delitto. Ma tale è la condizione dell'uomo perverso: egli perde le tracce percorse, e non sa tornare su di esse. Però in mezzo ai sofismi, con cui il malvagio tenta di puntellare l'edificio delle sue turpitudini, spesso la verità si fa strada da sè. — Udiamone una dalla bocca stessa di Medicina. Colpito dal ribrezzo di tanti delitti, e in un momento di sfiducia, sclamò tra sè; “A che mi giova avere testa e mano pronte ad ogni ardua impresa, se, dopo aver sudato tanti anni per godermi la vita in pace, mi trovo ridutto a questo punto? Perchè non fui anch'io un galantuomo, come molti altri, che a quest'ora dormono in pace, e non provano il rodimento dell'animo che io provo?„