Finalmente la prudenza, e l'amor di patria del condottiero, debbono regolare il suo valore; e le occasioni deve scegliere, nelle quali convenga battersi od evitare il combattimento, senza, che le mormorazioni malignamente, o in buona fede propagate dai cittadini, abbiano anche in menoma cosa, nelle sue determinazioni da influire; noi ripetiamo, che tutt'i mezzi per ottener la vittoria contro de' tiranni, e l'occupatore straniero, sono giusti, e leciti; e che se il condottiero metterà in uso le arti opportune, rare volte si vedrà per conseguirla, nella necessità di sacrificarsi. L'astuzia, e la vigilanza, gli renderanno facili ed utili oltremodo i trionfi, ch'egli invano potrebbe pel solo valore sperare. Potrebbe questo ultimo avventurare la sorte futura della nazione, e le arti bene usate, senza pericolo, il cammino, per renderla felice, gli spianeranno, togliendo di mezzo gl'ostacoli che potrebbero essergli d'impedimento. La tirannia tiene sempre una forza regolare o propria, o straniera in suo favore, senza la quale non si sosterrebbe. Volerla con isvantaggio urtare, lo stesso sarebbe che voler piombare in rovina. Egli è per tanto necessario, che l'arte alla mancanza supplisca, e che per assicurarne l'esito, gli stimoli dell'amor proprio, del punto d'onore, della generosità, e quelli pure della stessa pietà fino al conseguimento però dell'alto disegno, si contengano.

Ecco, come meglio abbiamo potuto, offerto ai lettori, l'abbozzo delle principali, ed indispensabili qualità, che un condottiero dee possedere. Ben noi conosciamo, che molte altre secondarie, pure gli abbisognano. Sebbene, non siano assolutamente necessarie, quest'ultime ancora si troveranno ne' varj capitoli di questo trattato disseminate, che tutti trattando di quella guerra, della quale deve il condottiero esserne il principale agente, direttamente il prendon di mira. Frattanto, noi opportuna cosa esser crediamo, quella di presentare un quadro, nel quale la maggior parte delle qualità, che debbono essere di un buon condottiero il patrimonio, con un solo sguardo si scorgano. Noi a tal'uopo imprendiamo a dare un brevissimo saggio sulle azioni del prode Mina, che, come modello ai nostri leggitori, osiamo di presentare.

Don Francesco Espoz y Mina, figlio come si dice, di un bifolco, era zio e successore di un altro Mina, che da studente in Navarra, all'età di soli anni venti, percorse, alla testa di una banda, stupenda ma breve carriera, perchè ben tosto nelle mani de' Francesi, cadde ferito e prigioniero. Era Espoz y Mina, frà i venti cinque e i trent'anni, allora quando al suo nipote successe. Tutto acquistò egli col suo coraggio, pazienza, ed avvedutezza. Nulla possedeva egli, di quanto, un generale, materialmente, costituisce. Ei non potea protezione offerire, nè ricompense, nè pensioni, nè ritirate in caso di sconfitta. Mina non aveva nè piazza, nè fucili, nè un tallero. Tutto in sè stesso, nella sua energia, nella sua perspicacia, copiosamente rinvenne. I Francesi lo denominarono il re di Navarra, perchè, sebbene fossero essi nel possesso di tutte le fortezze, meno erano di lui, dal popolo obbediti. Col mezzo de' suoi informatori, e dello spirito publico, che gli era interamente favorevole, sapeva egli tutto ciò, che nell'esercito nemico avveniva, conosceva i progetti che vi si formavano, ed a quelli dava, prima che si eseguissero, convenevol riparo. In somma, un distaccamento per piccolo che si fosse, non si moveva, non arrivava, non partiva, che d'ogni movimento, non fosse Mina previamente informato. Sotto di varj pretesti, ed in abiti contadineschi, alcuni de' suoi volontarj, nell'esercito nemico, egli sempre manteneva, che lo tenevano appieno istruito di quanto vi si operava. Ragguagliato di ciò, oltre la pratica conoscenza del paese, consultava egli di continuo le migliori carte geografiche, e topografiche, sulla situazione del medesimo, teneva presso di sè molti confidenti, e guide dei luoghi peritissime, di modocchè tutte le montagne della provincia, perfettamente conosceva, i loro ceppi, le loro diramazioni, altezze, direzioni, pendio, strade, andirivieni, burroni, selve e foreste non meno, che il sito dei ponti, dei porti, dei fiumi, dei guadi, argini e pescaje, le coste marittime, golfi, baje, cale, porti, promontorj e ponti di terra dalla parte della Biscaglia; le pianure, le macchie, le lande, le valli, i laghi, stagni, paludi, sorgenti e fiumi, la loro direzione, la rapidità del loro corso, la loro larghezza, profondità, ed incasso del letto etc. Quindi ad un'esatta e profonda comparazione passava, fra tutt'i vantaggi presentati dalla natura, con quelli che per arte, ingegno, e lavoro dell'uomo, si potevano, pel sostenimento della guerra ritrarre. Ei conosceva per lo stesso mezzo, la qualità e quantità delle produzioni del paese, materiali esistenti, non meno che il numero delle persone, per età, per sesso, per classe e per proprietà. La sua mente, ed il suo corpo eransi, come le circostanze della sua patria il richiedevano, piegati. Al collo portava legata da un cordoncino di seta, una carafina di cristallo piena di efficacissimo veleno, fermo nella intenzione di usarne a danno del nemico, ogni qual volta s'en presentasse a lui l'acconcio, onde avvelenare quei cibi, che a bella posta nelle sue ritirate gli abbandonava. Ed eziandio nel caso, che ferito, e preso dal nemico, non avesse più speranza di salvarsi, per attossicare sè stesso, quel veleno serbava. In quelle poche notti, ch'ei non dormiva alla serena, si coricava vestito, senza mai torsi le pistole dalla cintola, nè lasciare il pugnale che, sotto l'abito, alla parte sinistra del petto, nascostamente portava. Mina chiudeva, ed assicurava sempre ben bene la porta della camera, e della scuderia, dove ad un breve riposo abbandonavasi. Tre ore di sonno erano per lui sufficienti, ed anche molte volte interpolatamente dormiva. Quando la sua camicia era sudicia, egli entrava nella casa la più vicina, e là, con una netta del padrone, cortesemente la cambiava. Onde più facilmente poggiare per l'erta de' monti, e potersi pei ripidi ed angusti andirivieni delle loro sommità, arrampicare; egli ed i suoi volontarj, calzavano certi sandali, alla foggia dei frati, in uso in varie parti di Spagna. Era il suo vitto, frugalissimo. Focaccia, ed acqua, per l'ordinario gli bastavano: ma di tanto in tanto, quando gli ne veniva il destro, alle spalle dei nemici moderatamente banchettava. La polvere da schioppo necessaria per la truppa, in una spaziosa grotta, sita nel centro dei monti, egli stesso fabbricava; e teneva in un villaggio segregato nel mezzo delle montagne, un'ospedale a spese dei Francesi di tutto il bisognevole, provveduto. Tentarono quelli varie volte di sorprenderlo, ma sempre indarno, perchè il cuore di tutt'i contadini, era pel valente difensore della loro patria, animosamente propenso. Riceveva egli sempre a tempo, informazione dei movimenti dell'inimico ed al primo sentore di pericolo, i contadini si caricavano gli ammalati, ed i feriti sulle spalle, e portavangli su di rupi scoscese, dentro luoghi inaccessibili, dove in perfetta sicurezza rimanevano, finchè il Francese trovandosi deluso, ed in pericolo, si ritirava. Se gli Alcadi non faceanlo consapevole delle requisizioni, e dei movimenti del nemico, o mancavano a qualche altro loro dovere, andava egli stesso nella notte a sorprenderli, e fattili tosto dal letto balzare, immantinente in camicia li faceva fucilare, od al campanile della chiesa principale, appendere per la gola. Ei permetteva alcune volte che i Navarresi commerciassero coi Francesi, ed aveva stabilita una linea di dogana, alla quale il nemico si era sottomesso, e con questo mezzo, molte provviste pei volontarj agevolmente si procacciava, che altrimente gli sarebbe stato difficile di trovare. Mina esigeva dai ricchi mercanti una somma di danaro pel passaporto, per la facoltà di commerciare, etc., e con altre tasse sui ricchi ben pensanti, e la confisca delle proprietà dei malpensati, che tosto presi, faceva archibugiare, egli aveva sempre un fondo in cassa pei bisogni correnti, ed anche di più. Allora quando rinveniva una spia del nemico, le faceva da uno della sua guardia, tagliar l'orecchia destra, e quindi in fronte, con le parole viva la patria, bollare. Durava quel marchio in eterno, e nello stato della generale opinione potevasi, come la più severa di tutte le punizioni, considerare. Quei sciagurati tanto si vergognavano di esporsi agli sguardi de' loro compatrioti, marchiati in tal modo, che molti sulle roccie, ne' luoghi rimoti dei monti, tutti aggrinzati, e con segni di una fine disperata, morti di fame e di freddo, si rinvennero. Mina non permetteva, che i volontarj suoi fossero propensi alle donne, anzi aveva la riputazione di odiarle. Nulla dimeno, solo come seducente cagione dell'indebolimento fisico degli uomini, le temeva. Ei non permetteva il giuoco; e tosto, finito il combattimento, ogni volontario aveva il permesso di appropriarsi quanto seco poteva portare. Ma guai a colui, che avesse di metter mano al bottino, prima, che la vittoria fosse dichiarata e compiuta, il rapace ardimento! Ogni bajonetta portava segni del sangue francese; le armi dei volontarj erano rugginose al di fuori, ma esigeva con somma severità che fossero tenute nette al di dentro, e che le rotelle, e le pietre dello schioppo, fossero nel miglior stato.

Sapeva quel condottiero, con accortezza applicare i mezzi alle contingenze, ed in qualunque bisogno, ei nascere faceva le convenienti risorse. Il suo valore si allontanava egualmente da quella prudenza timida, che teme, e tutti gli inconvenienti prevede, che da quell'inconsiderato ardore che tutt'i pericoli cerca e gratuitamente affronta. Le armi, il raggiro, e l'astuzia, erano da lui indifferentemente impiegati. Politico ad un tempo, e guerriero, con la prudenza, ei lentamente preparava ciò, che di poi col suo valore impetuosamente operava. Nuovo Filippo di Macedonia, i suoi progetti da una politica impenetrabile maturati, sempre a proposito, ed all'improvviso, comparivano. Una profonda riflessione e perfetta conoscenza degli uomini, erano di pari grado al suo brillante coraggio, e superiori talenti, in bella unione, accoppiati. Non istimava egli ne' suoi subalterni, che quanto da purissimo amor di patria era originato, e con la forza, l'attività, l'energia, ed un coraggio posto al di là d'ogni calcolo, sceglieva sempre quando gli era permesso, il partito di attaccare il nemico, piuttosto che d'aspettarlo; e non solo disegnava egli sublimi, e quasi incredibili imprese sempre all'insaputa, che sorprendean l'avversario, ma ben anco, ciò che quegli progettava, e poteva progettare in avvenire, prevedeva, ed indovinava. Instancabile, ed audace, ma sempre prudente, il prode Mina, ora sù d'un veloce corsiero, ora sù d'un zoppicante ronzino, ora a piedi con lo schioppo alla mano, sempre alla salvezza della patria, solamente diretto, mai non si riposava, nè lasciava i Francesi riposare, e coll'attività, e pertinacia, dopo sette anni di non interrotta guerra, pervenne pe' suoi sforzi, pe' suoi talenti, ed amor di patria, a vedere la Spagna libera dagli stranieri, al di cui scopo, con indefesso zelo, aveva potentemente contribuito. Possano questi precetti, e questi esempj, far sorgere valorosi costanti condottieri italiani, che in sè le virtù, ed i pregi tutti di quello Spagnuolo riunendo, alla liberazione dell'infelice Italia, gloriosamente pervengano!

Invito agl'Italiani. SONETTO.

Egra, gemente, frà gli affanni e l'onte,

Dal Goto edace dilaniata e smunta,

Cui d'empj figli è vil masnada aggiunta,

Che appiana allo straniero, il doppio monte;

Languisce Italia, che già fèo sì conte