I popoli dell'America meridionale, guidati dall'illustre Bolivar non meno, che i Greci nella lunga, e sanguinosa lotta contro i loro oppressori, ci provano queste necessarie qualità, essere loro peculiari.
Per lo contrario, la mancanza o debolezza delle indispensabili surriferite qualità, sarebbe per se stessa capace di far andare l'operazione la meglio calcolata a soqquadro, ed in tal modo molti anni di fatiche e ben ponderate combinazioni, in nulla non men, che in danno tornare.
Minuzio maestro de' cavalli di Fabio Massimo, per mancanza di ostinazione a seguire quella guerra lenta, faticosa, e poco brillante, che il dittatore aveva di continuare divisato, come il miglior modo per l'esercito Cartaginese consumare, mise la salute di Roma in forse, ed era sul punto di rendere in un momento, nulli tutti i saggi disegni di quel sommo capitano, se quegli colla previdenza non si fosse per soccorrere al suo imprudente generale, con vantaggio, ed a tempo; avvedutamente tenuto in pronto, e non avesse coll'attività, e vigore le truppe d'Annibale, fin allora giudicate invincibili, sbaragliate. Il celebre Cola d'Arenzo, l'amico di Petrarca, uomo di merito tanto superiore a quello de' suoi contemporanei, trascinato da una stolta ambizione, mancò della pertinacia necessaria a chi tali opere sublimi intraprende. Abborriva egli, e non poteva tranquillamente sopportare quella differenza, che fra il glorioso governo degli antichi Romani, avi nostri, esiste, e quello attuale dei Papi tanto vituperevole, ed obbrobrioso, per chi pazientemente lo sopporta, l'animo non soffrivagli di vedere, anzi chè l'antica virtù, e grandezza d'animo, il vizio e la viltà moderna in seggio; dall'umiliazione in che vedeva la sua patria giacere, mosso virtuosamente a sdegno, a quella dirizzare in via di libertà e di valore s'accinse; abbenchè persona privata, mancante d'influenza, siccome non era nè un principe, nè un barone, nè un gran signore, tuttavolta con modi stravaganti in vero, ma savj e prudenti, nel suo intento pervenne a riescire. Ma tribuno della nuova Roma, avrebb'egli dovuto la nobiltà gotica del tutto abolire, e l'antico patriziato mettere in piedi, anzicchè qual distinto onore, la sua aggregazione a quel corpo riputare. Ma ben dice il dotto Mably: «La sua ambizione diventò volgare, e per fare il gentiluomo, la qualità di tribuno che lo rendeva alla nobiltà superiore, pregiudicò; disprezzato da quella che lo addottò, e della quale trovavasi l'ultimo, fù dal popolo odiato perchè era dalla sua classe uscito, e così nulli divennero tutti i suoi sforzi per la spirante autorità ravvivare.» Che se per converso, foss'egli stato nel seguire i sentimenti, e principj che lo avevano mosso, pertinace, si sarebbe immortal gloria acquistata, e non avremmo noi a gemere di essere nel fango del vizio, del vituperio dalla tirannide ammorbati.
Quell'isola, della quale il filosofo di Ginevra pronosticava dover un giorno tutta l'Europa stupire, sostenne un'atrocissima guerra pel corso di quarant'anni consecutivi contro i suoi oppressori, e tutte quelle virtù, che rendono un popolo ammirabile, spiegò che a scappar dalle mani dei Genovesi lo agevolarono. Ma non sì tosto conobbe, che Luigi XV, re di Francia, colla perfidia propria dei re assoluti, ora col titolo di protettore, ora con quello di neutrale ammantato, dopo aver più volte le dichiarazioni di non volersi immischiare in veruna maniera negli affari interni di quell'isola rinovate, era in un tratto il suo feroce avversario e persecutore divenuto, per mettergli il morso francese, e quell'independenza, frutto di cotanti patimenti, e spargimento di sangue mandare in precipizio; si perdette d'animo, e per mancanza di vigore, ed ostinazione, gli fù in un mese, il guadagno di quarant'anni di combattimenti involato! Trasandando il generale Paoli gli esempi degli antichi Romani, ed il dovere di vincere o morire ch'eragli dal suo giuramento imposto, ritirossi a languire in Londra, per quindi la sua vita con una morte oscura terminare. In vece che se ostinato, imitato avesse il principe di Nassau in Olanda, comecchè da quella comparativamente formidabile potenza assalito, avrebbe per avventura potuto riescir vittorioso. Di fatti se soli pochi anni avesse l'urto francese sostenuto, sarebbesi nell'epoca trovato della morte di Luigi XV, cui successe al trono Luigi XVI, che siccome di regolare da sè la somma delle cose dello stato, incapace, era in tutto guidato dal signor di Vergennes, il quale avendo una politica liberale addottata, si può supporre che progetti più vasti ruminando, avrebbe alla conquista di Corsica rinunziato, se in vece di sottomettersi, avessero i Corsi continuamente resistito. Oltracciò nel 1778 soli anni dieci dopo la conquista di quell'Isola, fù tra la Francia, e gli Stati-Uniti d'America, il trattato d'amicizia conchiuso, cagione fortissima di nimistà fra quella, e l'Inghilterra, e portolle per lunga serie d'anni, una contro l'altra ad accanitamente guerreggiare. E se si fossero i Corsi quei dieci anni ancora sostenuti, sarebbero stati senza dubbio dalla Francia lasciati in pace, od avrebbero dall'Inghilterra onde dall'isola loro espellerla, possente soccorso ottenuto; poichè sarebbe stata per le sue faccende utilissima cosa; e finalmente se coll'appoggio di quella potenza, o soli, avessero alcun altro poco durato, sarebbe l'epoca della famosa rivoluzione di Francia sopraggiunta, e per le massime di libertà, ed egualità, che in allora la guidavano, avrebbe quella i diritti della Corsica all'indipendenza, riconosciuti, ed all'istante evacuata, lasciando quei prodi cittadini in libertà colle loro leggi, e maestrati independenti, oppure quell'isola, in caso contrario avrebbe sopra un valevole appoggio, da quasi tutte le potenze principali d'Europa, potuto aver fondata confidenza, perciocchè state ben contente sarebbero di ajutare chi l'armi contro una nazione, che tutti i gabinetti erano a distruggere intenti, moveva. Ma la mancanza di pertinacia per alcuni anni ancora la contesa proseguire, la Corsica allo stato di colonia francese ridusse, e tutta la gloria di tante famose gesta, a faccia della presente schiavitù, qual fumo dileguossi.
Gli avvenimenti del 1820 a Napoli, e 21 in Piemonte, furono i primi che abbiano lo spirito d'indipendenza, e libertà italiana, in modo, che avrebbe potuto essere efficace, dai due punti i più distanti della penisola ambidue concordi in massima, apertamente palesato. Quello slancio ammirabile a sublime scopo diretto, all'afflitta, ed avvilita Italia, nuovi giorni di gloria, e di felicità promettere pareva, ma per la funesta sua riescita, di bel nuovo nella primiera afflizione, ed avvilimento fecela vergognosamente impantanare. E di tanto deplorabile disastro fù certamente principal cagione quella, che infelicemente per caso e per ragione della superiorità del grado, sempre nelle rivoluzioni militari ossequiata, furono alla direzione principale degli affari dello stato, tratte persone, in apparenza, a ben dirigere capaci, ed alla magnitudine delle bisogne preminenti, ma che poi in fatto, inette, e da meno delle ponderose incombenze, ch'eransi addossate, si riconobbero; di dubbio amor patrio, e d'attività, vigore, e pertinacia deficienti. Due sole qualità, cioè la prudenza, e la previdenza rimanevangli, ma per colmo d'infelicità, in prò della patria non se ne valsero, e da smodato amor di sè stessi solamente guidati, non furono prudenti, e previdenti, che per lo scampo delle loro persone assicurare. Prima che si fossero alle porte di Napoli, i schifosi Tedeschi presentati, il rinomato generale Pepe, già erasi a Castellammare per la Spagna imbarcato; e circa il tempo, che il generale Latour, ed il goto Bertischneider entrarono in Torino, i generali piemontesi Regis, Ansaldi, e Vaudencourt, unitamente al conte di Santa Rosa, ministro della guerra a Genova, pure i tre primi per la Spagna, ed il quarto per la Francia s'imbarcarono. Privi adunque i caporioni di quel tempo della maggior parte delle essenziali qualità per la riescita delle imprese di gran momento richieste, non è gran fatto da stupirsi, se quel sublime progetto essenzialmente italiano, fù dagli stomacosi Goti, in un subito sossopra mandato. L'accorgimento della maggior parte di coloro, che dai capi dipendono, atto non è in rivoluzione, a quelle colorate cagioni penetrare, che ad operare piuttosto in uno, che in altro modo li muovono. Propensa la multitudine a credere calcolo ciò, che non è, che inerzia, moderazione la debolezza, amor di patria temperato, e ragionevole ciò, che in fatti non è, che amor proprio mascherato, non può fino alla catastrofe, dello sbaglio in che cadde, rimaner convinto, quando già sobissata, non è più di rimediarvi fattibile. Sorpresi, ed afflitti i veri figli amanti della patria, quando lo stato infelice delle cose contemplano, a che l'imperizia, o malvagità di coloro, ne' quali avevano la loro confidenza riposta, li condusse; stretti da inaspettati avvenimenti funesti, che si succedono, in quel generale sconcerto e non sapendo in chi avere, di non essere ingannato, fidanza; debbono alla forza nemica meglio diretta, per non poter altro, darla vinta; maledicono i loro caporioni, e di andar più guardinghi un'altra volta nella scelta, prendono deliberato proponimento. Ma intanto dispersi, ed erranti non sapendo in tal frangente a chi far capo per averne un buon consiglio, in vece d'appigliarsi al partito migliore, ciascuno individualmente pensa a sè stesso, ed in quel momento, del tutto la patria trascura. Tanto in ambe quelle parti d'Italia per l'incapacità o malignità dei caporali successe. E per verità se i sette, od otto mila Italiani, che in quell'epoca il paese in mani di strania gente, a discrezion di fortuna lasciarono, si fossero in cambio di correre il mondo, ai monti ricoverati, ed in quelli, formati in bande, si sarebbero per avventura mantenuti, e potrebbero le cose nostre essere al dì d'oggi, di gran lunga nel buon cammino avviate. Non puossi con giustizia a codardìa l'abbandono della patria imputare, perchè sarebbe tale accusa dalla loro valorosa condotta, in Ispagna ed in Grecia, smentita; ma alla confusione, e diffidenza, dalla malvagità o mancanza delle qualità essenziali della guerra d'insurrezione, nei capi che li dirigevano, prodotte. Avveduto in oggi il popolo italiano, per l'esperienza de' disastri in quel breve, e leggiero movimento sopra esposto accaduti; maravigliosamente lo spirito publico afforzato; e notabilmente fattosi il numero dei veri amatori d'Italia, maggiore, non avverrà, che nell'avvenire in simili perniciosi difetti iteratamente ricada, ma le da noi indicate qualità possedendo, al non cessare dal difendere la patria fino all'estremo, forte si prefiggerà. Saranno alcune bande sconfitte, le nostre città occupate, le nostre fortezze prese; i nostri villaggi abbruciati; ma quella catena di monti, e di luoghi inaccessibili, che per tutta la penisola prolungandosi la circonda, e le provincie tutte l'una coll'altra congiunge, ci rimarrà, onde servire ai Tedeschi di tomba.
Da evidente ragione, forza al mondo non esservi per conquistare, e tenere soggetta una popolazione di venti milioni d'abitanti bastevole, tutti gli Italiani convinti; ad acquistare l'unione, l'independenza, e la libertà della loro patria perverranno.
CAPITOLO VII. SISTEMA GENERALE DI QUESTA GUERRA, E QUALI SIENO I NEMICI DA COMBATTERE.
Ogni qualvolta di far la guerra si tratta, il primo pensiero, che alla mente affacciasi di chi deve in quella aver parte, oppur dirigere, di sapere si è, qual sia il nemico da combattere, e quindi la sua forza e qualità con accuratissimo studio, a parte, a parte bilicare, onde con prudente estimazione alla conoscenza di quella più debole de' suoi mezzi personali, materiali, e locali, sicuramente pervenire, e nel corso della medesima il maggior vantaggio riportarne. Ora se noi ci facciamo quali sieno i nemici d'Italia, ad indagare, purtroppo se non tutte, almeno la più gran parte delle potenze europee, essere alla felicità di quel paese opposte, verremo da tal esame convinti. Imperciocchè l'esistenza loro politica, ed independente, non meno, che la loro grandezza, e prosperità, l'origine trassero dalla caduta del romano impero, la cui possanza, ed estese conquiste, l'invidia di tutti gli stati, e l'odio generale dei barbari (di tutte le più belle contrade d'Europa conquistatori, e di quello distruggitori) contro gli destarono; quindi da loro, come massima di convenienza europea, fù stabilito di non mai permettere, che quel paese così bello, così fecondo, culla d'uomini tanto grandi, per la sublime ricordanza, tuttora riguardati con sommo rispetto, e venerazione da quelli stessi discendenti dei nemici loro, e come maravigliosi modelli di virtù rara, quasi nell'età presente, inimitabile, all'educazione della gioventù, presentati, retto venisse un tal paese nei futuri tempi da buone istituzioni. Nè mai vollero gli oppressori, che fosse in un corpo solo riunito, ma bensì ognora tenuto in picciole frazioni diviso, le quali stimolate ad essere sempre in guerra le une colle altre, vicendevolmente distruggendosi, ne avvenisse ciò che pur troppo secondo l'intento loro riescì, che deboli, e privi di spirito nazionale, gl'Italiani, vili ed abbietti, in uno stato di nullità, da non poter nè agli stati lontani, nè ai vicini dar ombra, neghittosamente si mantenessero. E questa massima tuttora mantenuta, e sempre da tutti i gabinetti gelosamente conserverassi, imperciocchè l'esistenza di bellissimi ponti, strade, terme, acquedotti, estese fortissime muraglie, archi, etc; monumenti eterni della grandezza di quegli ammirabili eroi, che dal viaggiatore incontransi ad ogni passo, richiamano di continuo in ogni parte dell'Europa, in Asia, ed in Africa, alla mente degli statisti europei, sempre la massima di tenere l'Italia divisa, ed oppressa. E siccome la terra, l'aria, la situazione attuale della medesima non ha da quella degl'illustri progenitori nostri producitrice, minimamente cambiato, ma solo quelle precellenti istituzioni atte a formar uomini forti, in pessime, a rendergli deboli, o viziosi mutaronsi; e che richiamando per avventura le antiche in essere, potrebbero altri simiglianti eroi al giorno d'oggi riprodurre, giacchè a tutti è ben noto dalle stesse cagioni, gli stessi effetti generarsi, ne consegue dunque ch'essendo anzi per loro, dannoso, che utile, di permettere l'esistenza d'una nazione, che potrebbe un giorno combatterli forse ed oscurarli, potendo d'altronde serva, ed umile ai loro cenni, e dispregj tenerla, saran sempre suoi nemici, nè mai potrà l'Italia da loro, ajuto, e protezione per tal oggetto fondatamente sperare. Ma se tutti i gabinetti, che sia oppressa l'Italia e d'agire da se sola incapace, un certo vantaggio ricavano o trarre presumono, tutti però l'utilità diretta, degna de' loro sforzi e sacrifici, non ne vedono. Sanno benissimo i più distanti, ed esperti, non esservi timore, dando esistenza all'italica nazione, di risvegliar in essa la smania delle conquiste, imperciocchè tanto d'allora in quà, la faccia dell'Europa, ed il modo universale di pensare, cambiò, che ridevol cosa sarebbe, che gl'Italiani, riacquistando l'antica virtù, il riposo delle altre nazioni intorbidare intendessero, dovendo anzi credersi che una volta riuniti, e ben costituiti, essere non vorrebbero conquistatori, e nei limiti stati loro dalla natura fissati, il frutto di buone leggi in unione, pace, e felicità tranquillamente godrebbero; e quei che in sì fatto modo ragionano, possono come indiretti nemici considerarci. Ma i diretti, i più accaniti i perpetui nemici d'Italia, che de' suoi patimenti, e della sua vergognosa umiltà fellonescamente gioiscono, sono senza dubbio i gabinetti d'Austria, di Francia, e d'Inghilterra; la verità di quanto ci facciamo arditi d'asserire, chiara vienci dalla storia, dimostrata. Queste tre potenze con false promesse, e con partiti da loro a bella posta suscitati; e quindi abbandonati, a vicenda ingannando l'Italia, immolando sempre quelle persone che si lasciavano dall'illusione dell'appoggio straniero abbindolare, altro, da' secoli, che guai, disastri, ed i maggiori possibili danni, coi loro trattati, e bajonette, a quel disgraziato paese non arrecarono. La lunga estensione del littorale italiano, l'importante sua situazione, il suo eccellente legno per la costruttura delle navi riputato il migliore d'Europa, che in gran copia dai boschi della Romagna in particolare si ricava, la riputazione d'ottimi marinari, di cui godono gli abitanti lungo la costa da Genova fino a Venezia, ed essere stati i Veneziani, e Genovesi, quando fiorivano le loro republiche, padroni del mare, fa sì che l'Inghilterra più d'ogni altro stato, gelosa del suo dominio, ad alleata naturale perpetua dell'Austria da cui nulla teme, è sempre stata, e nè mai d'essere nemica d'Italia sarà per cessare, checchè in qualche momento di crisi abbia, per meglio ingannarla bandito, ed in futuro, a seconda della sua utilità, possa fallacemente promettere. Gli esempi che ci offre la storia dal tempo di Brenno, fino a Napoleone inclusivamente, tutti tendono a provarci, essere sempre stati i Francesi nemici d'Italia, ed averla, ogni qualvolta, libertà, ed independenza le promisero, solennemente ingannata con la prava intenzione di appropriarsene il dominio, al primo acconcio momento. Ma il nemico il più dichiarato, come il più pesante, il più funesto ed abbomenevole, si è l'Austria, che coi puzzolenti suoi stipendiati automi, e con la sua virulenta influenza per mezzo benanco di spurj figli d'Italia, quella barbaramente malmena, e con dispregio calpesta. Il nemico quello è, il più accanito, il più ributtante che ci tiene sotto ferreo giogo, all'estirpazione del quale, con la forza e con l'astuzia, trovasi ogni buon italiano, tenuto. Perchè sebbene siano l'Inghilterra, e la Francia naturali nemiche d'Italia, possono alcune volte per la loro posizione politica, (e siccome d'altronde sono più, o meno rette da libere istituzioni, e sulle ministeriali operazioni ha la publica opinione, forte influenza), possono, non diciamo, proteggere, e sostenere, ma soltanto, ad essere, senza immischiarsi del voto nazionale, i loro gabinetti trascinati l'espurgazione della bella Italia dagl'immondi animali, che la infettano, a pazientemente tollerare. L'Austria, che colla forza e cogli inganni, vuole a dispetto degl'Italiani tener la nostra penisola schiacciata, oppressa, ed avvilita, devesi per l'attual età, vera, e principale nostra nemica riputare, ed al più presto energicamente combattere.
Persuasi noi dunque, che il nemico nostro immediato, ed attivo sia l'Austria, volendo come dobbiamo, contro di lei insorgere, quanti e quali mezzi ella da opporci possegga, attentamente pesar ci conviene. Il maggior stato militare effettivo dell'Austria, è di seicento mila uomini, sebbene in qualche occasione, alcune migliaia di più ne abbia fatte nominalmente comparire. Or supponendo, che far volesse uno sforzo, ed un grande esercito a combattere l'insurrezione italiana spedire, a quel numero potrebbe quello esser portato? Sarebbe mai per lei prudente, e convenevole di sguarnire le frontiere della Polonia, della Prussia, e della Turchia, per quindi tutte le sue forze contro l'Italia dirizzare? Certamente che no: e duecento mila uomini pochissimi sarebbero per far fronte da tante parti; ed eziandio, l'Alamagna, che altro non aspetta se non l'occasione per isfuggire dalla sua influenza, tenere in soggezione. Rimarrebbero ancora quattrocento mila, e di questi un cento mila, appena sarebbe per le guarnigioni interne del paese, sufficiente. Anzi diremo quasi di no; perchè la Boemia, l'Ungheria, l'Illiria, la Galizia, la Lodomiria e la Transilvania che hanno tra tutte una superficie di circa sedeci mila leghe quadrate, male sarebbero con i cento mila rimanenti soldati guarnite. Ma per altro, così alla peggio supposto, ecco a trecento mila combattenti l'esercito nemico ridotto; ora che potrebbero far trecento mila uomini contro venti milioni d'abitanti, a volerli esterminare risoluti! Da quanto abbiamo esposto nel capitolo sesto, la forza disponibile italiana, fatte tutte le più minute, e possibili deduzioni, monterebbe a due milioni di robusti, ed attivi giovani armati per l'unione, l'independenza e libertà del paese, di maniera che si troverebbero sette combattenti italiani per ogni austriaco. La freddezza, e flemma di quei servi dell'imperatore, nessuno certamente ignora. Possono bensì alcune volte con mediocre successo in massa, in colonne serrate, ed in linea nelle pianure venire alle mani, abbenchè poco favorevole anche in questo modo, debbagli la rimembranza delle guerre ch'ebbero contro i Francesi, ed Italiani uniti, riescire. S'è vero che in quelle, per qualche tempo le loro file e righe mediocremente conservavano, non si può però neppure negare che quando dalle truppe leggere franco-italiche, a far nascere intente la confusione e lo scoraggiamento, nelle schiere, furono oppresse quelle macchine, tosto si disordinavano, e si sbandavano; tanto è grande il timore dal quale vengono, al rompersi le righe, assaliti que' soldati che qual mandra di pecore in ispavento, chi quà chi là, dandosi confusamente alla fuga, in tal modo si sparpagliano, che impossibile in appresso riesce di poterle di bel nuovo riunire. E siccome sono di quella emulazione, ed ambizione deficienti, delle grandi gesta producitrice, ed altro stimolo, il loro coraggio non ha se non quello del bastone del superiore, ne avviene che appena dal bastonatore separate, diventano ad agir da per se stesso, del tutto inabili, e tosto all'intiera volontà dell'avversario la cervice umilmente sottopongono. Ben al contrario, gl'Italiani, tanto per proprio genio, quanto pella santissima causa che sono per defendere; ogni qualvolta si trovano isolati, nel pericolo, maggior energia previdenza, ed ardimento rinvengono nel loro animo. Atti dunque solamente in massa, saranno quei puzzolenti automi, del tutto a far testa contro di noi in guerra d'insurrezione per bande, incapaci. Posseggono essi alcune truppe leggiere come i cacciatori tirolesi, la cavalleria ungarese, etc., ma in numero così ristretto, che neppure a continuare la guerra pochi mesi in una sola provincia, non che in uno stato, basterebbe. Onde la loro inferiorità in questo modo di guerreggiare, ad evidenza conoscere, non si hanno, che le relazioni delle loro guerre, a consultare, dalle quali chiaro si vede, che ogni qual volta questi animali ebbero sui monti a combattere sempre furono vergognosamente colla peggio sconfitti, e quelle poche volte, che all'arciduca Carlo, di fare alcuni lenti ed inconsiderevoli progressi per somma fortuna riescì, fù sempre a costo di uno straordinario spargimento di sangue, che più dannosi, che utili rendevangli. Leggansi le relazioni delle loro guerre del 1795 e 1796 e vedransi per la loro incapacità sulle montagne di Genova, compiutamente disfatti; diasi un'occhiata alle loro operazioni militari nell'anno 1797, nei monti delle provincie da loro chiamate Ereditarie, ma che noi chiamiamo usurpate, perchè gli stati non debbono essere patrimonio di alcuna persona, e patentemente vedrassi, il cattivo risultamento delle loro armi, la nostra asserzione comprovare. Volgasi per un momento l'occhio ai Grigioni, e si vedranno nel 1799 in quei monti a perdite considerevoli soggiacere; e nello stesso anno, in Zurigo, pure da un esercito di molto inferiore in numero al loro, scorgeransi, con altissimo disonore, compiutamente debellati. E senza dai monti italiani allontanarci, la sola guerra del 1800 nelle montagne di Nizza, dove una serie d'incredibili disastri, ed una condotta obbrobriosa portarono la vituperevole loro disfatta, per provare le nostre asserzioni basterebbe, ma troppo dovremmo il nostro capitolo estendere, se i fatti d'arme in montagna dov'essi furono ignominiosamente, ed a grandissima infamia loro sbaragliati, rotti, prigioni, ammazzati, e quai vili, brutte, e limacciose bestie, schiacciati, ad estrarre imprendessimo. Bastanci pertanto le succitate guerre, per provare, che i nostri monti sono stati già più e più volte testimonj della inabilità degli Austriaci in quella guerra, che già furono dal loro sangue impuro abbondantemente irrigati, ed altre fiate potranno ancora di quello abbeverarsi. Ed a maggior forza del già detto, aggiugner debbesi, che nelle montagne di Genova, di Lombardia e di Nizza sempre mai soggiacquero contro altri eserciti regolari, abbenchè con molto minor vantaggio delle bande operassero, le quali più agili, svelte, ed accorte, conoscono pure più perfettamente il terreno. Eppure, malgrado ciò, pella sola circostanza delle differenti situazioni, misurandosi con un nemico assai di loro più debole, andarono gli Austriaci a tanto scorno soggetti! Con quanta facilità, con quanta certezza, non sarà l'italica nazione per venire, in brevissimo tempo, dello sterminio a capo, di quelle irragionevoli, straniere, ingorde, e sozze bestie feroci?
L'ignavia del nostro principale nemico non meno, che la sua incapacità ad una guerra leggiera ed animosa, dimostrata; il sistema generale di questa, ad esporre passeremo; posto per base che tutti, o la maggior parte degl'Italiani sieno di parere concordi nel voler, che divenga la nostra Italia una, independente, e libera, oppure altro che un immenso deserto non rimanga, dove gli scheletri di Tedeschi e d'Italiani gli un sugli altri, ammonticchiati facciano all'età future, la nostra gloria, e la infamia loro, manifestamente palese. Dato che un tale glorioso, italico proponimento irremovibilmente accada, servirà il presente sistema di norma, onde una pronta, certa e luminosa vittoria, con brevi sforzi ottenere. Consiste questo nel contrariare, e rendere tutti i principj, e le regole della tattica di niun effetto. Hanno per esempio i precetti militari per fine d'impedire la truppa dallo sbandarsi, ed a tutti gli avvenimenti provvedono, che potrebbero a questo pericolo portarla. Sarà dunque alle nostre bande d'uopo d'obbligare il nemico a sbandarsi, ed a tanto dal centro strategico alla circonferenza distendersi, che i suoi raggi dalla lontananza indeboliti, di poco o niuna resistenza sieno capaci, e che per l'estensione dilatatissima della periferia, e loro allungamento, possano fuori dalla communicazione col centro, venir da altre bande tagliati e gli Austriaci a tutti i militari, ben noti per quel timore di esser presi in fianco, portato ad un grado ridicolo, o stravagante, saranno in questo modo ben tosto distrutti. Egli è vero che i loro generali impiegano sempre una enorme quantità di truppe in guardie in molti luoghi inutili, ed in ciò ch'essi chiamano la catena di posti, ma non possono quelli se non per la sola speciale sicurezza del campo, certamente distendersi, e non mai ad un raggio strategico d'operazioni, perchè una linea impossibile sarebbe, e qualora poi di molto, quella catena, si dilatasse, cosa molto difficile alle bande circondanti non riescirebbe, il distruggere a poco, a poco quei posti staccati, ed il grosso dell'esercito nell'inazione insensibilmente consumare. E che si possa il nemico, ad estendere di molto i suoi raggi dal centro, costringere, non cade il minor dubbio. Supponiamo, che un esercito di trenta o quaranta mila uomini, per sopprimere l'insurrezione, ad un punto determinato si porti. Abbisognerà quello d'artiglierie, treno, munizioni da guerra, bagaglie e grasce, perchè ad un esercito regolare, mantenersi senza questi mezzi, è del tutto impossibile; ed ecco il generale a stabilire costretto una base militare, vogliam dire, un centro come sarebbe una piazza forte od un campo trincerato, od un paese difeso dalla natura stessa del terreno, etc., ed obbligato, le sue operazioni al circolo de' suoi mezzi limitare. Ora, se viene in lontananza circondato, tutto quanto esiste dal suo centro alla periferia dove sono le bande, resta distrutto. E se le masse italiane, saranno da un deserto, dalle fiamme degl'incendiati virgulti, e siepi, dall'innondato piano, dal nemico separate, deve quegli coll'andar del tempo patir notabile carestìa di vettovaglie, di strami, di tutto in somma ciò ch'è necessario ad un esercito regolare; ed allora gli sarà gioco forza di mandare i suoi distaccamenti, e ben numerosi, per mezzo quel lago ardente a battersi con le bande, che al di là di quello tengonlo accerchiato, onde procacciarsi di che sussistere. Ed ecco in qual modo i suoi raggi tanto estesi, e separati dal centro, si possono in breve agevolmente combattere, ed annichilare. Oppure s'appiglierà egli al più prudente partito di abbandonar la sua posizione, e così libera quella parte rimarrà dalla funesta sua presenza. Lo scopo oggidì nella guerra regolare non si limita più a respingere il nemico, alla possibile lontananza, ma bensì di occupare i luoghi che gli elementi della sua potenza racchiudono; si vince solamente fino a un punto determinato; si espelle da una posizione, e fino ad un'altra s'insegue, sia dove sia giudicato a proposito di fermarsi, sempre tenendo il pensiero a non consumare tutti i mezzi rivolto, avvegnacchè, quasi più le cose, che gli uomini, sono nella guerra considerate. Ora gl'Italiani conoscendo, che per sottrarsi ai mali da che sono travagliati, nessun altro mezzo, se non una determinazione d'impedire l'avanzamento del nemico, loro rimane; ritireranno ai monti le mandre i frutti, i cereali, e lascieranno il terreno, arido, e devastato, romperanno le strade; ed in quelle scaveranno grandi e profondi fossi trasversali; nei passi, e luoghi angusti dove avranno la certezza, che il nemico debba passare, praticheranno mine sotterranee, dando alla miccia lo scoppio al momento probabile, secondo il calcolo, che il nemico siavi sopra, e quand'anche lo scoppio prima, o dopo avesse luogo e non gli cagionasse danno, sarà sempre d'un utilissimo effetto per noi, a cagione che perturberà alla sua truppa la mente, e gl'infonderà panico terrore. Dalle parti laterali dei fiumi, e canali si apriranno dei grandi sfogatoi, affinchè colla diversione delle loro acque allaghino la pianura dove intende l'avversario posarsi, se di rimanere in quei pantani ostinatamente s'incapriccia, ne ricava la maggior molestia, e l'aria mefitica che deve di corto l'allagamento seguire, perniciose malattie, e quindi la morte gli cagioni! Su di tutta la superficie della penisola italiana, questa cosa è ad operarsi facilissima, essendo la stessa ad ogni passo da fiumi, e canali, attraversata. I ponti che potrebbero facilitare al nemico il passaggio delle acque, si faranno saltare in aria, si distruggeranno i molini ed i forni; si avveleneranno i pozzi, e le fontane, tutte le messi non atte al trasporto, le siepi, e gli alberi, le case sparse per la pianura, e finalmente i villaggi stessi saranno incendiati. Per la qual cosa, sprovvisto il nemico di ogni cosa, tutto all'intorno del punto da lui occupato, sarà costretto di far venire convogli dal suo paese, ed intanto, per la necessità delle vettovaglie obbligato di allungare i raggi dal suo centro strategico, le bande alla maggior possibile distanza dalla sua base, lo attireranno, onde viemmaggiormente l'angolo obbiettivo, tra quelle e la sua truppa rendere acuto, e per tal modo lo porranno nella svantaggiosa posizione di aver le spalle, ed i fianchi scoperti, ed i convogli non assicurati. Laonde ad una precipitosa fuga troverassi obbligato, se non vuole morire di fame, o vedersi ribellare i soldati, ed anche finir per essere avviluppato ed annichilato: «perchè, la fame, dice il conte di Bonneval, alla pag. 513 delle sue memorie, è il più terribile nemico del soldato; se da quello è tormentato, perde il coraggio, e la docilità. Egli è vecchio proverbio, che ventre affamato, non ha orecchie.» I Barbetti, ossiano gli abitanti dei monti alle frontiere del Piemonte, che dal colle così detto della Croce, e valle di Lucerna, si estendono fino all'Appennino alla parte di levante di Genova, seguivano a un di presso questo sistema; i Calabresi quindi nella lunga, e memorabile difesa che sostennero contro l'invasione francese, lo perfezionarono; essi furono i primi che diedero l'esempio di quanto possa fare una ferma volontà. Ed una provincia ristretta, ed un pugno d'uomini decisi, così per varj anni ad intiere divisioni francesi resistettero, che non colla forza ma cogl'inganni, e colla seduzione di una parte di loro, solo a conquistarli pervennero. I Calabresi svelarono agli Spagnuoli il gran segreto, che la vera forza, non tanto nel numero, e qualità degli eserciti regolari consiste, come in quel patrio sentimento, che da sè solo è abbastanza possente, a far sì, che ogni individuo d'una nazione, la causa pubblica, come sua propria, consideri. I Russi, nella guerra del 1812, lo adottarono anche in parte, ed il SigrSegur così si spiega a questo proposito: «Ecco che nobili fuggono internandosi coi loro servi nel paese, come all'avvicinarsi di un gran contagio, e sacrificano ricchezze, abitazioni, e tutto quanto potea trattenerli, o essere a noi vantaggioso. Essi pongono fra loro, e noi la fame, il fuoco, e i deserti, giacchè una risoluzione sì importante prendevasi contro i loro servi, non meno che contro Napoleone; così noi non avevamo più a continuare una guerra di re, ma a sostenere una guerra di classe, di partito, di religione, una guerra nazionale, e tutte le guerre ad una volta.» E così operando, i Russi e gli Spagnuoli sopra gl'invincibili battaglioni di Napoleone, ottennero la vittoria. Ben vidde la giunta di Siviglia fin dal principio della contesa, che la reale forza della Spagna, non consisteva negli eserciti, ma bensì nel popolo; conobbe il governo centrale l'importanza di quel modo di guerreggiare irregolare ed universale. Proclamò, questa essere guerra de Moros contra infieles, ed in che maniera gli antichi Spagnuoli avevano un'antica razza d'invasori esterminata. Quella giunta al popolo ramentò tai cose, e bandiva, che ammazzando giornalmente i nemici appunto come si volessero dal flagello delle locuste liberare, salvar dovevasi il paese; che l'opera sarebbe lenta, ma sicura, e ne' suoi progressi avrebbe la nazione all'apice marziale di que' tempi portata, e che uscire in traccia degli Hagarenes, qual piacevole, non men, che glorioso passatempo si considerava, loro indicando le scaramuccie, imboscate, assalti, e stratagemmi, come le più necessarie risorse della guerra domestica. In fatti dovunque gli Spagnuoli non avevano esercito, la contesa assumeva questo carattere, e quando i Francesi erano padroni del campo, e che in qualunque altro paese avrebbero la loro conquista ferma e compita, ragionevolmente creduta, da quel momento una faticosa guerra di distruzione cominciava, contro la quale era di nessun vantaggio la disciplina, e che doveva, col tempo, qualunque militar potenza, per grande che fosse, consumare. Ogni giorno era un qualche posto degl'invasori sorpreso; qualche scorta, o convoglio tagliato a pezzi; qualche banda di predatori messa a morte, e ricuperato il bottino; i dispacci intercettati ed in somma soddisfatta, la vendetta, e sparso il sangue reo! In nessuna parte, se non nei loro grandi corpi, o dentro le città fortificate, erano i nemici in salvo; e queste rimanendo isolate, dovevano alla lunga tutte le provvigioni esaurire, e trovarsi nell'estrema circonstanza di arrendersi, o morire di fame. In quasi tutte le provincie della Spagna, e specialmente nella Catalogna, si era dagli abitanti delle campagne l'uso introdotto di nascondere i grani in magazzeni sotterranei, sorta di fosse, ben riparate al didentro, ed ermeticamente chiuse al difuori, in modo, chè benissimo conservavansi, mentre assai difficile agli invasori, di riconoscerle riesciva, e molte volte il nemico, sopra quel prezioso oggetto, che andava con ardore cercando, e per quale usciva dalle fortezze, incontro a pericoli d'ogni genere, ed a quasi certa distruzione sua, senz'avvedersene passava, e ripassava. Ecco in qual modo il generale Govione di san Ciro, al capo terzo del suo giornale si spiega: «Era in quel tempo libero il settimo corpo dalla truppa regolare di linea, ma avea non dimeno sulle braccia la popolazione di tutta la provincia, ben armata, e che si trovava dappertutto in forza contro i distaccamenti, che a cercar viveri o foraggi, lontani si mandavano. Quando, dopo d'aver combattuto per respingere gli abitanti armati di un cantone, che si battevano con altrettanto accanimento per la causa della loro independenza, derrate rare ed indispensabili pel loro sostentamento difendevamo, quando poi alla fine sovente con perdite grandi per parte nostra eravamo pervenuti a rispingerli; ci trovavamo ancor obbligati a perdere un tempo prezioso per rintracciare i siti dove essi avevano la poca sussistenza, che lor rimaneva nascosto, sovente un più gran numero di somatenes, appoggiato da micheletti riveniva in forza; e prima della partenza, od in cammino, perveniva a ritogliere i suoi comestibili, ed i distaccamenti spossati dalla fatica, privi di cartocci, e con loro altro che i feriti non portando, se ne rientravano. Erano qualche volta nelle loro incursioni più avventurosi, ma per la mancanza di mezzi di trasporto, venivano, di profittarne impediti. L'uso degli abitanti di conservare in quel paese i loro grani in magazzeni sotterranei impossibili a scorgersi al difuori, invece di tenerli ne' granaj; nella Magna, e nei paesi dove quest'uso non è conosciuto, così facili a rinvenirsi, la difficoltà di procurarsi quell'indispensabile comestibile singolarmente aumentava, ed erano nelle città que' magazzeni, visibili, ed ordinariamente vuoti, ma nelle campagne, a grande, e buona fortuna d'incontrarne uno, dopo grandissime ricerche, s'ascriveva.» Tutto il sistema generale di questa guerra, finalmente consiste nel ridurre il nemico a consumarsi da sè stesso. Per giungere a quel fine, egli è dunque necessario, dopo d'avergli levato ogni mezzo di sussistenza che potrebbe esserli dal paese fornito, di sorprenderlo, ed inquietarlo nella sua marcia; profittare delle posizioni vantaggiose, e del terreno favorevole; attirare la guerra ai monti, alle selve, e nelle paludi; costringendolo ad estendersi di molto dalla sua base, presentarsegli in fronte, e quando egli si crede al momento di venire ad un'azione, abbandonarlo, per attaccarlo in fianco, ed alle spalle; inseguirlo; avvilupparlo, ed in ultimo, quando si conosce vicino a soccombere, da tutte le parti assalirlo. Sparse le bande a grandissime distanze, debbono altrettanti differenti generi di operazioni al nemico presentare; dileguandosi esse, e riproducendosi, l'obbligheranno in una parte ad una guerra offensiva, e difensiva in un'altra, a nuove specie d'operazioni lo sforzeranno, che lo affatichino, ed inquietino, e che da lui, cure affatto differenti, non meno pericolose delle altre, imperiosamente richieggano. In somma debbono le bande coprirsi da suoi attacchi, ed in ogni modo molestarlo; tirare la guerra in lungo; interrompergli le communicazioni, interdirgli i passi difficili; tendergli ogni specie d'insidie, evitando sempre dì lasciarsi cogliere nelle pianure ed essere senza la certezza della vittoria a combattere costretti; ma di monte in monte, sulle colline e nelle foreste, al passo dei fiumi, e canali, senza posa strettamente inseguendolo, nelle paludi, pantani, risaie, ed acque morte sospignendolo, ora con attacchi, ora con vere o finte ritirate, ora disperdendosi, e quindi ad un tratto riuniti di bel nuovo ricomparendo, in somma ora inquietandolo, ora togliendogli, ed ora rendendogli animo. Circospetto in una tale fisica e morale agitazione, il nemico terrassi, e quando i suoi soldati, sfiniti, indeboliti, e aborrendo la guerra, non saranno più capaci, che di un debole combattimento; furiosamente allora stretto da ogni parte ben da vicino, gli mancherà l'animo, ed in luogo donde non possa fuggire rincantucciato, dagli ardimentosi combattenti italiani verrà inesorabilmente tagliato a pezzi.