Gli uomini fino ad un tal punto, solamente sono docili, il quale non puossi, senza rovinare, da chi gli domina trascorrere. Cedono, ma d'essere avviliti non comportano, nè che alla lunga della loro condiscendenza si abusi, consentono; possono bensì i popoli avvolti tra le caligini degli errori, essere per qualche tempo, dalle fraudi dei raggiratori, ingannati, ma non mai potransi del tutto abbacinare; tostocchè del laccio che tengono al collo, pervengono ad accorgersi, se ne sdegnano, desiderano un cambiamento, ed aspettano, che senza scossa, o grave incommodo la fortuna glielo porti; ma colma finalmente la misura della loro pazienza, viene, dall'oppressione il cieco furore ingenerato, scoppia in allora ferocemente l'insurrezione, la forza s'oppone alla forza e riceve la tirannica violenza il meritato castigo; abbenchè un popolo insorgente, si trovi al primo tratto della riotta, di stretti, e scarsi mezzi d'aggressione, nulladimeno lo spirito, il cuore, l'anima energica, e pertinace possede, se da nobili sentimenti è infervorato, forza capace, al mondo, di sottometterlo non esiste; non andrà da rovesci parziali esente, ma gli stessi trionfi, e vittorie de' suoi nemici gl'insegneranno la disciplina, e gl'infonderanno un tale spirito cittadino, una tale virtuosa alacrità, che alla perfine il trabocco sarà de' suoi oppressori. Un popolo dalla speranza di formarsi in nazione unita, dall'independenza, e dalla libertà esaltato, che alla ferma volontà di acquistarle, unisca una risoluta costanza nella presa determinazione, è certo della vittoria, egli è invincibile. La difesa della Grecia contro l'invasione di Serse, la salvazione del Campidoglio quasi distrutto dai Galli, la rovina delle possenti arme d'Annibale, ci danno a divedere, che sebbene sia molte volte la vittoria dono della fortuna, tardi o tosto è poi sempre il certo guiderdone della costanza.

L'indole di questa guerra, è terribile, perchè ordinariamente in conseguenza della disperazione s'intraprende, a che, o da un occupatore straniero o dalla tirannia domestica, trovasi un popolo duramente astretto. Epperciò debbono tutte le forze individuali in qualunque siasi modo, affine di annichilare il nemico, essere messe vigorosamente in azione, e tutte le così dette leggi della guerra, cessano all'istante, che scoppia l'insurrezione. Ottenere lo scopo, ecco la sola sua legge; tutti sacrosanti saranno i mezzi a ciò adoperati, purchè sieno solamente a quello diretti; e precisamente i procedimenti come barbari, nelle guerre regolari, riprovati, debbono per atterrire, spaventare, distruggere il nemico, e liberare la patria, essere di preferenza messi in uso. Questa guerra fu quella, che l'esercito di Crasso, distrusse; che fece sotto Augusto le romane legioni comandate da Varo, tutte in Germania perire; che anticamente la Spagna liberò dall'occupazione dei Mori; e che nell'invasione di Buonaparte, seppellì, al dir del signor Lemiere de Corvey, otto cento mila Francesi, padroni di quasi tutte le piazze forti, città, e territorio spagnuolo, e di quelle agguerrite legioni vincitrici di poco meno, che dell'intera Europa, la rese vittoriosa! Questa gli Svizzeri dal mai sempre odioso, ed insopportabile giogo della casa d'Austria, sottrasse; le Fiandre dal gravoso dominio del possente Filippo secondo, servì a digiogare, e finalmente rese gli Americani dalla schiavitù britannica liberi, ed independenti. Non ebbero per lo più questi popoli a fare che con lo straniero; ma l'Italia nella sua situazione d'oggidì, convien pure che faccia una guerra complicata contro lo straniero, che l'opprime, in parte colla presenza, ed in parte coll'influenza; è d'uopo farla ben anche contro i tiranni, che sotto la sua malefica direzione agiscono, ed altro che satrapi dell'Austria in realtà non sono; e siccome quelli, coi danari, impieghi, ed il prestigio de' titoli, che sebbene di poco valore, non cessano però di agire sulla mente dei deboli, e degli sciocchi, hanno un partito devoto al sostegno della loro tirannia, (ai minimi termini però in Italia ridotto) d'uopo a questa sarà di quale straniero esterminarlo; poichè solo con la intiera, ed immediata distruzione dei Tedeschi, e dei principi che le varie parti separate d'Italia tiranneggiano, e del loro partito, potrà con ragione sperare di stabilmente, l'unione di tutte quelle in un corpo solo operare, ed avere independenza, e libertà.

Guerra complicatissima e piena di pericoli, e difficoltà, questa si è certamente; esige per conseguenza da chi l'imprenda, una costanza alla prova, ma da un assai maggiore compenso di gloria, e di stabile felicità, sarà il cittadino vincitore, guiderdonato; epperciò solamente da malvagi, effeminati, ed imbecilli verrà la vergogna, e l'avvilimento, alla gloria, e ben essere che da quella ne ridondano preferito. La massa dunque di quegl'Italiani, che non sono malvagi, nè effeminati, nè imbecilli, che noi portiamo opinione sia la più forte (se non in numero, certamente in qualità energiche, e sublimi), in questa santissima guerra concorrerà, e non solo renderà certa la vittoria, che quando fermamente si voglia, non può mancare, ma di molto ne abbrevierà la durata; poichè dal concorso di tutti, s'aumenta l'energia, e la forza, e quando questa ben diretta, sebbene sparsa, maggiore di quella del nemico diventi, non v'ha dubbio, non sia quegli per essere, ad irrevocabilmente soggiacere, costretto.

L'amor di patria, l'attività, e l'ostinazione, sono qualità essenziali, non meno della guerra d'insurrezione per bande, sostenitrici, che il certo veicolo della vittoria.

Ed infatti, tante sono le difficoltà, e contrarietà, che in questa guerra s'incontrano, tanti sono i generi di seduzioni praticati; tanto belle, lusinghiere e vantaggiose sono le segrete proposizioni fatte dal nemico; che se il più ardente, e purissimo amor di patria non n'è il solo, e principale motore, qualunque altro potesse essere, farebbe l'umana fragilità, il cuore de' guerrieri, che combattono, vacillare, e perdere di vista lo scopo. Se l'amor di patria, mancasse, oppure si trovasse debole, caderebbe per necessaria conseguenza, l'attività, che da quello riceve l'impulso, e quindi eziandio la sempre incommoda ostinazione, che un animo forte, ed una mente ferma esige, alle dolcezze offerte, e facilitate dal nemico, calcitrante, per dar la preferenza ai disagi, e patimenti, che senza interruzione si succedono, ma cui dal lungo sopportamento, solo può derivar la vittoria. L'attività, e l'ostinazione sono i due principali mortiferi veleni, che debbono gradatamente l'avversario spossare, il suo corpo colossale, di giorno, in giorno estenuando, in una compiuta astenia portare, onde poterlo, quando indebolito, non possa più far resistenza, facilmente annientare; l'antidoto di questo veleno, sarebbe per parte nostra il riposo, con la pessima aggiunta, che quella morte da noi destinatagli, ci cagionerebbe. L'attività dev'essere ben regolata, in modo, che non sia mai inutile, ed in uno sregolato furore non degeneri, perciocchè quegli è il principale agente distruttivo della pertinacia, che a qualsivoglia sinistro, o favorevole avvenimento imperturbabile, al riposo del pari, ed alla disperazione, opposta, alle fraudolenti concessioni del nemico, incontentabile, non ha essa in mira che l'intera, e perfetta distruzione sua, e nè il terrore, nè le lusinghe, nè le sofferenze possono di giungere al fine, che si è proposta, porre impedimento, dal quale nulla è capace, che la sola morte di farla traviare.

Derivazioni delle sopra espresse qualità, non meno necessarie alla guerra d'insurrezione, sono senza dubbio la prudenza, il vigore, e la previdenza, che aprono la via, e nel retto sentiero, il cittadino insorto per la liberazione della sua patria, guidano, e fangli scorta.

La prudenza lo induce al calcolo delle sue forze, di quelle del nemico, del tempo opportuno ad un attacco, e dei mezzi atti ad assicurare la vittoria. Il vigore lo sostiene nell'incalzare il nemico, e tanto molestarlo, che debba la parte avversa per forza cadere, la previdenza gli mette anticipatamente sott'occhio, le operazioni future del nemico istesso, i mezzi di profittarne, o almeno renderle nulle, di mettersi al sicuro, di evitare un'azione in che possa esservi il dubbio di non essergli superiore, non meno, che di torcere la felice opportunità, di far temporeggiare l'avversario in suo prò, onde condurlo alla lunga ad un breve e debole combattimento.

Dal complesso di quelle qualità, in grado eminente dal senato romano, e più specialmente ancora dal dittatore Fabio Massimo possedute, fù alla republica di Roma nell'imminente pericolo di esser soggiogata da Annibale, nel più grave della sua esistenza, aperto alla salvezza, lo scampo. Quelle parimenti resero l'immortale Gustavo Vasa, capace di riunire i Dalecarliani a danno del Clero, e dei Danesi, che la sua patria opprimevano, col qual mezzo riportò la vittoria, ambi quegl'acerrimi nemici compiutamente distrusse e la libertà in Isvezia sodamente fermò. Nei monti della Svizzera, al principiare del XIV. Secolo, i cantoni d'Uri, di Schwitz e d'Underwald, i primi che lo stendardo della libertà contro la potenza austriaca spiegarono; non avrebbero riescito, se quelle virtuose qualità fossero in loro state scarse, o mancanti. Lasciati soli per lo spazio di otto intieri anni dagli altri cantoni, da tutti abbandonati, senza altre risorse, che la loro decisione ostinata, non dimeno sempre evitando di venire ad una battaglia, finattantochè non si conobbero all'armi bene ammaestrati, contro i loro tiranni si sostennero, e quindi dopo quegli otto anni di continua scuola in scaramuccie, in che avevano a disprezzare il nemico imparato, la tanto memorabile, e gloriosa battaglia di Morgarten presentarongli, nella quale una compiuta vittoria riportarono, e stabilirono la libertà del loro paese. Alla fama di questa gloriosa giornata da pochi montanari male armati, e sofferenti ogni sorta di privazioni, brillantemente affrontata, e vinta contro un nemico in numero eccessivamente superiore, ed un esercito agguerrito, e ben disciplinato, di tutto il bisognevole, provveduto; il mondo intero applaudì, ed immediatamente dopo, a quei tre non mai abbastanza commendati cantoni, quei di Lucerna, e Zurigo, si aggiunsero, e quindi Glaris, Zug, e Berna il loro esempio seguirono. Ecco dunque dall'amor di patria, attività ed ostinazione di tre piccoli cantoni, gli Austriaci con infamia da quel paese, che non era il loro, scacciati, e la libertà e l'independenza di tutta la Svizzera, con fortissime radici, piantate. Furono puranche quelle virtuose qualità compartimento del principe di Oranges, Guglielmo primo, di quell'eroe, che contro il governo del feroce Filippo secondo, rivoltatosi, capitanò con felice successo il popolo, all'acquisto, e stabilimento della libertà ne' Paesi Bassi. Delle loro diciesette provincie, solo sette, lo stendardo dell'unione e libertà inalberarono; e non solo, senza il concorso delle altre dieci, ma contro di esse, perchè, sebbene per forza, contro delle sette agivano. Nove anni senza interruzione, sole contro la colossale possanza della Spagna di quei tempi lottarono, finchè poi, il ducato di Gheldria, il contado di Olanda, e di Zelanda, e le signorie di Uttreht, di Frisa, di Over-Issel, e di Groninga, conosciute di poi sotto il nome di Provincie-Unite, il loro trattato di unione, ai 23 gennajo 1579, di commun accordo firmarono.

Per non riandare esempi di molto da nostri tempi, distanti, non abbiamo che a volger l'occhio all'America, e vedremo, queste virtuose qualità nell'immortale Washington, e negli Americani sotto la sua direzione brillantemente risplendere nella lunga lotta sostenuta contro gl'Inglesi, ed alla quale finalmente dovettero il conseguimento della loro independenza, e libertà. Ma che non dovettero quei prodi sofferire, onde a quel felice istante arrivare? Ecco quanto da Carlo Botta viene in proposito riferito, al libro ottavo, pag. 159, della storia di quella guerra: «Non solo si penuriava di vettovaglie, che anzi in tutti gli altri servigi della guerra si provava un'estrema scarsezza o piuttosto carestìa di tutte le cose. Mancavano soprattutto le vestimenta tanto necessarie alla sanità, ed alla elevazion d'animo de' soldati, i quali laceri, e nudi creduti gli avresti piuttosto altrettanti paltoni che difenditori di una patria generosa. Pochi avevano una camicia, molti metà di una, la maggior parte, nessuna. Molti, per difetto di calzamento, portavano nudi i piedi sulla gelata terra. Coltri per la notte, poche se ne avevano, o nessuna. Quindi è che molti ammalavano. Altri in buon numero, inabili per freddo, o per la nudità ad alcuna militare fazione, per consentimento de' capitani, se ne astenevano, i quali o gli lasciavano stare, senza che ne uscissero mai, o nelle capanne, o nelle più vicine masserie, gli collocavano. Poco meno di tremila soldati si trovavano in tal modo per l'inclemenza della stagione, e per la miseria del vestito, affatto incapaci a potere il debito loro operare.» Ed alla pag. 161 dello stesso libro: «Nè solo si travagliava per le cose sovradette, ma ancora per la carestìa degli strami. I soldati rotti dalle fatiche, infievoliti dalla fame, aggrezzati dal freddo nelle fazioni loro diurne, e notturne, avevano nelle capanne in vece di letto la nuda ed umida terra.» Ed infine alla pag. 164 susseguente: «E certamente nessuna cosa si potrebbe ai disagi, che l'esercito Americano ebbe a provare durante quest'inverno, equiparare, fuori della pazienza e della costanza pressochè sovrumane, colle quali gli sopportarono. Non è però, che molti disertando le insegne, non si conducessero, in questo, spalleggiati dagli amici del re, all'esercito britannico in Filadelfia. Ma erano questi per lo più Europei, i quali si erano posti ai soldi dell'America. I natii con egregio esempio di bontà cittadina, e forse ancora per la venerazione grandissima, ed amore, che al capitano generale portavano, si mantennero perseveranti; ed amarono meglio far dura con gli estremi della fame e del freddo, che mancar in sì pericoloso frangente della data fede alla patria loro. A ciò anche contribuì non poco la costanza dei capi dell'esercito, i quali tollerarono in sè medesimi con allegro animo tutte le fatiche; e tutta la strettezza del vivere in cui erano ridotti.» E di qual ostinazione non ebbe duopo, quel modello degli eroi della libertà, l'immortale Washington, per mantenersi saldo in mezzo a tante contrarietà che minacciavano la sua rovina! Il succitato autore così si spiega alla pag. 174 a questo riguardo: «Ma Washington, al quale tutte le narrate pratiche non erano ascose, non solo non se ne sgomentava, ma non se ne alterava; e non che si mettesse in mal umore contro la sua patria, siccome sogliono fare in simili casi gli uomini o deboli di mente, od ambiziosi, nulla rimetteva del suo zelo nel far ciò ch'egli credeva al debito suo appartenersi. Certamente mostrossi in quest'occorrenza molto vincitore di sè medesimo, e diè prova di animo temperato e constante. Si trovava egli in mezzo ad uno esercito perdente, penurioso d'ogni bene, afflitto dalla presente fame. Risplendeva nel medesimo tempo Gates, per la fresca vittoria, e per l'antica fama della militare sperienza, i diarj publici lo laceravano, le lettere anonime lo accusavano, i Pensilvanesi nelle lettere publiche acerbamente il riprendevano, i Mussaciuttessi gli puntavano addosso, il congresso stesso nicchiava e pareva lo volesse digradare. In tanto impeto dell'avversa fortuna conservava egli non solo la stabilità, ma ancora la serenità della mente sua, e pareva, che tuttavia interamente della patria, nè punto di sè stesso, fosse sollecito.»

Furono queste virtuose qualità puranche risplendenti nella condotta di Mina, l'Empecinado, e Palarca, non meno, che in quella dei tanti distinti condottieri di bande, che da maggio dell'anno 1808, fino ad ottobre del 1814, senza governo stabilito, con pochi ajuti, e privi quasi affatto di mezzi, non rallentarono mai il corso delle loro energiche operazioni contro gl'invasori della Spagna e con maravigliosa pervicacia pervennero a scacciarli dal territorio, ed una gran parte distruggere.