Venne finalmente il dì, in cui un migliorare nuovo e subitaneo indusse nel suo animo una speranza meno fuggevole. La sana costituzione del bambino, e le assidue cure a lui prodigate, vinsero la gagliardia del male. La tenera creatura, che il canto della madre adombrava nel debole stelo di un fiore, ricuperò le sue forze, i suoi colori, la sua vivacità. Con lui fu salva Agnese; essa, che avrebbe ricevuto dalla mano di Dio la sventura, come il castigo della sua colpa, accettò la grazia del cielo, come la consacrazione de' suoi diritti materni. Nella notte, in cui Medicina s'accostava a quel santuario di affetti, meditando di profanarlo colla sua presenza, il piccolo Gabriello fu più del solito irrequieto. Vegliava la madre con lui: e, per tenerlo calmo nella sua insonnia, lo cullava leggermente tra le braccia, e gli ricantava alcune strofe, che altre volte avevano bastato ad arrestare i suoi vagiti e ad addormentarlo. — Aveva aperta la finestra, affinchè l'aria esterna, portando via con sè il suono di quella nenia, sollevasse i vicini da ogni molestia, e non li rendesse avvertiti della sua veglia.

Faccia il lettore i commenti a quella canzone: egli comprenderà fin dove erano giunti i dolori della sventurata madre, e fin dove si spingevano le sue speranze. Nella storia del fiore, che cresciuto diventa il protettore della zolla e del cespo che lo nutrirono, veda quale sia il primo e più fervido voto del cuore materno. — Pronto sempre al sacrificio di sè pel bene de' suoi figli, esso però non rinuncia all'ineffabile gioja d'essere nella tarda età confortato e ringiovinito dall'amore di essi. Il cuore che ama soffrire cogli altri, anzichè esultare tutto solo, è il più nobile tipo della carità; è il punto culminante della possibile perfezione umana, cui mettono capo gli eletti istinti della natura, da cui procedono i nobili sforzi della virtù.

CXXVIII.

La voce e l'apparizione d'Agnese richiamarono le forze di Medicina. Quel canto, come sincera espressione di un animo sereno, gli parve un atto di ribellione ai decreti dell'empio destino, di cui egli voleva essere il ministro. — La calma nel momento della tempesta esacerbava i suoi sdegni, quasi fosse una sfida. Egli, il più malvagio degli uomini, invidiava la pace dei buoni; egli odiava la virtù, appunto perchè tranquilla anche in mezzo alla sventura. Alla scarsa luce che rischiarava la cameretta, credè scorgere Agnese assai pallida ed abbattuta. Se ne rallegrò lo scelerato; e, vedendo che ella non si stancava di vezzeggiare il suo bambino, riconfermò nel cuor suo un orribile disegno.

L'ora opportuna per effettuarlo era venuta. — Il Seregnino, che sedeva presso al suo padrone, attendendone gli ordini, non potè a meno di mostrargli che cominciava ad albeggiare. Da mezz'ora la luna era scomparsa. Agnese aveva cessato dal canto; ma, non istaccandosi mai dal petto il suo Gabriello, passeggiava lungo la camera, e s'arrestava qualche momento alla finestra, levando lo sguardo al cielo, quasi invocasse e salutasse la vicina luce del giorno.

“All'erta, Bergonzio! — disse con un rantolo soffocato il ciurmatore, levandosi da sedere. — Rammenti quanto ti ho detto...?„

“Metterò un debole grido, come fossi al punto di sputar l'anima.... Non è vero...?„

“Sì.... distenditi a terra, e poni una mano sulla bocca affinchè le tue grida sieno soffocate.„

“Poi?„

“Quando batterò due volte la mano, alzati e seguimi. Dopo aver girato le mie spalle, nasconditi dietro quell'olmo„ — e accennava colla mano la pianta che faceva ombra alla finestra illuminata.