Medicina approfittò di quest'istante per chiamare a sè il compagno col segnale convenuto. E Bergonzio, seguendo di tutta corsa il sentiero del bosco, passò vicino al ciurmatore, e vi si arrestò il tempo necessario a raccogliere l'ultimo suo comando riepilogato in queste parole: — “il tempo di recitare un credo.... poi.... sarai all'altra parte del bosco; salva la testa, ma salva anche il tuo bottino; destrezza e coraggio.„ — A tali parole, ravvivate da uno di quegli sguardi, che si vedono anche di notte, e che vogliono significare ampie promesse e ancor più ampie minaccie, corse appiè dell'olmo, vi si arrampicò, pose un ginocchio, poi l'altro, sul davanzale della finestra, aperse le imposte, scavalcò il parapetto, e si lasciò sdrucciolare sul pavimento della camera. — Ormai sicuro della sua impresa, prima di volgersi alla culla del bambino, girò lo sguardo intorno per trovare qualcosa che lo compensasse tosto della scelerata fatica. Intascò di fatto il più che potè fra gli oggetti di valore che gli caddero sott'occhio. Coll'ansia inesprimibile del ladro sacrilego, corse indi alla cuna, stese la mano sulla creatura, e la strappò dalle coltri con una stretta sì brutale, che la destò e la fece prorumpere in uno strido acutissimo.
Agnese, appena escita dalla sua camera, era rimasa un istante sul pianerottolo, incerta se dovesse chiamare Canziana ed affidare a lei la custodia del bambino; ma un sentimento di pietà verso la buona donna, che in un mese d'angosce era invecchiata di dieci anni, la consigliò a non interrompere il suo riposo. — Fidò quindi a Dio il suo tesoro; e, coll'animo calmo proprio di chi s'avvia ad una buona azione, discese la scala, aperse la porta, e andò incontro a Medicina. — Attendevala costui con un aspetto umile e supplichevole; e, coi gesti e colle parole tronche, cercava di condurre la sua vittima il più lontano che fosse possibile dal luogo del delitto. — Fu allora che il vagito, cagionato dall'improvido maneggio di Bergonzio, risvegliò Canziana, ed arrestò i passi d'Agnese; la quale, spaventata da quel grido, si rivolse indietro, e levò gli occhi alla finestra.
Quale orrore! Vide l'ombra di un uomo disegnata a contorni colossali sul fondo lucente della sua stanza. Scorreva dessa tutto il lungo della parete, svolgendosi in una serie di movimenti rapidi e contorti. Talvolta si faceva piccola, per ricomparire un attimo dopo più gigantesca e terribile. — Agnese non poteva comprendere che fosse quello spettro, e che cosa facesse in quel luogo; non pensò tampoco alla possibile presenza di Canziana. Ogni altra ipotesi, fuor questa, era orribile. Lo spirito scosso, così istantaneamente, travide in quella apparizione la realtà spaventevole di quelle treggende notturne, che tante volte aveva udito e sprezzato. — Ben lontana dal saper definire la vera natura del pericolo che sovrastava al suo bambino, si precipitò inconsapevolmente nel vortice delle ubbíe per sognare una ridda infernale di larve e di fantasmi. Ella, che si sarebbe lanciata coraggiosamente nelle fiamme o nell'acqua per salvare la sua creatura, non potè reggere al dubio di un pericolo, ingombro di tenebre e di mistero. — A tale idea le si offuscò la vista; un sudor freddo le invase la fronte; provò una stretta, un affanno, come se i movimenti del cuore le fossero impediti dalla pressione di una mano di ferro. Fuor di sè, e in preda ai delirio, raccolse tutte le sue forze per metter fuori un grido di disperazione.
Il ciurmatore, che tutto comprese, e che alla debole luce dell'alba aveva scorto i sintomi di una crisi, da cui poteva tornargli grave pericolo, non lasciò tempo all'infelice di raccogliere il respiro e di articolare una parola. Colla mano destra visitò l'elsa del pugnale; poi con un rapido movimento si tolse dalle spalle il mantello, e, spiegatolo dinanzi a sè, lo rovesciò sul capo d'Agnese, mirando a soffocarne il più leggiero anelito. — La sventurata, già moralmente affranta dal terrore, perdette completamente i sensi, e cadde a terra come morta. — Una natura più vigorosa, che opponesse resistenza a tale abuso di forze, avrebbe provocato un'estrema violenza; non a caso Medicina aveva pronto lo stiletto. Ma poichè la vittima subiva il suo destino, senza ribellarvisi — “meglio è, disse lo snaturato, che ella viva affinchè, tornando alla culla del suo bambino, provi la sorpresa di trovarla vuota.„
Intanto il grido di Gabriello, che aveva destato l'allarme, costringeva il Seregnino ad affrettare la sua fuga. Costui, inteso il rumore di persona, che si moveva nella stanza attigua, stringendo ancora più fortemente la sua vittima, corse alla finestra (l'opposta a quella per cui era entrato) la spalancò, e, colla furia del ladro inseguito, s'ingegnò d'attaccare la scala di corda allo staggio maestro dell'impannata. — Ma l'imbarazzo produtto dagli oggetti derubati, la fretta di giungere a salvamento, l'ansia stessa e la paura d'essere sorpreso, rendevano lenta ed improvida l'azione delle sue mani. Costretto ad abbandonare alcune delle molte cose, ch'egli teneva, cedette involontariamente il capo della scala, prima d'averlo bene assicurato alla finestra. La fune scivolò sul davanzale; la via di salvamento era perduta.
“Per la croce di Dio! — sclamò egli, sillabando la bestemmia e accompagnandola con un digrignar dei denti, ed uno sbuffo da disperato; — dovrò io morir qui sotto la stanga di questi villani?.„ E si dimenava come un ossesso, gestendo e sbracciandosi fuori della finestra per tentare di riprendere il capo della scala, oppure per trovare un ramo od altro, che gli offrisse uno scampo.
Tornato inutile ogni sforzo, deliberò di escire dalla parte per cui era entrato; e, benchè il suo carico fosse troppo greve per avventurarlo ad una simile discesa, benchè gli ordini del padrone lo impegnassero a non ritentare la stessa via, pensò che quando non v'ha di meglio, anche il mezzano partito diventa ottimo; e si risolse di tornare sui proprj passi.
Volgevasi ad eseguire la ritirata, quando uno strepito di pedate più distinte gli annunciò l'avvicinarsi d'alcuno. Il passo di Canziana parve al vile l'accorrere rapido e concitato di un drappello nemico. — Rimase per un momento immobile nel mezzo della camera; poi, quando sentì aprirsi la porta, non obedendo che alla sua paura, corse alla finestra opposta, salì sul davanzale; e, strettasi al petto la sua preda, si precipitò alla cieca.
Chi pochi giorni prima aveva salvato Gabriello da una malattia mortale, non volle che egli perisse ora tra le braccia di un sicario. La vittima e il suo assassino giunsero incolumi a terra.
L'altezza della finestra dal piano sottoposto era tale da rendere pericolosa la discesa, massime per chi, ignorando la profondità e la natura del suolo, vi si lasciasse cadere, invece di spiccare un salto verso un punto fisso. — Infatti la scossa fu gravissima pel Seregnino. Appena cadde sul terreno, credette di dovervi rimanere; aveva la testa intronata, tutte le membra dolenti e le gambe inette a moversi. Ma il tramestío che si faceva sopra di lui, e la paura di essere colto e trattato a seconda de' suoi meriti, lo richiamarono dallo sbalordimento. Con qualche stento, e coll'ajuto delle braccia, si rialzò. E benchè si sentisse tronche le gambe, si diede a correre, come meglio glielo concedevano, finchè penetrò nel macchione d'alberi dicontro alla casetta, che era la posta fissata dallo stesso Medicina.