Non si ristaranno dunque i cospiratori per qualunque accidente loro avvenir possa, dall'avventurarsi pell'esecuzione del gran disegno, ben persuasi, che qualunque sia per essere il loro destino, cadano essi sul campo della patria; o come Confalonieri, nelle oscure prigioni dei tiranni imputridiscano; come Morelli, Silvati, Garelli, Laneri, Andreoli, e Deluca, per le mani del carnefice sul patibolo periscano; od al coltello o veleno degl'assassini, come Rossaroli per mala ventura soggiacciano, oppure onde in pace godere le benedizioni, e le ricompense della lor patria riconoscente sopravvivano, saranno sempre, i loro nomi negli annali d'Italia distinti, e commendati, ed avranno nel cuore dei posteri la condegna, e ben meritata apoteosi.
CAPITOLO V. DELLA TATTICA. — QUALE SIA LA GUERRA DA ADATTARSI NELLO STATO ATTUALE D'ITALIA.
Quando ad esporre, qual metodo di guerra, venir debba per un paese trascelto, s'intraprende, d'uopo è la sua fisica, morale, e politica situazione non meno, che l'attitudine sua a questa piuttosto, che a quell'altra guerra favorevole, farsi a minutamente investigare. E siccome sopra il miglior metodo di guerreggiare, anzi il più utile, ed efficace da noi divisato, ed il solo atto a promettere agl'Italiani un certo risultamento, è nostra mente di tenere un fondato discorso, non possiamo a meno di non dare della moderna ed antica tattica, un rapido abbozzo; e nè l'una, nè l'altra, di essere agl'Italiani vantaggiosa, col mezzo di chiari, e convincentissimi argomenti e storiche prove, assegnare con evidenza le ragioni; imperciocchè ambe, ciò che un popolo insorto non ha, nè può avere, e che per lo contrario abbondante, valevole e ben regolato trovasi nelle mani del nemico, richiedono; converrà dunque alle importanti mancanze riparare, all'arte una differente opporre, ed al tutto supplire con un metodo affatto dissomigliante, ed a rendere inutile quello dell'avversario, conducente; dimostrando che il fine certo, indubitato di tal metodo, sia la vittoria di chi l'imprende; provare la necessità di appigliarsi ad un nuovo metodo, e indicare quale questo per l'Italia debba essere, sarà l'oggetto principale delle nostre disquisizioni nel presente capitolo. Una guerra che devesi dalle regole conosciute della tattica degli eserciti regolari europei allontanare, sarà senza dubbio per riescire in Italia dove mai in sì fatto modo guerreggiossi, del tutto nuova, ed a nessun altro cognita, fuorchè a quei militari i quali in Ispagna, od in quegli altri paesi, dove più o meno quella imitavano, dovettero agli effetti di quel metodo soggiacere; sebbene sia questo nostro sistema sulle operazioni dei summenzionati popoli delineato, si può non dimeno come affatto nuovo considerare, perchè realmente in quei paesi, secondo principj generali prestabiliti, dalle bande non operavasi, ma tutte allo stesso scopo dirette, nei mezzi (perchè non da tutti i condottieri egualmente conosciuti, apprezzati, e concordemente messi in uso), tutta volta differivano; ciò che di molto la buona riescita della contesa prolungò, rese ai popoli la guerra più grave, e dannosa, e soventi volte quando si sarebbe una pronta, e certa vittoria ottenuta, dubbia la mantenne.
All'uopo dunque di render più breve, e più forte questa guerra, di minor danno al paese, ed il trionfo della buona causa accelerare, abbiamo noi in questo capitolo e nei seguenti le fisse, ed invariabili regole preso ad indicare, le quali dovranno sempre però essere dalla perspicacia del condottiere, alle occorrenze, ai tempi, ed alle situazioni, convenevolmente applicate.
Consisteva principalmente la tattica dei Romani, in quell'ordine profondo, che tutto col proprio peso arovesciava; ristretta la fronte, gagliardamente dirigevasi contro il centro nemico, e dalla riescita dell'urto, veniva la vittoria decisa; aperte le file sù varie righe disposte, mutuamente si soccorrevano, e quando avveniva, essere le prime dal nemico distrutte, filo filo, le altre a surrogarle avvanzavansi; era il combattimento da presso all'arma bianca, ed ogni individuo in quella poteva tutta la sua forza, e destrezza facilmente dispiegare il vantaggio godendo della superiorità sull'avversario, se meno agile, o coraggioso lo rinveniva; erano perciò in quel tempo la tattica e la disciplina, d'un'assai maggiore importanza di quanto adesso non lo siano; in breve, portato dai Romani tutto lo sforzo sul centro là, il tutto si decideva, ed una volta quello rotto, la battaglia era vinta, non erano i loro projettili così efficaci come i nostri, nè avevano come questi un'azione decisiva, potevano solamente convenire per ingaggiare il principio del combattimento, e così un corpo d'esercito in rotta, non avrebbe potuto essere da quelli sufficientemente protetto. Con questo modo di guerreggiare pel quale il vero valore individuale doveva impiegarsi, pervennero quei virtuosi nostri progenitori, a sottomettere quasi tutto il mondo, e nessun popolo d'allora in quà, giunse, la loro virtù peranco a pareggiare. Nell'infausta caduta della potenza romana, fu pure quella dell'arte militare, involta; impossessatisi i barbari dell'Italia, ed introdotto, e piantato il loro perniciosissimo sistema feodale, sulle rovine dell'antico, e glorioso patriziato, siccome il popolo schiavo, povero, senza onore, non poteva più avere attitudine alla guerra, lo tennero a piedi, e per lo più disarmato, mantenendo i pochi di cui si servivano, di pessime armi forniti; e quei barbari che quai ladroni delle terre s'impossessarono (i più forti, i più birbanti dei quali, formarono una classe che titolarono di nobiltà, e conti, baroni, etc., si appellarono), essendo i soli ricchi perchè aveano spogliato gl'Italiani, ed i soli che possedessero cavalli, misero in pregio la cavalleria, e si ebbero i fanti nel maggior disprezzo; così nel decimoterzo, e decimoquarto secolo, gli eserciti della maggior parte delle potenze europee, in sola cavalleria consistevano; fù la sublime romana tattica messa in obblìo, si può dire, che più in quel tempo non si guerreggiava, perchè tutte le evoluzioni messe in non cale, altro se non rapide irruzioni nel paese nemico da veri ladroni non facevansi, lo scopo della vittoria alla distruzione, e rubamento della proprietà de' vicini limitavasi, e tutto il vantaggio della celerità delle marcie si ritraeva; i nobili feudatarj per intieri mesi e con enormi spese, a riunire i loro nobili secondarj, s'affaticavano, e quindi la guerra non durava che pochi giorni o settimane, per lo più senza un decisivo risultamento, e tutti i mali di quella, uniti alla capricciosa tirannia de' nobili, senza mai alcun vantaggio ritrarne, il mansueto italico gregge, doveva pazientemente sopportare. Carlo VII, re di Francia, fu il primo che per levarsi la noja, di quelle truppe inutili e la soggezione dei feudatarj, che come al mal tolto compartecipi, non volevano dai capricci del re, sottomessi rimanere, cominciò ad assoldare truppe mercenarie, ed in Europa quel rovinoso, immorale, malefico sistema delle truppe regolari permanenti introdusse. Portò l'invenzione della polvere, una rivoluzione, nell'arte della guerra di quei tempi; distrutto dall'artiglieria e moschetteria il prestigio de' cavalli, ricominciarono i fanti ad essere di bel nuovo apprezzati; gli Svizzeri, che per lo passato, a cagione della loro povertà, non avevano mai potuto tenere cavalli, epperciò con somma cura sempre come fanti si esercitarono, erano in quel tempo per la riputazione di superiorità acquistata sopra la cavalleria, da quasi tutti gli stati ricerchi, ed assoldati. Marciando quelli in battaglia serrata colle loro picche, e spadancie, gli squadroni de' cavalli assalivano di fronte, e quasi sempre rompevano; i Francesi, e Tedeschi, all'ordinamento di fanti s'appigliarono, ma gli Svizzeri ad eguagliar non pervennero; gli Spagnuoli solamente divennero a quelli di gran lunga superiori, e tutta l'Europa d'ammirazione, e timore compresero.
Fù dai celebri Gustavo Adolfo di Svezia e Nassau nelle Fiandre, un sistema di guerra regolare strategico (cioè guerra di movimenti), inventato, e seguito, più d'ognuno in quel tempo dell'arte della guerra conoscitori, ebbero la vittoria dovunque marciavano; i loro eserciti ben regolati, divisi in geometriche frazioni, furono i primi di quell'epoca, a porre gli alloggiamenti alla campagna, ed attrabaccare non meno, che a venire con un metodo da lunga pezza andato in disuso, ad una regolare giornata; l'uso mantennero delle picche, e persuasi che nella densità dell'ordine, e nell'impulsione, la forza delle fanterie consistesse, ebbero all'ordine profondo, ricorso. Acquistò il nostro Montecucculi che era di questa scuola a fronte del celebre Turenna, col quale a vicenda una guerra menavano di sottigliezze e stratagemmi, grandissima gloria; Guibert, ci dice, quello essere stato il tempo dei grandi generali, che alla testa de' piccoli eserciti, grandi cose facevano; non pochi miglioramenti nella tattica furono da Luigi XIV introdotti, e la sua guerra piuttosto che altro puossi degli assedj appellare, pochissimi soldati, avveniva, che in quel modo guerreggiando, perissero; andavasi nella fredda stagione agl'invernali quartieri, e di combattere si tralasciava, erano talmente rare le battaglie, che molte volte, varj interi anni in guerra passavansi senza che neppure a far giornata si portasse il pensiero; tende, magazzeni, impedimenti numerosissimi il materiale formavano d'un esercito, che appena era di muoversi capace, d'enorme spesa all'erario, senza giungere a decisivo risultamento, locchè il più delle volte portava la rovina dello stato, il quale era dalla necessità, senza che i due eserciti avversarj misurati si fossero, a far la pace costretto. Abbenchè un regolar servizio di provianda fossevi stabilito, era quello tanto malamente amministrato, che i viveri distribuiti al soldato pel suo mantenimento, non bastavano, e diveniva un vero flagello dei paesi per dove passava, di altrettanto più danno, e peso, quanto non mai per marcie forzate, ma per regolari alloggiamenti si traslocava. Però fù in quel tempo l'arte dell'attacco delle piazze ad un grado tale di perfezione portato dal celebre Vauban, (che mise in pratica i precetti d'un famoso ingegnere italiano, Francesco Marchè di Bologna), il più lungo, e difficile di tali attacchi, non costava la vita che a pochissimi soldati, e nessuna fortezza secondo quelle regole attaccata poteva di cadere nelle mani dell'aggressore, scansare. Si adottò pure in quel tempo la funesta e rovinosa massima di portare gli eserciti e le artiglierie ad un numero esorbitante; non v'era propriamente una tattica, per dare a quelle masse un regolar movimento; era il tutto dal genio e talento del generale, che comandava, mosso e diretto; il nostro principe Eugenio di Savoja, riportò giusti encomj, e fù di luminosi allori fregiato in quel modo di guerreggiare.
Comparì finalmente Federico II, re di Prussia, creatore d'un'arte della guerra affatto nuova; inventò l'ordine di battaglia obbliquo, addattò la sua tattica al cambiamento dei projettili, e l'ordine profondo, e serrato fù da lui con l'ordine sottile e disteso, surrogato; non dovevano più i generali di quella scuola, aver per iscopo di rompere il centro, ma bensì di estendere le loro posizioni per girare uno dei corni dell'esercito nemico; il suo sviluppo prevedere, e facendo delle ingannevoli dimostrazioni da una parte, su quello lasciato incautamente sguernito, con maggior forza cadere, trarre da tutte le combinazioni, che potevano essere al nemico dannose, giudiziosamente profitto, e col mezzo di ben dirette evoluzioni, farlo cadere con avvedutezza, nell'inganno; un corno del suo esercito avviluppare, e prendendolo per tal modo a rovescio, dare di mano, in mano, addosso alle varie separate porzioni de' suoi combattenti, e nella confusione dall'essere presi alle spalle cagionata, distruggerle; far valere le artiglierie, in modo collocandole, che unitamente agli schioppi, il loro fuoco dai lati al centro incrociassero in modo che se l'avversario di portarsi all'urto dell'arma bianca divisasse, rimanesse prima d'avvicinarsi, distrutto; e se mai fosse per arrivarvi, malgrado il fuoco, abbastanza felice, giunto al cozzare, troppo maltrattato, e dalle gravi perdite di tanti uomini indebolito, dovesse sotto le bajonette d'un corpo intatto, in isfinimento cadere, che a suoi piedi malgrado l'eroico suo valore lo seppellisse. Dopo l'introduzione delle artiglierie, viene dunque la sorte delle battaglie quasi sempre a quelle rimessa, e ben soventi, più o meno forti si considerano quegli eserciti, che d'una maggiore, o minore quantità di fuochi, possono disporre.
Fù la creazione di quella nuova tattica, di non poco giovamento al gran Federico; le battaglie di Lissa, e di Hohenfriedberg, e molte altre chiaro a divedere cel danno. Carlo Emmanuele terzo re di Sardegna, principe guerriero e filosofo, buon generale, ed amministratore instancabile nella fatica e coraggioso nel pericolo, fù distinto, e celebre maestro in quella guerra; il cui sistema da tutti considerato come il migliore, e da non potersi perfezionare, ebbesi fino alla rivoluzione di Francia, in conto. Ma dovette in quel tempo alle masse, la preminenza concedersi; spinte quelle colonne serrate dall'entusiasmo republicano nelle pianure dell'Italia, e della Germania, sui quasi impenetrabili cordoni austriaci ferocemente scagliavansi, gli fugavano, e distruggevano. Erano dai generali della republica le colonne serrate, alle linee distese, preferite, perciocchè maggiori difficoltà, per queste conservare, si rivengono. Attaccavasi in una battaglia, per l'ordinario un punto determinato; una brigata succedeva ad un'altra, e così di mano, in mano, truppe fresche, il luogo delle respinte occupavano, ciò che finalmente a forzare il posto, le abilitava, e l'avversario costringeva a dar sulla loro fronte le spalle; e tenendosi stretti in colonna serrata, e compatta, tutti gli sforzi della cavalleria nemica per romperla, al nulla riducevansi. Il sistema di queste colonne d'attacco, spinte su varj punti scelti a seconda delle circostanze contro le linee contrarie, torna tutto il vantaggio dell'ordine diretto, ed obbliquo della tattica di Federico, a nulla, perchè, mai non potrebbe il nemico sù tutti i punti a riceverle, egualmente, ben preparato trovarsi. Per formare di queste colonne tutta una linea di battaglia, un numero enorme di combattenti si esige, ma potrà sempre quella esser certa di rompere in varj luoghi un nemico secondo un altro sistema collocato e talmente scompigliarlo da doverne per necessità la sua generale compiuta rotta seguire. Lo stabilmento d'un corpo composto delle migliori truppe, chiamato di riserva da un abile generale commandato, è pure stata una delle principali e vantaggiose invenzioni di quel tempo; se avviene che sieno due linee battute, la riserva copre la loro ritirata, in molte occasioni, ed alla battaglia di Marengo in particolare fù la vittoria dalla riserva riportata, se poi sono vittoriose le linee, quella il compimento dell'azione ajuta, ed alle truppe leggiere la presa d'un maggior numero di prigionieri, di molto facilita; fece Napoleone il miglior capitano di questi tempi, delle colonne d'attacco, grandissimo uso, senza tralasciare di servirsi pure, non poche volte, di quanto esservi di vantaggioso nella tattica di Federico giudicava; e senza perdere i vantaggi dell'ordine obbliquo, dall'inviluppo, all'antica massima dell'urto, l'arte militare richiamò; ben riconobbe non poter l'urto personale all'arma bianca, a cagione dell'incrociato fuoco dei projettili, sempre favorevolmente riescire, e di ottenerlo con l'urto d'una quantità maggiore degli stessi, fermò il suo consiglio; ciò che compiutamente al savio divisamento corrispose, e quindi dove i vecchi generali solamente quattro, sei o dodici cannoni collocavano, e fors'anche in luoghi dove non ne mettevano alcuno, egli quaranta, ottanta, cento, etc., ne situava; questa massa di cannoni, che tutto quanto aveva in fronte, spazzava, contro soldati che con pochi e coi soli schioppi dovevano opporglisi, in suo favore necessariamente pender faceva la vittoria.
Le stesse cagioni da che fù il cambiamento della tattica antica prodotto, dovevano far sì, che dai nemici, quei nuovi modi per mezzo de' quali, furono essi le tante volte sconfitti, e di che in ogni battaglia ne riconoscevano con loro danno l'efficacia, si mettessero pure in pratica; epperciò all'eccezione di quei vecchi generali sempre nell'opporsi ad ogni novità ostinati, tutti allora, essere il cambiamento del sistema tattico necessario, convennero; e chi più presto, e chi più tardi tutti, di mettersi cercarono più o meno del loro nemico all'eguale; di modocchè nella maggior parte delle attuali guerre, gli stati combattenti con linee in colonna serrate, mirano, una maggior estensione di terreno dell'avversario, ad occupare, ed in quella maniera minacciarlo di circondargli ambi i fianchi dell'esercito, onde le sue disposizioni sì offensive, che difensive sconcertare. Epperciò ogni stato, che dichiara in oggi ad un altro la guerra, si sforza a quest'uopo, nell'immenso numero di soldati a superarlo, e porta al campo una enorme quantità d'artiglieria di campagna, e volante, acciocchè prima di venirne alle strette, esser possa la battaglia, decisa; così nella battaglia di Jena, già si trovarono sù trecento mila combattenti da circa ottocento pezzi di cannone impiegati, e viemaggiormente in aumento progredendo, si videro in quella della Moscova, o Borodino, tra una parte, e l'altra duecento e sessanta cinque mila soldati, e mille e trecento bocche da fuoco, in non intermessa azione. Colà si prese la mai più veduta e sorprendente disposizione di collocare in un sol punto trecento pezzi d'artiglieria, i quali a scaglia contro le reserve russe in massa del centro assalitrici, tutti assieme continuamente traevano, e dal tremendo lor fuoco furono quelle affatto incenerite. Ciò diede a Napoleone vinta la giornata; questa battaglia nella quale un numero enorme di cannoni non mai per l'addietro neppur pensato, adoperossi, come la più sanguinosa contasi, fra tutte quelle dopo l'invenzione della polvere, successe; un tale reciproco sviluppo di forze rende molto più onerosa per lo stato la guerra, di quanto poteva esserlo nei tempi passati. La quantità di truppe non meno, che delle artiglierie, munizioni, bagagli, e treno, che sono al loro seguito di trascinare costrette, esige spese enormi; e per la necessità di stabilire magazzeni, fortezze, etc., ciò che chiamasi base militare, indispensabile nella scala d'operazioni dell'attual sistema di guerra, viene la celerità dei movimenti intralciata, tutta la superiorità della disciplina, e del coraggio, che presso gli antichi decideva della vittoria, al nulla ridotta: ed il generale che maggior numero di combattenti, e maggior quantità de' succitati elementi proprj all'attuale metodo possegga, se a quelli, la capacità di maneggiarli senza confusione aggiunge, può il buon successo della battaglia, come certo contare. Diventò in questo modo, molto più micidiale, la guerra, senza niente più decisiva riescire, poichè, tutti avendo lo stesso sistema abbracciato, questo, generale divenne, epperciò si ottiene ora colla morte di centomila, lo stesso risultamento, che anticamente, quando erano di minor forza ambi gli eserciti, con quella di cinque mila, potevasi ottenere. Sarà questo leggiero saggio sulla tattica da noi conchiuso, indicando come Napoleone il segreto dell'arte della guerra intendesse, che si trova dal signore di Segur, nella storia della guerra del 1812, al capitolo VIII, pag. 193, così riferito: «Napoleone chiamò a se l'ajutante di campo, questi lo trovò immerso in profonda riflessione, e quindi sclamò: che cosa è la guerra? Un mestiere da barbari, in cui tutta l'arte consiste nell'essere il più forte sopra un dato punto!» Ecco in poche parole da quel sommo capitano la tattica attuale spiegata.
Ora volendo noi Italiani contro lo straniero che occupa il nostro paese, ed i tiranni domestici, che ci maltrattano, insorgere, potremo noi quel numero enorme di soldati regolari, e di costosissimi materiali possedere, che da quanto abbiam veduto sono, se si vuol vincere nel modo attuale di far la guerra, indispensabili? Dov'è l'erario per le grandi spese, al mantenimento, vestimento ed armamento del soldato, e per la fabbricazione del materiale necessario? Dove il luogo di riunione; onde poter queste masse, con calma, e tranquillità profittevolmente ordinare? Forse che una piazza forte, ed anche molte, o tutte, per dichiararsi in favor della patria, saranno; ma ciò che importa? Mai non potranno in quella fretta, in quella confusione, in quella divisione di partiti, per vincere il nemico che non perderà tempo a correrci addosso, il necessario bastevole fornirci; per mettersi in misura di dargli una battaglia, e sperare la vittoria mancaci senza dubbio il tempo non men, che i mezzi. Ma perchè non possiamo ad una regolar battaglia immediatamente il nemico sfidare, dovremo noi dunque, rinunziar ad insorgere? No; un'altra guerra, il cui risultamento non possa esser dubbio, la sola per noi possibile, e conveniente nello stato attuale d'Italia, sarà da noi avventurosamente intrapresa, e sarà questa la guerra d'insurrezione per bande; dalla qual sola l'unione della penisola, l'independenza, e la libertà, potranno gl'Italiani ottenere; onde persuadersi che questa guerra sola sia di produrre quel felice avvenimento, capace, ci converrà al quanto estenderci per dimostrarlo. Ma siccome è cosa necessarissima, che ognuno degl'Italiani se ne persuada ed a combattere in quel modo, ed allo stesso, con altri servigj, a concorrere si disponga, non tralascieremo, per quanto la ristrettezza di nostri lumi lo permetta, di chiaramente dimostrarlo.