“Una buona corsa scioglierà le membra. Vattene, e presto. Sai che io non sono uso a ripetere i miei comandi. — A mezzodì sarò a V...*, non cercar di più. Là udirai i miei ordini per dimani. Ricordati, che abbiamo fatto la più difficile parte della nostra bisogna. — Per Dio; guai a te, se la tua poltroneria ci facesse perdere il frutto di tante fatiche.„

Intanto che s'avviavano fuori del bosco, dal lato opposto alla casa d'Agnese, Bergonzio tornava sull'argomento, e con voce sommessa “scusate, diceva, una mia ultima parola; e poi me ne andrò dove meglio vi piace. Voi parlaste del frutto delle nostre fatiche: dove è questo frutto? Sta forse in questo cittolo piagnolone? È qui tutta la riconoscenza di aver corso tanti pericoli, e d'essere stato a un filo di rompermi due volte l'osso del collo? Bel bottino da vero! Se fosse il figlio d'un re, pazienza; il riscatto sarebbe degno di lui. Ma costui è ben poca roba; e la madre sua non potrebbe ricomprarlo che a prezzo di lacrime e di svenimenti.... Moneta fuor di corso fra i pari nostri....„

“Tu cominci a ragionar troppo. Credo d'averti detto in altre occasioni, ed ora te lo ripeto per l'ultima volta, che io voglio da te mani pronte e lingua muta. — Fa a mio modo: non cercare il pelo nell'uovo; quando sarà il momento di spartire i provecci dei nostri affari, sarai contento. Se no....„ e troncò la frase con una sospensione di voce, che lasciava indovinare una minaccia.

Il Seregnino tacque, non già convinto o corretto dalle parole del suo padrone; ma perchè pensò d'aver saggiamente prevenuto ogni rovescio di fortuna e la stessa ingratitudine del suo padrone, raccogliendo furtivamente quanto aveva trovato di meglio nella camera d'Agnese. E già bruciava dalla voglia di schierare davanti a sè, a miglior luce e con animo riposato, i varj oggetti che componevano il suo bottino. Dietro a questo pensiero, egli si mostrò pronto ad obedire al suo padrone. Venuto il dì, e lontano dagli occhi di lui, avrebbe poi fatto a modo suo.

Medicina, sodisfatto dell'obedienza dello sgherro, lo congedò, accompagnandolo coll'occhio sulla via che conduceva a V..* Poi, dopo di aver ricapitolato le condizioni del vicino ritrovo, ritornò verso la casetta, pensando ch'era bene sorvegliarla; e studiando modo e mezzo di far pervenire ad Agnese la notizia che il ladro del suo bambino erasi diretto verso Milano. Sperava con tal arte di togliere la madre dal suo nascondiglio, e di rimetterla nelle mani de' suoi nemici. — D'aggiunta poi, avrebbe cercato di diffundere il sospetto, che il rapimento fosse ideato ed eseguito per ordine del Conte di Virtù, in ossequio a quei pregiudizj, che la sua posizione e il suo nuovo stato sembravano in certo modo giustificare. — Questo era il secreto più profondo della sua infame azione.

CAPITOLO DECIMOSETTIMO

CXXIX.

Canziana, colpita fino allo stupore da quanto aveva veduto, a mala pena giungeva a scuotere la mente per farla giudice dei fatti, che si erano compiuti così vicino a lei. L'incognito, che sotto i suoi occhi saltava da una finestra, era, senz'altro, guidato da scelerate intenzioni. Ma a che mirassero, e per quanta parte potessero già chiamarsi un fatto, era un mistero. Chi poi avrebbe osato imaginare che colui attentasse alla vita di un bambino? Canziana non vi pensò punto; o se, nella rapida discussione di tante congetture più o meno strane, afferrò col pensiero una tale soluzione, non vi si arrestò che il tempo necessario per respingerla come cosa assurda ed impossibile. Agnese d'altronde non si staccava mai dalla culla del bambino; chi dunque poteva avvicinarvisi senza sfidare la sua vigilanza? — “Ma dov'è dessa? Dov'è il bambino? E perchè entrambi sono esciti dalla stanza? perchè non si chiese di me? perchè tanta solitudine e tanto silenzio nel luogo di un delitto, se la vittima è sveglia e libera di sè?„

Se non che la buona donna, interrogando collo sguardo gli oggetti circostanti, per rispondere alle molte dimande che moveva a sè stessa, s'accorse che nella stanza erasi fatto uno strano tramestío. Alcuni oggetti erano tolti dal loro posto ordinario, o sparsi a caso; altri mancavano. Nell'affacciarsi alla finestra, spingendo lo sguardo in mezzo alle tenebre, scoperse un monile d'Agnese, dimenticato sul davanzale. Dietro ciò potè almeno rallegrarsi d'aver compreso che lo sconosciuto era un ladro. E la ragione le ripeteva che un ladro sarebbesi appagato del bottino, e che la lontananza d'Agnese in questa ipotesi diveniva un beneficio della providenza. In mezzo a tanto mistero, questa soluzione era la più logica e la più confortante. Rincorata alquanto, si pose con sollecitudine a rintracciare la sua padrona. Escì dalla camera, percorse il corridojo, ritornò su' suoi passi; la chiamò sommessamente, poi ad alta voce e con maggior insistenza. Discese la scaletta, e cercò la porta d'escita. Spinse leggermente le imposte, e le spalancò. L'uscio era costrutto in modo da poter essere aperto soltanto dalla parte interna della casa. Tale circostanza provava che alcuno non era entrato so prima altri non avesse schiuso l'ingresso. E chi mai se non Agnese poteva aver fatto ciò?

Canziana voleva chiamarsi più tranquilla, ma non lo era in fatto: perocchè una ragione di poco momento non bastava a giustificare la misteriosa assenza della sua padrona. Appena ebbe schiusa la porta, ella rimase in una completa oscurità: ma un momento dopo, le parve di vedere disegnarsi in mezzo alla nebbia i contorni degli oggetti circostanti, debolmente rischiarati dai primi albori. — Discese quindi gli scaglioni della porta; e mise il piede sul piano erboso, che s'apriva davanti alla casetta, cercando il sentiero che guidava alla porta e alla abitazione dei vicini.