“È viva, sclamò la buona donna, è viva! Il cuore batte.... Oh Signor benedetto!„ — In dir ciò levossi, ed inghiottendo le inutili aspirazioni, e troncando ogni atto di pietà inoperosa, sollecitò l'ajuto dei vicini per trasportare la svenuta nella sua camera, e prestarle pronto soccorso.
Pochi istanti dopo, Agnese rinvenne, aperse gli occhi, riconobbe Canziana, e, colla ingenua inconsapevolezza di chi si risveglia da un profondo sonno, chiese agli astanti la ragione di quell'insolite cure.
Canziana, dubiosa se dovesse prima rispondere od interrogare, s'affrettò a venir in ajuto dell'indebolita memoria d'Agnese, sperando di poter sciogliere più presto altri premurosi sospetti.
Le raccontò pertanto come e su quali indizii ella andasse in cerca di lei, come e per mezzo di chi giungesse a scoprirla. Il resto era meglio indovinarlo che chiederlo: prova cotesta, che ella nutriva dei dubj e che non aveva cuore di sollevare nuove questioni per tema di recar danno alla già troppo grave situazione di Agnese. Ma d'altra parte, poco dopo, temeva ancora più forte che una prolungata ignoranza dei fatti potesse cagionarne uno sviluppo men fortunato. Mentre oscillava fra gli opposti partiti, ed una o due volte aveva iniziato la fatale inchiesta da cui poteva escire la consolazione sua o la sentenza d'entrambi, Agnese medesima troncò ogni incertezza, volgendosi a Canziana per chiederle conto del suo Gabriello. Nulla d'inaspettato in ciò; eppure tale parola fu un colpo terribile per la buona donna. A chi mai poteva ella rivolgere ora le sue interrogazioni, se la madre non sapeva rispondervi? Conveniva ingannare la pietà di Agnese, consigliandola a rimettere a miglior momento lo sfogo della sua tenerezza, o non doveva piuttosto farsi sincera narratrice dei fatti, a rischio di ripiantarle nel cuore il coltello di un altra sventura?
In tanta incertezza una pietà più oculata e più tenera, condannando ogni indugio, reclamò altamente che si provedesse col maggior zelo, e sùbito, alla sorte di una creatura egualmente cara. Già il suo silenzio aveva manifestato l'imbarazzo; questo metteva la madre sulle tracce del vero. Prevalse quindi il partito di narrarle tutto prima che ella tutto comprendesse da sè.
“Madonna, — rispose Canziana risoluta di dire il vero, ma peritosa nello scegliere le parole — il vostro bambino non è qui. No, non vi spaventate: raccogliete bene la vostra memoria: non l'avete forse portato con voi al momento d'escire dalla camera?„
L'affetto di madre, messo a così dura prova, reintegrò i sensi d'Agnese, e moltiplicò le sue forze, aggiungendovi l'energia rapida e convulsa del terrore. Le guance, poco prima smunte ed infossate, si coprirono di un rossore intenso; l'occhio si spalancò non a cercar luce, ma a sprigionare un lampo quasi feroce. Si levò ella risolutamente a sedere sul letto; e, con un tuono di voce ed un atto della mano che esprimevano comando, disse: “voglio vedere mio figlio.„
“Lo vedrete, madonna, lo vedrete: ma, per la salute di lui e per la vostra, tranquillatevi; procurate di ridurvi alla memoria il momento in cui siete escita da questa camera; per far ciò vi abbisogna un po' di calma. Suvvia: siate buona.„
Qui Canziana, tenendo una strada più lunga, ed usando le parole le più attenuanti, cercò di condurre la sua padrona a riconoscere il vero stato delle cose, per aver lume e trovar mezzi a provedere.
Finchè Agnese credette che la governante, mossa da un sentimento di soverchia pietà, la consigliasse soltanto a protrarre ad altro momento la consolazione di rivedere il suo bambino, ella potè seppellire in sè i sospetti, accagionandone la mente indebolita e la crisi sofferta. Ma quando, dopo un lungo diverbio, riempiuti i vuoti della memoria e rannodato il filo interrotto delle impressioni, ricordò lo spettro orribile che vagava nella sua camera accanto alla cuna del suo bambino, per poco non cadde morta. In quel campo di terrori indeterminati, la ragione, non trovando il fatto suo, andava smarrita. L'infelice non attese altre dichiarazioni, non si arrestò a far nuove inchieste. Forse il pensiero che la sua mente si faceva di bel nuovo torbida, divenne a questo punto la tavola di salute alla quale fidò l'ultima sua speranza. Si sforzò d'accomodar la ragione al partito di negar tutto. Simile a chi sogna cose orribili ed è consapevole di sognare, ella tentò di sciogliere l'incanto, che la opprimeva, combattendone coll'incredulità ogni apparenza. La mente non reggeva a tanto; chiamò in ajuto le forze del corpo. Levatasi bruscamente, colle due mani spartiva sulla fronte i capelli che gli facevano ombra; si stropicciò gli occhi come se volesse invitarli a veder meglio e a scorgere il vero; e fe' cenno ai vicini, che sgombrassero. Poi, sorda alla voce della compagna che colle parole più affettuose la consigliava a star quieta e a confidare nelle cure altrui, si precipitò dal letto, e corse alla culla del bambino, sperando di trovar colà la prova certa del suo inganno.