Mezzi d'ogni sorta, generali capaci, popolo disposto, combattenti valorosi onde poter combattere, e schiacciare, gli abborriti nemici, non sono in Italia certamente mancanti; ma la situazione politica delle varie parti della penisola; le poche truppe regolari capaci di entrar in guerra pe' paesi disseminate, la divisione di quella in tanti stati; sono tutti alla riunione immediata d'un esercito regolare, gravi impedimenti. Dal calcolo approssimativo delle truppe nazionali d'Italia attualmente al servizio de' tiranni, puossi facilmente dedurre, che lasciate le guarnigioni necessarie nei proprj paesi, le rimanenti atte ad uscir per riunirsi ed in un determinato punto, formare un esercito, ad un numero maggiore di cinquanta cinque, o sessanta mila uomini non ascenderebbero; supponendo, che il Piemonte possa mandare trentacinque mila combattenti, quindici mila Napoli, e che tra la Toscana, Parma, Lucca, Modena ed i Papalini, si possano dieci mila uomini riunire; ecco sessanta mila il numero disponibile delle truppe che si potrebbero muovere; ma è pure da osservarsi, esser queste in oggi mal commandate, senza spirito nazionale (parliamo in massa perchè, ben sappiamo che individui sonvi, e molti, i quali rodono in silenzio il ferro che gl'incatena, e gemono in segreto sul vilipeso onore italiano, e sui mali della patria;) tal che nel loro attuale ordinamento lor sarebbe non che difficile, anzi impossibile per ispontanea volontà, e simultaneo movimento in un punto determinato la loro riunione operare; senza essere, nella distanza, che avrebbero a percorrere per congiungersi, dallo straniero, o partito tedesco interno impedite, e separatamente battute. Neppure crediamo essere un movimento simultaneo generale da sperarsi, perchè tante sono le difficoltà particolari a ciascheduno stato, città, luogo, dove di fare si tenta una rivoluzione, tanti gli avvenimenti che possono il meglio combinato movimento, non solo ritardare ma ben anche sventare; tante le contrarietà inaspettate fra gli stessi speziali elementi d'azione, facili a sorgere, che uno scoppio simultaneo in uno stato, provincia, o distretto non solo, ma in una stessa città può dirsi difficile, anzi quasi impossibile. E parimenti in uno così esteso spazio come la penisola italiana, in dieci stati differenti divisa, che dieci centri sono di governo, di polizie, di carabinieri, di spie, etc., tutti a render nulli gli sforzi di quegli eroi, che una rivoluzione intraprendessero, intenti, tal cosa non è da sperarsi, e non potrassi mandar ad effetto. Ammirabile, da desiderarsi, e degno in vero di un popolo energico, e di gran mente un vespro italiano, contro i Tedeschi e partigiani loro, certamente sarebbe; da quelle macchie, che fanci vergognare ci sbruttarebbe; in un istante avremmo delle grandi ingiurie, finora per la nostra dappocaggine sofferte, giusta, e memorabile vendetta, e per la gloria di tal fatto, verrebbeci aperto il cammino a ben fondata, e durevole felicità. Ma quei grandi avvenimenti degni d'un popolo d'eroi, difficilmente si ripetono, ai quali pure l'estesa superficie del nostro paese si oppone. Quei sessanta mila uomini dunque, che riuniti, ordinati, e ben comandati, e coll'andar del tempo aumentati, sarebbero di battere, vincere, e distruggere i nemici d'Italia, capaci; non potendo per un simultaneo movimento riunirsi, sono in oggi, attesa la loro posizione, di poco, o niun conto in massa, per una guerra regolare, da considerarsi; altro con fondamento a sperar non rimanci, se non che venga da uno, o più stati, la bandiera della patria, inalberata, e che successivamente da un paese ad altro estendendosi, la rivoluzione si renda generale; ma prima di lasciarla a quel felice punto arrivare, i nemici del paese, le loro forze tosto riuniranno, loro agevol cosa sarà di poter di cento mila combattenti disporre, la confusione, e debolezza di tutti i principj dei cambiamenti politici inevitabili, sarà da loro ben calcolata, e messa a profitto, ed acciocchè non prenda il nuovo sistema incremento, e non si consolidi, sopra lo stato insorto, con tutte le loro forze piomberanno. Eccolo allora in procinto di soggiacere, dovrà in tutta fretta alla poca truppa ordinata, che mantiene, un numero grande di ardenti cittadini aggregare, amanti cordialissimi della patria certamente, ma non usi alle armi, nè per anco alle veglie, alle fatiche, ed al formidabile aspetto d'una battaglia campale assuefatti, inevitabile, se il nemico la vuole, come la vorrà, e da non potersi nella guerra regolare, a piacimento schermire, senza mettere in pericolo la capitale dello stato, che deve in quell'epoca la base delle operazioni militari, formare; ed ecco l'onor nazionale, e la libertà della patria, con probabilità della vittoria in favore del nemico nelle mani della cieca fortuna commessi, che come ognun sa ben sovente li non degni ad alto leva, a basso lasciando i degnissimi. Ora, perchè al momentaneo, incerto, e probabilmente sfavorevole successo delle armi, quanto di più sacro, di più stimabile, di più caro havvi agli uomini, in battaglia avventurare, quando mettendoci in guerra per bande, il successo non è più dubbio e possiamo con certezza, con minori rischj, sebbene con maggior tempo, soffrimenti, ed attività continua, ottenerlo? Ma non è il tempo, quando viene per il bene publico impiegato, punto da valutarsi, le fatiche, le pene, e la stessa morte quando sono per la patria, sofferte, dolcissime al cittadino dabbene riescono; ed è l'attività sommamente agl'Italiani necessaria, per poterli dall'ozio ed effeminatezze in che marciscono snighittire. E siccome altra riputazione, se non quella di buoni pittori, scultori, e di saper ben trillare in una arietta, in Europa non godono; non dobbiamo per un calcolo inconsiderato, per una fretta inopportuna, la somma delle cose avventurare, quando, in altro modo, la certezza abbiamo della vittoria; la independenza, e libertà acquistate con sudori, assai più durevoli riescono, di quella, per favorevol circostanza, senza pena, e senza sangue fondata. Se gli Spartani di combattere soventi con gli stessi vicini, per timore d'insegnar loro la maniera di far la guerra, evitavano, la contraria massima dobbiam noi abbracciare. Una guerra lunga e continua ci converrà muovere, contro i nostri nemici, finattantochè, per trarci dall'abbiezione in che siamo, le virtù degl'avi nostri, abbiaci il lungo combattere, a riacquistare, portati.
La forza reale, regolare italiana, non potrà dunque essere tutta in un momento riunita, perchè anderebbe soggetta, prima di poter agire, ad essere dal nemico attaccata, e separatamente distrutta, ed in qualunque altro modo per separate frazioni insorga l'Italia, non le converrà mai d'immediatamente, a campo aperto quei vecchi battaglioni di Goti sfidare; coi quali non è mai permesso di venire a patti, ma debbonsi distruggere. Egli è ben vero, che come sudditi di un despota, di mente opaca, inattivi, e contenuti da irresistibile forza d'inerzia, solo della loro fisica esistenza occupati, (vizio naturale dei servi, i quali altro non hanno, che la cieca obbedienza per legge, e l'oppressione per regola) trovandosi a fronte di combattenti animati dal fuoco della libertà, e dallo stimolo della vendetta di tante vecchie e gravi ingiurie che rende attiva tutta la loro energia, debbono per certo a tali infervorati competitori resi per l'accanimento insuperabili, le mille volte quelle carnose macchine, inferiori trovarsi; epperciò non parrebbe dover dubbiosa riescire la lotta. Eppure, quante volte non abbiam noi veduto popoli insorti, cittadini da purissimo amor di patria stimolati, che, per mancanza di tempo ad ordinarsi o perchè non vollero, o non seppero mettersi a campo in bande, soggiacquero, e l'ordine e freddezza di vilissimi servi, l'entusiasmo, e l'ardore vinsero di valorosissimi campioni della patria! Percorrendo l'istoria della rivoluzione di Francia, che tutta unita, con un solo centro, si trovava in una situazione politica assai dalla nostra differente, e che al primo scoppio quando le fù notificato il trattato di Pilnitz, tre milioni di cittadini armati, ed equipaggiati contava, per la difesa della patria iscritti, noi vediamo chiaramente che con mezzi eziandio così formidabili, con un entusiasmo così manifesto, e generale, la prima colonna di truppe sotto gli ordini del generale Biron, uscita contro la colonna tedesca comandata dal generale Beaulieu, quando al campo di Boussie si trovò per la prima volta in faccia al nemico, senza venir alle mani, ma sul semplice dubbio di essere attaccata, si diede ad una precipitosa fuga, perdette tutti i cannoni, lasciò moltissimi prigionieri, ed una parte della truppa non si fermò fino a Valenciennes, e l'altra al campo di Famars alla sfilata si rifuggì. E nello stesso tempo, il maresciallo Teobaldo Dillon, uscito di Lilla con dieci squadroni, sei battaglioni, ed i competenti cannoni, dirigendosi verso Taurnay, sulle alture di Marquin, s'incontrò col generale austriaco d'Happoncourt alla testa di soli tre mila uomini. Dillon in vece di attaccarlo sebbene fosse di molto superiore in forza, misesi in ritirata, ma pur non dimeno sorpresa la truppa francese da un subitaneo terror panico si sbandò, e fra urli, e grida, se ne fuggì a Baisien, dove impiccò il colonello del genio Berthois, e mise il maresciallo Dillon con le bajonette in brani, ambedue sospetti di tradimento. Il generale Gouvion, attaccato all'improvviso a Glisuelles dal generale Clairfait, avrebbe avuta la stessa sorte, se non fosse giunto a tempo in suo rinforzo, il generale Lafayette, che ristabilì il combattimento. Chiaro dunque appare, che se una rivoluzione in una delle varie capitali d'Italia succedesse, e fosse quella ad intraprendere una guerra regolare costretta, le truppe di fresco raccolte, ed ordinate, comecchè ben disposte, e coraggiose, correrebbero rischio di venire sbaragliate al primo fuoco di quelle fredde masse di flemma già use, da molti anni a veder le sconfitte più grandi, (quantunque nelle ultime guerre, in fronte agl'Italiani che servivano la Francia, non abbiano mai di avvicinarsegli troppo, avuto l'ardimento e siano soventi volte da quelli state rotte e del tutto dissipate) attesochè proprio è delle truppe vecchie, per cattive che siano, d'agire con maggior freddezza, prudenza, e ben considerata condotta delle nuove, e sono per lo contrario l'impazienza, e la precipitazione, le qualità d'una truppa regolare, quantunque formata de' migliori soldati; ai combattimenti non avvezza, ma che per la prima volta trovasi al fuoco. Sono di questi difetti, principali cagioni, primieramente quel bollore particolare, di chi pieno di santo entusiasmo alla difesa di quanto più apprezza al mondo, generosamente si slancia, furore santissimo, germe delle grandi azioni, e sempre che sia ben diretto, produttore degli eroi, ma quasi sempre alle insidie della fredda prudenza soggiacente, secondariamente, quella mancanza di confidenza relativa sì nei superiori, che nei compagni, la quale, se non col lungo guerreggiare assieme, col trovarsi le molte volte nei pericoli reciprocamente a sostenersi obbligati, non s'acquista; la qual mancanza in un esercito nuovo immediatamente al fuoco nemico esposto, genera immancabilmente titubanza, soprattutto poi, quando in un momento di rivoluzione si forma, in che generalmente il sospetto esiste che non sieno tutte le componenti unità guidate da quei puri sentimenti, che per la difesa della patria si esigono. Infine, la poca subordinazione, la trascuranza degli ordini tattici, i soli a render formidabile una moltitudine d'uomini uniti, capaci, il rilassamento della disciplina, e la mancanza di quel freddo calcolo, che per la conoscenza del passato, pondera il presente, e l'avvenire prevede; sono generali, e comuni difetti, ma di sì gran momento, che possono in un istante, mandar tutto quanto in rovina, ed al nemico, sebbene inferiore in numero, in entusiasmo, e coraggio, la vittoria assicurare; onde di quanto ci siamo intrattenuti ad esporre, maggiormente convincerci, diasi un'occhiata alla disfatta di Rieti, e di Novara, e si vedranno quei guerrieri, che in Ispagna e Russia tanto si distinsero, ed i Piemontesi soprattutto, dal miglior generale del secolo notoriamente predistinti, da un pugno di pecoroni austriaci del tutto debellati. E sebbene a produrre questa deplorabile disfatta, che ci coprì di vergogna e ci rese agli occhi dell'Europa intiera dispregiabili, abbiano assai più i maneggi interni, e le gherminelle dei nostri compagni che alla testa del governo rivoluzionario si trovavano, contribuito, non è però men vero ch'ebbero i succenati difetti, non poca parte alla generale rovina. Memorabile esempio di quanto danno possano essere dappersesoli cagione, quegl'inevitabili difetti d'una truppa regolare, di fresco ordinata, lo possiamo nella storia di quella tanto maltrattata nazione rinvenire, la quale come chè governata da un'oppressiva aristocrazia, e da uno spirito cavalleresco guidata, se non insensato, almeno per la libertà della patria inutile, nondimeno quelle robuste virtù possedeva, che ognuno de' suoi cittadini degno di vivere in uno stato libero qualificavano, vogliam dire, della Polonia, che nel 1794 si levò in massa, e per otto intieri mesi, contro la forza colossale delle tre potenze alleate, Russia, Prussia, ed Austria, che al loro solito conculcando quei dritti, che sempre per loro invocano, e non mai negli altri rispettano, l'avevano invasa, divisa, e con mano ferrea l'opprimevano, fece maravigliosa resistenza. Avrebbe certamente questa opposizione di tutto il popolo concorde, avuta una favorevole riescita, se contentandosi di andar per le lunghe, si fosse in tante bande separate messa in campo, le quali cogliendo tutte le occasioni di danneggiare il nemico al sicuro, ajutate dalla cooperazione degli abitanti della città, avessero i nemici ridotti a non essere padroni che del terreno dalle proprie persone occupato, senza all'esito di una battaglia, la somma delle cose avventurare. Ma per lo contrario, dal mai sempre illustre e celebrato Kosciutzcko capitanati, vollero a Macieiovice, (ove valorosamente con rabbia e furore combatterono), il tutto mettere all'incerta sorte di un combattimento decisivo; e compiutamente sconfitti, Kosciutzcko ferito e prigioniero, dovettero per tale imprudente determinazione, piegare il collo a quel triplice giogo, contro il quale, erasi tutta la nazione con mirabile entusiasmo levata in armi; sconfitta, che ancora in oggi amaramente piange la Polonia, e ne prova giornalmente le funeste conseguenze. E se poi alla guerra della independenza spagnuola volgiamo l'occhio, con tanta energia da quel popolo infiammato dall'amore di patria sostenuta, noi vedremo i suoi generali, sebbene vecchi ed esperimentati militari, alla testa di soldati che individualmente già con molto onore, si erano varie volte in guerra trovati, ardenti per la difesa del paese e dell'onore nazionale insultato, aver non dimeno nel corso di sei anni di guerra la disgrazia di essere in dieci battaglie campali sconfitti, le quali rotte avrebbero interamente dato all'invasore il libero possesso della Spagna, se quel popolo generoso, e forte, i mali della sempre vergognosa, e nocevole occupazione straniera, come le inevitabili conseguenze della guerra, avesse vilmente considerati, e si fosse come certe altre nazioni, e con ispezialità alcune parti dell'Italia, a quelle sottomesso; anzicchè, come fece, animato dall'odio, ed irritazione costante, insorgere, e mettersi in campo per bande valorosamente decisamente: dopo aver in olocausto alla libertà del paese, molti di quei generali offerto, che o per paura, o per ignoranza, o per tradimento all'orlo del precipizio condotto lo avevano. Per la qualcosa appena fuvvi una grande città in Ispagna nella quale non sia stato un qualche vecchio generale tagliato a pezzi, o strascinato per le contrade dal popolo arrabbiato; un Cevallos in Vagliadolid, un Saavedra in Valenza, etc.; furono fors'anche innocenti, ma necessarie vittime del furor nazionale. Egli è doloroso il dirlo, ma quelle azioni atroci le prime cagioni furono della determinazione del popolo a mettersi in bande, poichè lo misero quelle stesse in una pericolosa posizione, e quel sentimento di rabbiosa pertinacia gl'infusero, che unita all'energia, ed alla simulazione, creò ed alimentò i mezzi onde venire del gran progetto di sottrarsi al vergognoso dominio de' suoi vicini gloriosamente a capo. Finalmente una valevole riprova, di quanto agli eserciti di fresco riuniti, sia difficile, a quelli, che da lungo tempo militano assieme, far testa; deve per noi essere quella famosa battaglia di Waterloo, che in un istante della sorte della Francia decise. Noi in quella vediamo le stesse truppe francesi, comandate dagli stessi valorosi generali, che avevano in quasi ogni parte d'Europa a portato il terrore, o si potevano con giustizia, come eccellenti maestri di guerra riputare, in quella tattica da loro perfezionata, sotto il fuoco del nemico profondamente periti, al quale furono sempre superiori, ogniqualvolta con quella sola, senza il soccorso degli elementi, o dei popoli insorti a loro danno, Buonaparte di batterli pretendeva. Noi vediamo dunque siffatte truppe, sotto tale comando, mettersi nondimanco precipitosamente in fuga, quando sorprese da un timor panico, credettero che i quattro battaglioni i quali attaccarono la posizione vicina al villaggio di Mont-S^t-Jean fossero rotti, ciò che per verità ne aveva tutta l'apparenza, atteso il numero considerevole di feriti, che per farsi medicare al retroguardo, le loro file abbandonavano; alla qual vista tutta la truppa sbandatasi, aprì in quel modo le porte della capitale della Francia, allo straniero che essa abborriva, e alla dura legge che a lui piacque dettarle, con estraordinaria quietudine si sottomise. Molti scrittori militari, e politici si perdono in congetture sulle vere cagioni, che possono quel funesto avvenimento aver prodotto, gli uni al tradimento dei generali, altri a sbagli, e mala direzione di Napoleone lo attribuirono; noi ben crediamo, che abbia in qualche modo il tradimento influito, ma non però all'intiera dissoluzione dell'esercito; massimamente che il tradimento tuttavia non è interamente provato, poichè in un paese dove la stampa è libera, e dove l'onore militare in prima così puro, e brillante, ebbe una tanta sozza macchia, si sarebbe certamente chi montasse in bigoncia rinvenuto, e la prava condotta di quell'infame, che per una sua vile particolare utilità, sacrificò la nazione, al mondo intero palesasse, onde lo scorno di quella disfatta in tal modo, se non togliere, almeno scemare. Ma nessuno finora, fece quel gran segreto abbastanza chiaramente palese; molti lo lasciano travedere, ma scorgonsi da considerazioni personali trattenuti, epperciò, che il tradimento la principale cagione sia della rotta non puossi in coscienza conchiudere; perciocchè attribuire al tradimento una catastrofe così importante pell'Europa, e quello non bene spiegare, e chiaramente provare, lo stesso sarebbe, come se il destino si calunniasse; male si appongono coloro, che alla cattiva direzione di Napoleone l'attribuiscono, perchè tutti i migliori tattici vanno nell'asserire d'accordo, che meglio di quello che fù non poteva essere stata diretta, e che le male disposizioni erano realmente quelle date dal generale inglese, che fù quindi egli stesso abbastanza giusto, per commendare il talento dimostrato dal capitano avversario non meno, che la precisione dei movimenti, e la giustezza delle operazioni, a che dunque dovrassi questa terribile disfatta principalmente attribuire, se non a quel difetto inerente a tutti gli eserciti, quantunque composti di truppe vecchie ed agguerrite, in fretta riunite ed ordinate? A quell'oscillazione propria dei battaglioni, composti di soldati, che ancor bene non si conoscono? a quella mancanza, come già abbiam detto, di reciproca confidenza, frà le unità componenti le masse, e di queste fra di loro, qualità bastevole da se sola per dar la vittoria, e che da altro se non da una lunga abitudine di trovarsi assieme nei pericoli, nelle sofferenze e nei piaceri, non puossi acquistare? Se la Francia avesse seguito quel consiglio datole in un proclama da Napoleone stesso, cioè di seguir l'esempio degli Spagnuoli, che a lei per modello proponeva non meno, che a tutti quei popoli, che dell'independenza, e libertà del loro paese fossero desiderosi, e se si fosse levata in massa, per bande, non avrebbe dovuto al pagamento di quell'esorbitante multa soggiacere, ed all'abborrito dominio de' Borboni, portati sulla punta delle bajonette straniere, che per due volte, a suo malgrado, fu costretta di ricevere e quai padroni obbedire, non avrebbe certamente dovuto con pazienza sottomettersi.
A noi pare di aver con sufficiente evidenza provato, non doversi immediatamente dopo l'insurrezione, una battaglia commettere; e che quandanche porre si volessero gli esposti pericoli in non cale, non sarebbe in Italia per la sua situazione politica, di riunire un esercito regolare, per far testa a quello già esistente dei nemici, possibile; ed esser perciò cosa necessaria, che gl'Italiani abbiano a quella guerra leggiera ricorso, che la Spagna dall'invasione francese di già liberò, ed il risultamento della quale non può essere dubbio, quando tutta, o gran parte della nazione sia a quella santissima impresa concorrente, contando venti milioni d'abitanti, sopra un territorio fertile, circondati da mari e monti, e da quest'ultimi pure attraversata; la nazione in generale pensi non solamente bene, ed in favore della guerra, ma sia fermamente, ed ostinatamente, a voler venire ai fatti disposta, (solo modo di lavare le sue onte col sangue di quei vili che da tanto tempo la malmenano), inoltre non cessi di costantemente, con un sistema fisso, ed invariabile operare, ed allora qualsivoglia nemico l'assalisca, mai non potrà essere quella nazione superata. Quando per mezzo di quel sistema delle bande, che debbonsi progressivamente estendere, ed aumentare, renderassi generale il fuoco, allora, tutte le nazionali energie si spiegheranno; tutte le opinioni saranno allo stesso scopo dirette; tutte le azioni al gran progetto concorreranno, ed a quell'insensato nemico, che di trionfare si lusingasse, altra sorte non rimarrebbe, che di perir con vergogna.
Dai computi statistici communi ben si sà, che quando una intiera nazione vuole mettersi in campo, può sopra il venti per cento di cittadini abili alla guerra, e capaci di sostenere le fatiche, fondatamente calcolare; dal quale computo si trovano le donne, i vecchi, i fanciulli, gli infermicci, ed i malconformati, dedotti, dai quali tutti, in una guerra come questa, si può una valevole, ed efficace cooperazione benanche sperare. Ben puossi da tal calcolo agevolmente vedere, che dai venti milioni d'Italiani, se ne potrebbero quattro milioni, robusti, forti, ed abili a combattere, con successo, senza grave difficoltà estrarre. Ora noi vogliamo, che la metà e intiera di questa immensa somma si deduca, nella quale sia la porzione d'Italiani, che forse parteggierà pell'avversario compresa, non meno, che gl'indifferenti ed egoisti, i lenoni, ed istrioni, tutta gente, in rivoluzione anzi nocevole, che vantaggiosa: numero da noi creduto, anzi esagerato, che no, perchè difficilmente, uno potrà darsi a credere, che due milioni di persone atte a guerreggiare, nate in Italia, sopportino senza risentirsene e cercarne vendetta, lo scorno della patria, ed anzi una parte di loro per tenerla derelitta in servitù dello straniero, si sforzi! Nondimeno essendo una cosa dubbia, crediamo, aumentando le probabilità contrarie e le cose nel loro più brutto aspetto ponendo, poter con più certezza calcolare, ed i leggitori persuadere. Rimangono ciò non pertanto, ancora due milioni di cittadini, che giovani, robusti, ed arditi, sparsi in tante piccole bande sulla superficie della penisola, armati, e decisi, delle gole, dei gioghi, delle forre, colline, serre, e montagne, delle vette, degli stretti, e dei passaggi dei fiumi, destramente s'impadroniranno, e quando più sicuro si crederà il nemico, di tenergli, sempre dalle sue mani guizzando, ora in fianco apparendogli, ora alle spalle, lo atterriranno, abbatteranno, sposseranno, ed alla fine distruggeranno.
E dove si potrà un esercito nemico rinvenire, per battere due milioni di combattenti decisi, quand'anche tutte le potenze europee, a danno d'Italia si collegassero? Come muoverebbero, come pagherebbero un formidabile esercito, capace di sconfiggere due milioni di virtuosi che per le loro case, le loro famiglie combattono? Il nostro, per lo contrario, sparso in bande, si muove, si sostiene, e riesce con certezza: il suo mantenimento non costa, perchè il cittadino armato, che nelle vicinanze della sua casa guerreggia, paga, non esige alcuna provisione, ma da se stesso mantiensi, e col bottino fatto sul nemico: ma un esercito straniero, come abbiam detto, numeroso, per battere due milioni di combattenti, non si può muovere, nè pagare. Ci si dirà che alle volte succede, che uno maggiore, viene da un minore battuto, e noi conveniamo in questo; ma il nostro non è un esercito, sono bensì nella guerra migliaja di piccoli eserciti, è un'intiera nazione di venti milioni decisa, di qualunque nemico, che voglia occupare il suo paese respingere, da quello che finora la maltrattò, prendere terribile vendetta; e se quella nazione sarà ben diretta, non v'ha chi possa superarla.
«La guerra, dice il conte di Bonneval, è un'arte delle più difficili, per farla con successo, il coraggio, l'intrepidità non bastano; è d'uopo il metodo, e se questo manca, abbenchè si possono avere delle truppe numerose e valenti, è impossibile di vincere. Il loro numero, il loro valore, non servirebbero, che a moltiplicare le perdite.» Persuasi noi dunque della decisione, della forza fisica, e morale, della capacità degl'Italiani, non meno, che del loro coraggio; persuasi che altro loro non manca, se non il grido all'armi per dar ad una generale insurrezione fausto principio, noi proposto ci siamo il vero metodo loro indicare, per giungere alla compiuta vittoria. Tostochè tutti eseguiscano ed in ogni benchè minuta sua parte s'uniformino ai precetti che nei seguenti capitoli, saremo per esporre; con questo metodo gl'inconvenienti, che possano provenire dalla superiorità della tattica del nemico, eviteransi, supplire si potrà alla mancanza di mezzi, e non solo uguale, ma superiore all'avversario diverrassi. Affatto indipendente dalle necessità delle guerre regolari, questo nostro sistema, vince, senza venire all'urto; più in marcie e movimenti consiste, che in attacchi, e difese, non abbisogna di una forte, e fissa base d'operazioni per agire, e l'oggetto a che aspira, può compiutamente, e con somma immortal gloria ottenere.
CAPITOLO VI. INDOLE E QUALITÀ ESSENZIALI DI QUESTA GUERRA.
Una qualsivoglia guerra nella quale pell'onore, o pel vantaggio di tutti, o della maggior parte dei cittadini si combatta, tanto per difendersi da un'ingiusta invasione, quanto, per un nemico assalire, il cui procedere sia stato ingiurioso alla nazione, di nocumento a suoi interessi, o venga da quello la sua esistenza, o la sua tranquillità in pericolo posta, siccome tutti, o la maggior parte degl'individui del paese concerne, sempre esser deve come guerra nazionale, stimata. Può tal guerra, sì bene sotto un tiranno, come in uno stato libero avvenire; ma senza dubbio, quando ha per iscopo di soddisfare i capricci di un despota; appoggiare le disposizioni d'un conquistatore, acciò le ingorde sue brame soddisfaccia; sostenere un usurpatore della roba, e stati altrui, e così via discorrendo, ogniqualvolta si tratta di combattere pel vantaggio d'un solo, separato da quello della nazione, l'oggetto cambia.
La guerra di Agatocle, tiranno di Siracusa contro i Cartaginesi, avvegnacchè fosse la sua persona da tutti i sudditi odiatissima, era con tutto ciò, tanto rispettivamente alla difesa interna come all'invasione del territorio di Cartagine, nazionale; poichè tutti i Siracusani assai più l'occupazione straniera, della tirannia d'un paesano per cattivo, perfido, e violento che fosse, temevano, siccome d'assai minore nocumento, obbrobrio, primieramente, perchè meno all'onore nazionale ripugna, che il danno per opera d'uno dello stesso paese, e non per violenza esterna provenga, e cresca. E certamente sempre un gran male la tirannide, qualunquesiasi, ma la straniera seco maggior vergogna apporta, ed è insopportabile il suo peso; secondariamente, perchè, il prodotto delle rapine, sempre sotto il tiranno abbondevoli, se avviene, che sia quegli della stessa nazione, nel proprio stato consumerà, ma se straniero, tutti i tesori, alla sua capitale, vorrà senza dubbio spedire. Di ciò, un recente esempio ci viene in acconcio dall'Italia offerto; quando Buonaparte, alla testa dell'esercito francese, venne a spartitamente, in republica costituirla, e che poscia ad una metà della nazione di credersi francese, e per imperatore riconoscerlo, comandò, ed all'altra permise di essere Italiana, purchè come a suo re di sottoporle si consentisse; a Parigi, l'intero prodotto dei saccheggi, e devastazioni, dei tempj di ricchissime suppellettili in grandissima copia doviziosi, spediva; e dallo spoglio dei palazzi, e pubblici musei, i capi d'opera delle belle arti, che attestano il genio italiano, ben futili ma soli monumenti della sua gloria presente, mandava ad ornare le gallerie di quella capitale. In terzo luogo, debbe avvertirsi che un tiranno della propria nazione, circondato da gente del paese, e non come lo straniero da stranieri, esser potrà più agevolmente cacciato dal mondo, perchè sarà cosa assai più probabile, che quei schiavi da lui beneficati, che gli servono di braccio, d'essere oppressori secondarj de loro connazionali vadano un giorno vergognosi, e diano luogo nel loro cuore a sentimenti più giusti e più umani, di quanto si possa da stranieri sperare, che l'amor della loro patria, a far del male alla nostra, di continuo sospigne; epperciò i primi potrebbero un giorno alla nazione contro il tiranno accostarsi, ed in punto lo stato delle cose cambiare; ma gli stranieri mai, perchè difendendo la persona del tiranno, pure la lor propria causa sostengono. Finalmente, almeno gli schiavi beneficati, essendo del proprio paese, il prodotto dei benefizj si spande ai loro parenti, ed amici, e tuttavolta alcun poco, ai buoni toccare ne può; ma per lo contrario, sebbene lo straniero alcuni natii, in posti secondarj, impieghi, avrà sempre gran cura, che i principali e la maggior parte sieno da' suoi ligj paesani, occupati. Ed è per questa cagione, che i Siracusani ancorchè cordialmente il tiranno Agatocle avessero in abborrimento, non pertanto contro i Cartaginesi lo seguirono, ed ajutarono. Altri esempi di guerra nazionale sotto il tiranno, offertici dalla storia moderna, quelli sono della Russia, della Prussia e dell'Alamagna contro l'impero francese, che qual colosso sopra loro piombando di annichilarle minacciava; e benchè fosse a tutti ben noto, le leggi, ed il modo illuminato di governare di quell'invasore, essere di gran lunga migliore di quello dei tiranni antichi, pur nondimeno, l'offeso amor proprio nazionale, il timore dell'annichilamento dello stato d'independenza, e dell'insopportabile, e vituperevole dominio straniero, portò tutte le unità isolate, ad unirsi al loro tiranno, per combattere l'aggressore.
Le stravaganti imprese di Alessandro, (detto il grande) le sue spedizioni in Persia, e nelle Indie, la sua pazzia, di attraversare le arenose pianure della Libia, per quindi con grande spesa il titolo di figlio di Giove Ammone portarsi a comprare, ed esporre in quel modo il suo esercito al rischio di perire di sete, e di fatica, ed al suo nemico dar tempo di radunare nuove truppe, non furono certamente in nessun modo nazionali, come neppure lo furono le conquiste di Carlo XII, re di Svezia, grande suo imitatore, che per saziare la smisurata sua ambizione, onde rapire i regni altrui, ostinatamente arrabattavasi, senza delle migliori sue provincie, e del vantaggio di suoi sudditi curarsi, che iniquamente tiranneggiò, quando avrebbe potuto con gloria immortale nel godimento di quella libertà rimetterli da Carlo XI conculcata, alla quale, nemmen dopo la famosa giornata di Pultava, nella deserta provincia dell'Ucraina, dove lo Czar Pietro, quel pazzo conquistatore sconfisse, ma dopo la sua morte, alla successione al regno della principessa Ulrica, non fù dato di risorgere. E parlando di quell'epoca per la Svezia, sì avventurosa; saranno sempre da coloro, che hanno in pregio la libertà, con venerazione ed amore, gl'illustri nomi dei Bibing, Horn, Ferfch e Creutz, rammentati, che colsero alla morte di Carlo la favorevole occasione di richiamare in vigore la calpestata libertà del loro paese. Tutte le guerre, che dai governi costituzionali s'imprendano, sono per l'ordinario, od almeno esser dovrebbero giuste, e nazionali, perchè siccome nei rappresentanti del popolo la facoltà di accordare, o negare il danaro necessario per intraprenderle, risiede; non pare possibile, a chi da onest'uomo la pensa, che quelli esser possano così sciocchi, vili, o malvagi di poter a sangue freddo la vita, e le sostanze dei loro committenti, ad un mero capriccio, od al solo vantaggio di famiglia del re, che siede in trono, sagrificare. Eppure, come che cosa da non credersi apparir possa, viddimo non dimanco la Francia, nel 1825, muovere una guerra ingiusta; sacrilega, vergognosa, e contraria al ben essere del popolo francese, contro l'infelice Spagna, che nessun motivo le avea dato, di nessun danno la minacciava, e che di potersene stare tranquilla, e quel sistema che doveva renderla un giorno prospera, e fortunata, raffermare si contentava. Pertanto onde sul trono di Francia, la famiglia Borbone assodare, creò in quella guerra, un esercito per sostenerla contro l'odio del popolo, che minaccioso giustamente la detesta. Offensive o difensive le guerre dalle republiche, mosse, sono sempre nazionali, per le stesse ragioni rispetto a governi costituzionali addotte, e non correndosi in quei governi il pericolo, che possa il re col raggiro, e la seduzione, una parte maggiore dei rappresentanti corrompere, ed i fondi necessarj ottenere, onde una guerra opposta all'utilità della patria muovere, e sostenere, poca differenza passa fra la guerra per capricci d'un tiranno, e quella per vantaggio della nazione, intrapresa dagli eserciti regolari, nella maniera di menarla, perciocchè solo nella cagione, ma non nei mezzi differisce; salvochè nel secondo caso, ciascun individuo di agire pel proprio vantaggio essendo conscio, spiega una maggior energia, il generale trova più risorse alla sua disposizione, e più facile la vittoria. Avendo cosa s'intenda per guerra nazionale, accennato, e come possa puranche sotto il tiranno accadere; passeremo a quella d'insurrezione che l'oggetto principale forma del nostro trattato.